Un pullman, un divano a ferro di cavallo, una chiacchierata sul filo tra musica, vita e la memoria di entrambe. L'uomo parla un codice di semplici, toccanti ossessioni. Ha una fisionomia inconfondibile e l'anima contesa tra chissà quante latitudini. Può vantare qualche grosso rimpianto, molte buone frequentazioni e sentimenti ancor migliori. Mr. Howe Gelb intervistato da Sentireascoltare.
Come ti senti Howe?
Mi sento bene.
E qui da noi?
Nel vostro Paese mi trovo sempre bene, solitamente mi sento tra il bene (trad. da "good") e da Dio (trad da "Great"), questa volta non è male ma la scorsa mi sono sentito fantasticamente.
Hai scritto canzoni con titoli in italiano come Napoli e Piango, ti deve essere rimasta molto impressa la nostra cultura…
È il cibo, anzi, ha a che fare con esso. È quel mettere spezie, aggiungere sapori alla pietanza. Le sensazioni (trad. da "vibe", può significare anche "vibrazione", con possibili riferimenti musicali quindi) che questo comporta.
Wow, puoi dire che questa è evoluzione! E poi c'è il senso della famiglia, specialmente nel Sud. In posti come Napoli o la Sicilia si respirano culture diverse che si sono stratificate nei secoli. Se accosti l'orecchio le puoi ancora distinguere. È un fatto di odori, colori e profumi che si mescolano e l'amalgama è sempre ottimo.
A me piace il cibo piccante: la vostre penne all'arrabbiata sono eccezionali, ma la cosa che preferisco in assoluto è la salsa alla "Puttanesca". Ricordo molto bene i sapori di Napoli: l'olio, le alici, la marinara. Lì il cibo è fantastico.
È forse per questo motivo che hai intitolato una canzone a questa città?
In alcuni posti ci metti un po' a vedere la differenza. A comprenderne l'unicità. Sei lì unicamente per una manciata di ore e è troppo poco perché ti coinvolgano. Altri invece ti prendono (trad. da "Grab"); non so cosa sia, forse una cultura forte alla spalle, magari un particolare assetto socio-climatico, non ne ho idea; ma ogni cellula del tuo corpo si muove in modo diverso, ti senti confuso o ubriaco eppure a tuo agio.
In una parola, è travolgente (trad. da "overwhelming"). Per uno come me che è cresciuto in Pennsylvania e poi approdato a Tucson trovarsi in luoghi così unici, beh, è stupefacente (trad. "astonishing" parola usata anche come titolo di una canzone), è come se tutto possa accadere, in ogni momento. E’ un po' così.
Non chiedermi il perché, soprattutto non voglio saperlo. Semplicemente mi faccio travolgere da certi sapori (trad. da "certain flavour").
Sembrerebbe che tu sia un tipo da posti caldi e unicamente quelli. Niente di più sbagliato…
Già, non so se lo sai ma mia moglie è danese e il mio prossimo disco è stato registrato in Canada.
Di cosa si tratta? È per caso Year Of The Monkey?
Quello a cui ti riferisci è un tour only cd, questo è un nuovo progetto che uscirà in ottobre. È un lavoro solista che ha coinvolto unicamente musicisti canadesi e pure un coro gospel, non ti svelerò di più. Tornando ai luoghi: lì c'erano 43 gradi sotto zero, eppure è stato affascinate. Da un polo all'altro polo, mi piace.
Dall'età di 15 anni sono sempre stato in mezzo al deserto, ne ho attraversati tre negli ultimi trent'anni, eppure al freddo mi trovo molto bene. Mi piace tornare dalle mie parti, faccio parte di quei posti, ma non ho fretta. Ecco, mi manca molto il cibo messicano, quello che mangi a Tucson non lo trovi da nessuna parte. Quindi, se devo fare una piccola scaletta delle cucine che mi piacciono di più, direi che se la vostra è la migliore al mondo, al secondo posto c'è sicuramente quella messicana della regione Sonoran (trad da "Sonoran Style Cooking") e infine quella Giapponese.
Non pensi che i deserti e le lande artiche abbiano qualcosa in comune? Ilpo Vaisanen dei Pan Sonic in un'intervista mi ha detto che sente un bisogno fisiologico di tornare in Finlandia per osservare la sua natura, per rilassarsi…
È tutto nella mente. Certi posti la impostano (trad. da "cut") in un certo modo. Nel deserto mi affascina il fattore dell'erosione. In queste superfici hai una tasso di erosione rapido, basta un niente e l'ambiente è diverso, cambia, non è più lo stesso. Se piove poi… la cosa è istantanea. Ecco, il sound della mia band ha a che fare con il concetto d'erosione, cambia tutti i giorni, sembra la stessa ma se guardi bene non lo è affatto.
