Tune in
Pubblicazione 01 Gennaio 2005

Gorillaz

Damon Days

Un'idea nata per caso che ha fruttato milioni. Clint Eastwood, 19/2000 e il cartoon sound del nuovo millennio. Storia e vicissitudini della prima (e per ora unica) virtual hip-hop band sul pianeta. Il parco giochi di Damon Albarn e Jamie Hewlett
Gorillaz

Ci troviamo alla fine del 1999 e la mente del cantante dei Blur è in subbuglio: troppe le idee piovutegli addosso e solo alcune sono soddisfatte dai Blur (13), altre, tra cui il rap, la world music, il folk e il funk, necessitano una via espressiva indipendente. L'idea primigenia di quello che sarebbe diventato il side-project più riuscito della storia era nata all’incirca due anni prima, quando Damon Albarn e il cartoon maker Jamie Hewlett abitavano nello stesso condominio, avevano due girlfriend appartenenti allo stesso gruppo (Elastica) e fantasticavano su una possibile collaborazione. L'intuizione era molto semplice: mettere su una virtual band celata dietro ai volti e alle vicissitudini di quattro disegni animati; registrati alcuni demo, quell’idea prese corpo sotto forma di un contratto con la Parlophone (l'etichetta dei Beatles e dei Radiohead) firmato a nome dei fantomatici Gorillaz.

E così, con tanto tempo a disposizione (i Blur in momentaneo e significativo stand-by, con Coxon ormai alla porta) e la voglia di giocare e sbizzarrissi, il progetto prende forma in totale libertà. La scelta del produttore poi, particolarmente felice, cade su Dan "The Automator" Nakamura, un personaggio eclettico impastato nell’hip hop (e perciò lontanissimo dal rock sound londinese) che si rivela fondamentale per il core sound del gruppo. Il nipponico infarcisce gli scheletri dei brani in maniera corposa: aggiunge breakbeat e scratch (opera di Kid Koala, fidanzata del produttore), incide separatamente le parti vocali dell'ex testa parlante Tina Weymouth, del rapper Del Tha Funkee Homosapien, del cantante cubano Ibrahim Ferrer e trova innovative soluzioni in fase di post-produzione (che avviene in Jamaica alla presenza dello stesso deus ex machina Damon e la misteriosa artista Miho Hatori).

Da lì in poi le cose si muovono in fretta: mentre Hewlett disegna le bozze dei quattro personaggi che avrebbero popolato l'immaginario del gruppo, nel novembre del 2000 i Gorillaz danno alle stampe l'ep Tomorrow Comes Today guardandosi bene dal farlo sembrare un side-project di Damon. Dichiarando tutta la paternità a The Automator e riservandosi la parte di estemporaneo donatore di melodie prese dal cassetto, la burla del singer di Song 2 dura giusto il tempo di preparare la macchina organizzativa che, attivata dallo stesso Hewlett, prende il nome di Zombie Flesh Eaters.

Il videoclip e singolo Clint Eastwood (marzo 2001), il sofisticato sito internet programmato in flash e l'ellepì Gorillaz (Virgin, 2001) fanno un botto clamoroso, che si traduce in quattro milioni e mezzo di copie vendute nel mondo - di cui uno negli U.s.a. (disco di platino) e almeno 700.000 nel Regno Unito - ben due MTV Europe Music Awards (miglior aritsta e miglior singolo) e una tournée di grande impatto. A oggi, è il maggior successo che Albarn abbia mai raggiunto, Blur compresi.

Eppure, a conti fatti, quel debut album è assieme un divertissement e una discreta chiavica, e quella felicissima mistura di videoclip cartoon e deliziose trovate di pop sghembo, elettronica, funk, dub e hip-hop sono grosso modo prerogativa dei soli singoli Clint Eastwood e 19/2000 (il secondo singolo del giugno 2001, anch’esso un grande hit) più che delle restanti tracce.

Re-Hash è un country futurizzato a mo’ del primo Beck, sedato e infarcito di melodie banalotte; il roccaccio serializzato di 5/4 Five Four (con Damon macho e coriste da saloon) fa un po’ meglio ma siamo sempre sul terreno della session rubata e compressa in mp3, e lo stesso accade per le sincopi house di Man Research (Clapper) e gli intramezzi sketch in quasi perfetto stile Blur (periodo Song 2 )Punk e M1A1; senza infamia, ma con il mordente necessario, Tomorrow Comes Today, la canzone proto Gorillaz per eccellenza che suona un po’ come gli Happy Mondays a un barbecue dub in un pomeriggio d’agosto, mentre indirettamente buffa la versione Portishead sotto canna di New Genious (Brother), con Damon serissimo e soulful nella parte della Beth Gibbons di turno.

