All’incirca due anni fa le salde certezze e le pretese di “purezza” dell’hip hop (già scricchiolanti sotto i colpi di gente come Dose One, Alias, El-P, provenienti dalle scuderie di Anticon e Def Jux), sono venute definitivamente meno per mano di quattro ragazzi del Minnesota che hanno deciso di trasformare questa musica dalla sua radice: il groove. L’esordio dei Kill The Vultures è la logica conseguenza di quello che sta avvenendo da qualche anno in america con l’hip hop, che è poi anche quello che è successo a suo tempo al jazz: la nascita di avanguardie musicali che, provenendo da quell’ambiente ne capovolgono i modi espressivi, a volte estremizzandoli, altre trasformandoli completamente o “ibridandoli”.
Succede sempre così: le musiche nascono per svolgere una funzione (che sia estetica, coreutica, religiosa ecc..) e, soprattutto in occidente, terra di sperimentazioni, quegli stessi linguaggi vengono rielaborati, “presi in prestito” e rifunzionalizzati. La fusion, il Nuevo Flamenco, l’acid jazz non sono altro che decontestualizzazioni di musiche nate in un certo ambiente per determinati “scopi”, con conseguente appropriazione di un linguaggio già codificato.
E’ esattamente quello che sta avvenendo con l’hip hop: nato in una cornice underground tipicamente black nel mezzo degli anni ’80, ha visto il suo linguaggio codificarsi e allo stesso tempo imbastardirsi (nel bene e nel male) attraverso la sua diffusione e per mezzo sia di chi non lo aveva capito, sia di chi lo aveva capito così bene da volerlo trasformare.
La carriera del quartetto statunitense comincia ben prima del 2004. Nel 1998 gli MC Adam Waytz (Advizer) e Alerei Caselle (Crescent Moon) e i due produttori St.Paul Stephen Lewis (Anatomy) e Devon Callahan (Deetalx) cominciano a suonare insieme con il nome di Oddjobs.
Senza un’etichetta è difficile fare musica e i quattro fanno il possibile autoproducendosi, ma il risultato è una discografia, che va dal ’98 al 2004, praticamente introvabile.
Conflict & Compromise (1998), Absorbing Playtime (2000) e Live At The Bryant Llake Bowl (2001) sono lavori ben lontani dal sound dei Kill The Vultures e (a detta dei Nostri e di chi ha avuto modo di ascoltare quei primi lavori) molto tendenti alla facile commerciabilità.
Nel 2002 qualcosa cambia con il disco successivo, Drums (2002). La band, per la prima volta con la formazione a cinque (dopo l’arrivo di Mario ‘Nomi’ De Mira) e con alle spalle una breve esperienza a New York, comincia ad elaborare un sound più sofisticato, meno legato alla ballabilità e più attento al colore, che già comincia a farsi più scuro.
Il tempo di un ep, The Shopkeeper’s Wife (2003) e arriva per gli Oddjobs il momento della dipartita. Le registrazione di Espose Negative vede il ritorno dei cinque in Minnesota dopo il periodo trascorso nella Grande Mela e praticamente coincide con la registrazione dell’esordio di Kill The Vultures, con la differenza che nel primo le musiche sono quasi totalmente prodotte da Deetalx, mentre Anatomy non è assolutamente presente. Nel secondo la situazione è specularmene invertita. Il sound continua ad avvicinarsi ad una dimensione più “live”, sempre più lontana dalla scena electro.
I suoni vintage-jazz diventano una caratteristica dei campionamenti e il groove nasce dalla sovrapposizione di quei piccoli fraseggi, ripetuti ossessivamente e non da una batteria elettronica.
Ripristinata la formazione del quartetto con il definitivo abbandono di Deetalx (trasferitosi nel frattempo a San Francisco) i Kill The Vultures cominciano, paradossalmente, a conoscere il successo proprio quando si allontanano da una dimensione più, diciamo così, volutamente commerciale. Proprio quando la loro musica si fa più elaborata e ostica, l’attenzione di critica e pubblico diventa più consistente.
Nell’omonimo album d’esordio i quattro musicisti americani mettono in campo un meticciato musicale che fonde jazz, rock e hip-hop radicale partendo da un rapping inconfondibilmente black.
Fiati, percussioni, contrabbasso e poca elettronica: la fisicità del sound davisiano incontra ancora una volta il ghetto e si riscopre assolutamente in continuità con la contemporaneità afro-americana, stupenda attualizzazione di una storia lunga un secolo, cominciata nel mitico quartiere di Storyville, a New Orleans e proseguita con una impressionante soluzione di continuità fino ai giorni nostri.
Poco più di trenta minuti che bastano a far gridare al miracolo e tracciano la nuova strada della black music e non solo.
La litania di Good Intentions basterebbe da sola a testimoniare le volontà programmatiche dei Kill The Vultures: un contrabbasso minimale sullo sfondo, flebili suoni di tromba che contrappuntano un rapping insolito, appena accennato, quasi recitato e una batteria che fa da sfondo più che da sostegno ritmico. Roba da fare arrossire tutto il Wu Tang Klan!
La stessa struttura si ripete in The Vultures, ma in maniera ancora più insistente, claustrofobica,
mentre in 7-8-9 compare addirittura una chitarra distorta e la batteria sembra scimmiottare gli Stooges. L’impatto è sempre violentissimo, un senso di vuoto pervade ogni brano come a voler evidenziare una dimensione percussiva (fisica, ancora una volta), che se ne sbatte dei “riempimenti” tipicamente pop. Una musica che è sempre, anche e soprattutto politica, alla faccia dell’intrattenimento.
Il pianoforte di Beasts Of Burden, con il suo andamento darkeggiante mette quasi i brividi e richiama alla mente addirittura sprazzi di sound 4AD.
Niente appare superfluo in questo disco, tutto ha il suo perché, come succede per tutta quella musica che prima o poi passerà alla storia. (8.0/10)
Scheda: Kill The Vultures
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