Se tracci una strada nel deserto, il deserto se la riprende. Mi piacciono gli ambienti che cambiano, che riflettano gli spostamenti dell'anima.
In ogni canzone che scrivi e arrangi non si sa mai come andrà a finire, se la decostruirai completamente o se semplicemente te la lascerai scorrere addosso. Ma è anche vero che il timbro della tua voce, il modo con cui la usi e cambiato verso la fine dei novanta. C'è una sorta di barriera, o forse di membrana…
Forse sì. È vero. Non mi piaceva la mia voce e ora mi ci trovo meglio. Tuttavia non rinnego nulla, c'era grande energia in album come Ramp, Swerve e soprattutto nel primo album a nome Giant Sand, lì c'era veramente del feeling.
Come pure nei Giant Sandworms…
Sì è vero, c’era molto energia anche lì, nonostante tutto.
Sai una cosa: quando il mondo esterno è in ordine, c’è bisogno di musica che rompa gli schemi, mentre quando quel che c’è la fuori è fuori di testa c’è bisogno di musica più tranquilla. È una questione di bilanciamento. Tuttavia quando tutto supera un certo limite, allora è necessaria una grande forza interiore per andare avanti.
Come ti senti a suonare con la nuova band?
Non sono uno di quelli che esce alla ricerca di una band, ma sento quando si crea un certo spirito. Ho vissuto per quattro o cinque mesi in Danimarca e lì ho conosciuto questi ragazzi, abbiamo registrato The Listener e dopodichè siamo andati in tour. A un certo punto, ho realizzato che l’energia era la stessa di quando i Giant Sand funzionavano alla perfezione. Quell’affiatamento che si era perduto già dalla metà degli anni novanta era di nuovo qui. Ecco perché ho riesumato la sigla.
Sono contento che tu abbia ritrovato il piacere di suonare con una band. L’abbandono di Convertino e Burns, pur pacifico e amichevole, è stato pur sempre un divorzio…
Nei primi dieci anni dei Sand, anche quando la line-up cambiava in continuazione, gente che andava e veniva, mi sono sempre trovato a mio agio; i mutamenti fanno parte della mia vita e il sound va di conseguenza. Nella successiva decade - circa verso il '93 -, anche se avevo intuito di avvisaglie che qualcosa non andava, ho pensato che dovevo andare contro i miei istinti e provare a tenermi questa band così com’era e vedere cosa succedeva. Pensandoci ora, avrei voluto lavorare ancora con John, con lui ci sono ancora delle cose che possiamo sviluppare assieme (e altre che abbiamo lasciato in sospeso), mentre per quanto riguarda Joey, sarebbe stato meglio finirla prima. Da quando si è trasferito a Tucson per formare i Calexico (circa a metà anni novanta ndr.) con lui è andata sempre peggio, ha iniziato a comportarsi in modo strano e problematico, alla fine era estenuante.
Tuttavia, facendo un bilancio, Joey Burns ha dato molto ai Giant Sand…
Mi piace molto il mio attuale bassista-contrabassista (Thøger T. Lund), è in grado di abbandonare un groove per buttarsi nella melodia, Joey in questo senso era più sinfonico (suggerisco la parola accademico ndr.), curava il suo giardino e rimaneva imprigionato nella sua cosa. Allo stesso modo adoro il drumming di Peter Dombernowsky - lo puoi sentire in brani come Piango in The Listener - ha una forza particolare, è più propellente rispetto a Convertino, e questo senza togliere nulla a John.
Parlami un po’ di quello che a mio avviso è il tuo miglior lavoro, mi riferisco a Chore Of Enchantment…
(sentendo come ho pronunciato la parola Chore - “core” – Howe mi corregge ndr.) Tutti pronunciano "core" e invece è "cior", e significa il lavoro che deve fare l'incanto, l’energia e la costanza che ci devi mettere per ottenerlo.
Quando è morto Rainer ho iniziato a scrivere molte canzoni. Non mi è mai piaciuta l'idea di comporne con un taglio triste, piuttosto avevo in mente una certa atmosfera e volevo ricrearla, proprio come un pittore che sceglie i colori da accostare per ottenere un certo effetto. Alla fine delle session, durate circa un anno e mezzo, avevo 25 brani e tutti quelli che avevano elementi di questo qualcosa sono finiti in Chore, mentre i rimanenti in Rock Opera Years.
Cambiando discorso. Facciamo un salto indietro nel passato. Che mi dici di quel Long Stem Rant che ha anticipato il lo-fi…
Quella roba è fatta di proposito incidentalmente. Ho pensato una cosa molto semplice "questo è il sound che mi piace ascoltare ora, questi sono i brani che penso vadano bene anche per te". È la presunzione di dare – e, spero, far piacere - all'ascoltatore quello che in primo luogo piace a me quando scelgo la mia musica e le mie melodie.
