Fatevi un giro a Modesto, California, duecentomila anime a ridosso della Central Valley. La città di George Lucas e dei suoi Graffiti Americani, giovinezza eternamente rimpianta, innocenza mai provata davvero, esausta prima che corrotta. A vederla da qui, dallo scorcio surreale di Internet, Modesto sembra una città garbata. Una messa in scena refrattaria ai clamori del Sogno Immanente d'America. Sogno in continua autocelebrazione, appeso ai raggi d'un sole che tramonta solo per promettere l'eterno ritorno. E una sera che può mangiarsi la notte. Strade e giardini ed auto ad alta definizione cromatica. I candidi marmi dei palazzi istituzionali intruppati a ventaglio nelle piazze principali. Bandiere, bandiere, bandiere. Stelle e strisce per tenere assieme l'appartenenza frastagliata di un popolo che non esiste, se non in quel sogno che dicevamo.
E quello sì, che è un mistero. Il sogno di una città-popolo-Paese-mondo. Un mondo, quel mondo, che si muove all'unisono, stiepidito da un'eccitazione senza tregua, dalla fragrante evidenza di un meccanismo inarrestabile. Col conforto incessante del più spettacolare apparato di sogni a smaltare il cielo, l'orizzonte di ogni pensiero. Un orizzonte, però, non privo di pieghe. Se ti avvicini, le periferie possono essere brulle, disperse. Il senso di abbandono è uno schianto sul petto. Un attimo di lucidità e ti accorgi che dietro la scenografia c'è il mondo vero, l’unico che realmente esiste malgrado abbia perso la forza di esistere. Perché non lo pensiamo più. Non ne siamo capaci, non ne abbiamo il tempo, i mezzi. Il collasso della modernità non avverrà nella modernità, ma accanto ad essa. Assieme ad essa. Avviene di continuo, quando la modernità smette di essere vita. E lascia alle spalle situazioni in disarmo, farragini fatiscenti di vita. Il collasso della modernità è la modernità.
Ora pensate a Neil Young. Allo smarrimento furioso, ai tremori sognanti, al malinconico allarme che informava la sua "visione" del progresso a cavallo tra sessanta e settanta. Il seme d'argento sparato verso il cielo della nuova corsa all'oro faceva germogliare incubi dolciastri, una narcosi emotiva come stratagemma di difesa contro l'atroce presentimento della disfatta. La dissipazione del fattore umano come tributo inevitabile all'inevitabile vittoria sulla Natura. Un quarto di secolo dopo, i Grandaddy di Jason Lytle mettono in musica il danno compiuto.
Modesto, primi anni novanta. Jason, classe '69, ha serie chances d'intraprendere la carriera di skateboarder professionista, prospettiva presto stroncata da un brutto infortunio al ginocchio. Piace credere che questo stop obbligatorio, questa visione d'un tratto raggelata delle cose, gli abbia regalato quell'attimo di lucidità di cui sopra. Una lucidità inedita. Come vedere con sguardo nuovo, vergine, un mondo mai visto prima da quel punto d'osservazione statico. Cantante e polistrumentista, decide di mettere assieme un trio col bassista Kevin Garcia e col batterista Aaron Burtch. A loro si aggiungono presto la chitarra di Jim Fairchild e le tastiere di Tim Dryden. E' il 1992. Nascono i Grandaddy.
Fin dai primi passi (due album autoprodotti, una manciata di ep) si delinea il solco nel quale scorrerà la musica della band, un gioco di visioni scostanti ed eteree cui presupposto irrinunciabile è una sorta di astrazione dei musicisti stessi, graficamente occultati nei collage degli artwork, relegati al rango di recettori periferici, di micro-sensibilità disperse affidate ad un autentico patchwork di linguaggi. Dream pop, post punk, electro wave, proto-prog, psych folk. Di ognuno viene colto il lato amarognolo, la tenera scontrosità dell'outsider che ha imparato a convivere con la sconfitta delle (proprie) utopie. Nevrosi minime come lo specchio opaco della catastrofe sociale. Liquide malinconie spiegazzate con voce d'androide spossato. Turbinante iconologia mainstream e "alternativa", Neil Young via Flaming Lips, un Lennon sognato dai Pavement, Ray Davies digitalizzato Notwist. Sogni dalla veemenza sfasata, implosi nel cofanetto d'argento delle cose preziose. Tra gli elementi di maggiore riconoscibilità, il canto di Lytle, serico e fumigante, angelico e psicotico, visionario e soft come un Alan Parson disilluso, senza più alcuna strategia da contemplare. Una voce tra intimità e delirio, attraversata dall’inquietudine familiare e vulnerabile che trovi quale ultima compagna, alla fine di ogni giornata.
Nella filigrana isterica e palpitante di testi e musica puoi scorgere l'America di De Lillo, soggiogata dal proprio mito pervadente e implacabile, dall'iperreale miraggio quotidiano, in bilico tra struggimento esistenziale e crash emotivo. Sul punto di far saltare le cervella alla Storia. Di sparirci dentro. Per ritrovarsi ai margini di ogni gioco. Come non essere più. Un attimo di lucidità, e sei il burattino con le cuffie, l'uomo-manichino in un brullo landscape di tastiere smesse e paperi-decoupage a certificare l'assurdità del luogo/situazione. Sentirsi vivi e insensati, privati di senso e valore dall'enormità della Struttura, dalla sua immanente fatiscenza. Qualcosa è sfuggito al controllo. Oltre ogni previsione. I margini di manovra si sono ristretti, basta volerlo vedere. Il libero arbitrio è un aspetto trascurabile della vicenda. La libertà, pure. L'era post-umana germina per frattali di piacere e dolore, senza saperli più indagare.
Scheda: Grandaddy
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