A dimostrazione di quanto quelle prime due cartucce fossero le uniche veramente cariche, ci penserà il terzo singolo Rock the House (novembre 2001), un rap vecchia scuola con riff di flauto e sezioni di fiati campionate da qualche swing band, a cui si sarebbe senz’altro preferito il reagge-dub di Slow Country per tastierine giocattolo, scrosci modulari dell’elettronica e un Albarn in souplesse vocale. (5.3/10)

Con il dvd celebrativo Phase One: Celebrity Take Down (novembre 2002) e gli impegni per il nuovo album dei Blur, pareva che il progetto Gorillaz venisse definitivamente accantonato, destinato a restare un capriccio isolato del biondo cantante. E invece, a dimostrazione di quanto sia diventato importante, arriva questo Demon Days (Virgin, 2005) , uscito soltanto ora dopo un anno di session sparse.

Pur con i Blur rimasti quasi interamente nelle sue mani, Albarn preferisce mettersi in gioco su piani diversi e frammentare la propria produzione: questo secondo disco arriva dopo un Think Tank (2003) non perfettamente riuscito, un disco di world music realizzato in Africa (Mali Music) e un album solista di composizioni in lo-fi destinato al ristretto giro di internet (Demo-crazy).

Alla luce di questi episodi, il nuovo lavoro pare il banco di prova per un Damon certo non finito, ma discretamente a corto di idee e desideroso di cimentarsi in arditi frullati sonici. Con un produttore come Dangermouse (l'autore di quel famigerato Grey Album che fondeva il Black Album di Jay-Z e il White Album beatlesiano), vecchi sodali a mancare all'appello (Del tha Funkee Homosapien e Nakamura) e uno stuolo di nuovi ospiti (De La Soul, Shaun Ryder, Debbie Harry, Martina Topley-Bird e …Dennis Hopper!), il risultato è decisamente più ambizioso e, volendo, anche meglio dell’esordio.

Un disco sicuramente più pensato e meditato, corredato da una produzione mainstream e multicolor, sfavillante e massimalista che, se da una parte amplifica le trovate stilistiche facendole amabilmente cozzare come pupazzetti megalomen, dall'altra sembra voler imporre all'ascoltatore una girandola di specchi. Quello che salta più all’orecchio è l’assenza di una nuova Clint Eastwood, l’impressione che dall’artigianato cut’n’paste si è passati a soluzioni d’arrangiamento sofisticate: accade nel singolo estivo Feel Good. Inc (Damon scazzato che canta Staring At The Sun degli U2 senza rendersene conto, rapping ridanciano dei De La Soul, tappeto mobile di breakbeat e scintillanti esotismi funky), nella pacata Kids With Guns (dozzine di effetti e effettivi infilati su un loop di chitarra minimo e il noioso crooning di Damon) e nella blurriana salsa caraibica El Manana – , una paletta piegata a gomito che volteggia in aria e finisce – spesso – contro la nuca del suo autore.

Gorillaz

Eppure, quando Damon azzecca la traiettoria, quelli che sembravano difetti si trasformano in pregi: Dirty Harry e O Green World sono due centri pieni: la prima, di gran lunga la migliore, si gioca un robo-chic-starsky and hutch-getto-hip-hop-vecchia-scuola con tanto di coro di bambini, e non di meno la seconda si destreggia abilmente tra spettralità e sampling gorillesco, proprio come nel più felice ideale cartoon-sonico caldeggiato da Hewlett.

Tuttavia, il subbuglio nella mente di Damon non sembra ancora essersi ricomposto: un album come Demon Days insegue la pratica post-modernista (Damon appare spesso come se fosse stato campionato dal rapper di turno) più che una qualsivoglia coerenza stilistica. Episodi diversissimi per ispirazione e concepimento si ritrovano ficcati l’uno accanto all’altro, l'hip-hop (November Has Come, F-Mf Doom e All Alone) a cozzare con i rigurgiti anni ’80 (Dare - omaggio agli Human League?), il reggae (Coming Out Of A Monkey's Head) e il gospel (Demon Days) a sgomitare con i sixties (i Beach Boys diDon't Get Lost In Heaven).

L’eccentrico melange stilistico fa girare la testa per un po', ma non è tutto oro quel che luccica. (6.4/10)

Scheda: Gorillaz

copertina pdf #91