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Pubblicazione 02 Gennaio 2006

GoodMorningBoy

I colori della fragilità

Solitudine è uno stato dell'anima, si nasce soli prima di diventarlo. S'inganna la solitudine rifiutata, ma non può durare. Solitudine t'attende al varco. E ti dice buongiorno. Due parole su Marco Iacampo.
GoodMorningBoy

Per cinque anni Marco Iacampo è stato frontman degli Elle, risposta nostrana (non l'unica) alle modalità indie tracciate da tipacci come Pavement e Sebadoh. I ragazzi non se la cavavano affatto male, due album (Caffé e Cadillacs del '98 e Bruciamo ciò che resta del 2001) pervasi da una verve giocosa e iconoclasta, sfrigolante e ipercromatica. Ma non poteva durare.

Nel 2002 gli Elle si trovano costretti a proseguire senza di lui. Perché Marco era un'altra cosa. Perché Marco forse è sempre un'altra cosa: bisognerebbe chiederglielo, se solo esistesse l'eventualità di una risposta.

Più facile ricavare qualcosa da quel suo disegnare irrequieto (cura egli stesso l'artwork dei propri album), con i colori strappati alle emozioni (e viceversa). Quasi un arrendersi alla piena del cuore che travolge le forme, forza le strutture, piega gli angoli dello stile. L'impressione è di un tipo irrequieto, uno che non si dichiarerà mai soddisfatto del proprio lavoro perché troppo è l'amore, il desiderio di farlo al meglio. Ma anche (e quindi) uno in cerca di consolazione da ogni piccolo impagabile granello di bellezza possa nascondersi nel quotidiano.

C'è dunque un doppio fardello di fragilità e inadeguatezza di cui Marco sembra perfettamente consapevole, ragion per cui deve saperlo - è inevitabile, è giusto - anche chi ascolta: ecco spiegato questa specie di teatrino da busker, ecco perché le trame fragili e preziose delle sue canzoni appaiono sistematicamente rivestite da strati d'imperfezione, da sfilacciate casualità soniche (chitarre che sferruzzano atonali, cincischii di piano e batteria, pulviscoli elettronici), ad immagine della sua anima mangiucchiata da un insopprimibile spleen.

Il (post) college rock dalle propulsioni vivide e convulse - col suo lanciare il groppo in gola oltre l'ostacolo di una società cinica e bara - sembra incagliarsi nelle secche di una sensibilità lacerata, febbrile, nevrastenica. Tra panico e lucidità, e senza molte speranze di assestamento, lo sguardo di Marco soffre la luce ma l'ambisce, agorafobico e claustrofobico assieme, fanciullesco e pessimista, rintanato ad elaborare strategie di compatibilità esistenziale.

Tutto ciò sfocia in un costante dilemma stilistico che Marco - lontano dal sapere e forse volere risolvere - è bravo a cavalcare, seppure in precario equilibrio, sbilanciato su una definizione sempre più accurata e accorata di sé. In obliquo tra i margini ed il centro della questione, tra i riflettori e l'oblio, frequenta calligrafie sghembe (il taglio claudicante di Robyn Hitchcock, l'insopprimibile marchio del lo-fi, il folk-rock post-moderno di Mark Linkous...) e visioni imponderabili (barlumi Robert Wyatt, il dark side di Alex Chilton, le ballate diafane di Neil Young) per dar vita anzi darsi vita, come se il contrario gli fosse insostenibile.

E' questa sensazione, più che la sostanza di ciò che fa, la sua forza.
 

copertina pdf #91