Ami pubblicare anche cose molto intime e scarne come la serie Down Home, per esempio. Non seguono anche queste la stessa filosofia?
Qui il discorso è un po' diverso. Come ti ho detto per Rock Opera, molte cose che non trovano spazio da altre parti finiscono nei cd “tour only” e in genere in quelli pubblicati dalla mia etichetta (la Ow Om ndr.). Ci puoi sentire una canzone al momento del suo concepimento nella stanza di un Hotel, per esempio. Mi piacciono questi lavori tanto quanto gli altri maggiori, anche qui c'è una sequenza che è fondamentale per non renderli atroci.
Come ti rapporti alle calligrafie di Lou Reed o Neil Young? Quanto il loro linguaggio (e quello dei classici) ti ha influenzato? In che modo lo ha fatto?
È vero, i tuoi genitori di insegnano a parlare, a esprimerti in un modo che è quello della loro terra, della loro area geografica. Quando ascolti la musica per la prima volta ti insegna come parlare e in questi termini Dylan, Reed e Young sono figure che mi hanno dato un forte imprinting.
Ho iniziato utilizzando il loro linguaggio, almeno fino a quando non ho trovato la mia strada e la mia voce. Tuttavia ci sono delle melodie, dei mood, che ritrovi dappertutto, sono ovunque. Prendi per esempio Felonious (un brano di The Listener ndr.), era un pensiero aperto come dire "quante volte hai sentito questo brano, quante volte è stato preso, replicato da me come da altri?". Certe melodie pare siano sempre esistite.
- Ci sono delle vere e proprie ossessioni nella tua ricerca musicale, questo è risaputo. Una tua dichiarata è The Beat Goes On…
Amavo quel riff cubano al pianoforte e lo stavo suonando mentre John Convertino provava una base alla batteria. Piano e percussioni sono un grande accostamento e in Beat Goes On il sound era letteralmente travolgente.
Sempre rimanendo in tema di covers, ogni concerto Giant Sand che si rispetti ne contiene alcune d'eccezione. Cosa ci suonerai stasera al Covo?
Mmm, questa sera unirò Johnny Cash e i Beatles, Ring Of Fire e Hey Jude. Se ci pensi sono quasi la stessa canzone, e se non ci credi te lo dimostrerò questa sera.
Ritornando al discorso dei linguaggi musicali, in un'intervista recente i Mercury Rev hanno dichiarato che c'è una differenza fondamentale nel relazionarsi alle proprie composizioni. Alcuni artisti, come ad esempio gli Oasis, sembra ne facciano un discorso di proprietà, altri come Jonathan Donahue ammettono che ciò che un musicista ha composto non gli appartiene più o addirittura non gli è mai appartenuto…
La musica è come un fiume: puoi starci, fare il bagno, dividerlo con qualcuno. Gli Oasis è come se avessero comprato un pezzo del corso d'acqua e si fossero detti "questo è il nostro covo". Ma i Rev dicono: "un giorno quel torrente potrebbe prosciugarsi, non costituire più un'attrattiva, oppure… una pioggia torrenziale potrebbe spazzare via tutto!
(Howe si ferma un attimo a riflettere, poi afferma) Se hai un grosso successo, se diventi troppo importante (trad da "large") le cose inevitabilmente cambiano: il tuo avvocato, il tuo manager, i tuoi assistenti, il tuo pubblicitario, il tuo agente, tutti prendono una percentuale e la musica che fai assomiglia sempre di più a una linea d'abbigliamento.
Diventa un po' come una proprietà privata: ci sono degli interessi in ballo, devi essere più accorto e nessuno ha interesse che tu tradisca le aspettative.
La musica, nella sua forma più naturale, è astratta, è un fiume a cui puoi attaccarti o farne parte. Quando sei nelle agende di molte persone che lavorano con te e per te, questo inevitabilmente ti condiziona. Poi c'è un discorso di diritti: non ha senso che tu faccia un album con più di 10 canzoni, se vieni pagato soltanto per quelle dalla Polishing Royality. Stare sottocoperta significa non essere vincolato da tutto ciò, ti dà la possibilità sfornare cinque brani come venti, sfruttare questo margine di libertà e trasformarlo in creatività. Non ne faccio una questione politica o ideologica, ci sono pro e contro. Tra i pro c'è sicuramente il fatto che viene pagata gente per far conoscere la tua musica in giro, per farla arrivare alla gente.
Naturalmente l'importante è sapere quello che vuoi, fare le cose con cui ti senti a tuo agio.
Tornando a parlare di tradizione e linguaggi, penso che tra i giovani che hai scoperto, M. Ward sia uno di quelli che hanno saputo meglio surfare attraverso una certa classicità. Un po' come Antony And The Johnsons, lo conosci?
Non conosco Antony ma vedi per queste cose ho la mia piccola filosofia: le cose mi devono accadere (trad. da "to find me"), se le cose non mi capitano di conseguenza non ne ho bisogno. M. Ward è stata una bella scoperta ma non l'ho cercato, era uno dei tanti ragazzi che mi consegnano i demo alla fine dei concerti. È stato lui a incontrami o forse il destino a farci incontrare. Recentemente mia figlia parlava bene di questo gruppo canadese, gli Arcade Fire, e che avrei dovuto ascoltarli. Poco dopo sono andato in Canada a registrare il nuovo album e fidandomi del mio istinto, a un certo punto delle session, ho preso con me un batterista veramente bravo, di quelli che piacciono a me. Quel ragazzo che mi aveva convinto a incidere una sezione ritmica, mi chiama ultimamente e entusiasta mi dice che sta facendo parte di una nuova band chiamata, indovina un po', Arcade Fire!
Come vedi le cose accadono e io non me le vado a cercare tuttavia, allo stesso modo di Tom Larkins, che tutt'ora suona con Jonathan Richman, Winston Watson, che è stato per un po' con Dylan, e naturalmente John Covertino, ho sempre avuto un'estrema fortuna con i batteristi. Dall'altra parte per me è fondamentale riconoscere in loro un certo tipo di sensibilità, un qualcosa di fisico che penso abbia a che fare con il battito cardiaco.
Tutti hanno uno schema ritmico naturale - nel respirare, nel parlare o nel muoversi - e io ho sempre avuto una sorta di premonizione nel trovare quello che si avvicinava al mio. Quando ti agganci (trad da "lock in" ndr.) al ritmo di qualcun altro, specie quello del batterista, la tua musica migliora non poco. Quest'asse è fondamentale.
Hai accennato a Jonathan Richman: esiste veramente un brano a firma sua con la Blacky Ranchette?
No, non esiste. Quello che hai visto o letto è la pubblicazione su un sito Internet del sogno di un ragazzo francese. Ma la cosa più divertente è stata che poco dopo aver letto questa cosa a casa mia, io, Tommy (Larkins ndr.), John Convertino e lo stesso Jonathan, mentre ci stavamo scherzando su, ci siamo trovati a un passo dall'incidere assieme. Realizzare i sogni di qualcuno ti fa sentire strano, elettrizzato.
I Giant Sandworms suonavano quel p-funk che adesso è tornato di gran moda. Che effetto ti fa sentire che ora è il turno del revival della musica che suonavi quando eri un ventenne?
Più che di revival parlerei di survival… (ride ndr.) I corsi e ricorsi nel rock ci sono sempre stati, da parte mia sono soddisfatto della mia produzione perché non mi imbarazza nulla di quel che ho fatto.
Comunque, se devo essere sincero, gli album che suonano meglio oggi di allora sono quelli di Rainer. Non ci posso credere, quell'uomo era incredibile. È come quando vedi un film da piccolo, poi lo rivedi da adolescente, infine lo guardi da adulto, ci leggi cose diverse ogni volta, a seconda della fase in cui ti trovi. I dischi di Rainer, sono come i classici jazz, acquistano forma e smalto col tempo, nelle mie orecchie ora suonano meglio che mai.
Hai mai voluto incontrare qualcuno dei tuoi miti come Dylan o Young?
No, no, assolutamente no. O meglio, tanto tempo fa ho avuto l'occasione di conoscere Young ma ho rifiutato categoricamente, ora lo farei perché penso che quando lui morirà mi mancherà molto. Diverso il discorso per Dylan, ho sempre voluto suonare il piano per lui; è sempre stato il mio sogno. Una volta ho parlato con qualcuno del suo gruppo durante una tournée chiedendogli quale fosse un buon motivo per non imbarcarmi in questa faccenda. Lui mi rispose che Dylan in tournée avrebbe utilizzato un piano digitale, un piano di questo tipo è molto limitante perché non ha gli "overtone". Però, sai, in Danimarca fanno questi piano in versione mini, chissà… Per me sarebbe come fare esperienza con un mito, con Elvis, o qualcosa del genere. Un paio di anni fa ho visto Dylan dal vivo a distanza ravvicinata, era l'anno del suo sessantesimo compleanno, ma aveva così tanta energia e voglia di suonare che il solo guardarlo mi ha appagato. C'è da imparare dai grandi vecchi come lui, anche ora. E questa è l'ultima cosa che voglio dire…
Tuttavia è sempre bello ricominciare da zero anche quando non sei più un ragazzo…
Certe volte si, altre volte ti stanchi perché stai invecchiando. E poi ci sono i figli, la famiglia. È una dualità: quando sei in tour ci pensi, ma non ci devi far troppo caso altrimenti impazzisci, e quando sei a casa e come se tutto questo - i concerti, il bus ecc. - non esistesse.
Scheda: Howe Gelb
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