2001, Glasgow. Cucina di Alex Kapranos (il suo amico Nick gli ha appena regalato un basso, a patto che ne faccia un buon uso). Alex: “Allora, vuoi imparare a suonare il basso, Bob?” Bob: “No, sono un artista, non un musicista.”Alex: “E’ la stessa cosa.”Bob: “Ok, allora.”
Sarà stata la forza persuasiva di Kapranos o l’indole malleabile di Bob Hardy, fatto sta che il primo nucleo dei Franz Ferdinand - non i nuovi eredi al trono d’Austria - Ungheria (cui il nome allude), ma quelli di una lunga e blasonata tradizione british (anche se scozzesi) - si forma dopo queste secche quattro battute. Almeno, stando a quanto essi stessi scrivono in quel divertente romanzo che è la loro autobiografia.
La storia continua, poco tempo dopo, in un’altra cucina di Glasgow. Alex sta quasi per litigare con un certo Nicholas McCarthy (reo di avergli rubato una bottiglia di vodka), quando gli chiede se sa suonare la batteria. Nick, che si trova in città solo perché un amico gli ha detto che lì è uno spasso, risponde di sì (attratto dal progetto di creare un gruppo per “far ballare le ragazze”), mentendo spudoratamente: in realtà è pianista e bassista. Manca il quarto e ultimo componente: Paul Thomson, lui sì un vero batterista, a cui però non dispiace l’idea di dedicarsi alla chitarra. Semplice il loro intento: riportare il ritmo nel rock, togliere il primato del ballo alla scena elettronica da club. Un tempo le rock band facevano anche dimenare e agitare, e allora perché non riproporre la formula ora che tutti sembrano prendersi troppo sul serio? Un principio completamente in antitesi, se vogliamo, con quanto stava accadendo dall’altra parte dell’Atlantico, in quella New York scossa dai tragici eventi politici e promotrice di una seconda - terza? - vita del r’n’r con i suoi paladini Strokes e Interpol (cantori di una tensione puramente superficiale i primi, sentita e convincente i secondi), quasi fosse una risposta all’isteria dilagante. Dal canto loro gli scozzesi, pur rivangando il passato al pari dei newyorkesi, sembrano reagire nel solo modo che conosco: il piacere e l’energia del movimento. Un party con tutti i crismi, che non si può certo organizzare nelle piccola camera di Nick, tocca perciò trovare un posto più grande. Detto, fatto. I quattro scovano per caso un magazzino abbandonato e con qualche modifica riescono a trasformarlo in una specie di factory warholiana (chiamato Chateau) in cui tutti si trasferiscono allegramente. E lì ha luogo il loro battesimo, tra fiumi di alcool e gente (soprattutto ragazze) che balla. Un festa talmente riuscita da richiamare anche l’attenzione della polizia che, piombata lì, arresta Kapranos, uno dei pochi a non essere scappato via. La questione si risolve senza troppi danni: tutte le accuse (tra cui il rischio d’incendio e, ovviamente, disturbo della quiete pubblica) cadono, ma lo Chateau viene messo sotto controllo. I ragazzi non sono però tipi che si scoraggiano facilmente. Suonano in diversi locali e alla fine riescono a trovare un degno sostituto del loro covo: un vecchio tribunale in disuso da anni. Altra festa, altro baccano, di nuovo la polizia: niente paura, questa volta si limita a staccare la corrente. A questo punto la Scozia pare stare stretta ai Franz Ferdinand, che prendono l’episodio come un segno del destino e trasmigrano a Londra, la stessa che proprio in quel momento metteva sull’altare il revival iguanico-velvettiano di Casablancas & Co. Pochi show bastano ad incuriosire un manipolo di piccoli discografici, tra cui si fa largo Laurence Bell della Domino Records, che - manco a dirlo - riesce a strappargli un contratto.
Dopo un paio di fortunati singoli usciti nel 2003, finalmente pubblicano il loro omonimo debutto (Domino / Self, febbraio 2004) e sul carro dell’emul-rock salgono anche loro, portando però un po’ di sana spensieratezza (e di esperienze festaiole alle spalle gli scozzesi ne hanno): un indie rock con ascendenze wave, tendente ai ritmi disco dai colori sgargianti. Chiaro e lampante rimane l’intento di rimestare forme e stili così compiuti da risultare, oggi, unità minime di suoni e significati - tanto da far scattare l’(in)conscio giochino del “questo somiglia a…” -, ma altrettanto evidente e prorompente è la carica godereccia sparpagliata a casaccio nelle undici tracce. Lo esprime bene l’intro acustico di Jacqueline (alla maniera dei conterranei Belle and Sebastian), che subito si dà un tono con un basso smaccatamente Pixies, chitarre rabbiose e ritmo sincopato; oppure la dance hendrixiana di The Dark Of The Matinee , seguita dai synth crudi e dal basso incalzante in Auf Achse (Depeche Mode meets Human League) e in This Fire (dagli echo doorsiani, tra Gang Of Four e Talking Heads).
E’ intrattenimento, eccitazione. E’ un gruppo di amici che si diverte (e vuol divertire) suonando. Una scrittura agile, sinuosa, impertinente che non fa mistero delle proprie ascendenze, da cui però fuoriesce l’urgenza di contrastare - in qualsiasi modo - il disagio, l’insofferenza esistenziale, prendendo a prestito la new wave (dai Television ai Bauhaus passando per New Order e Visage) per metter su quello spettacolo finto-sbarazzino urlato dal singolo Take Me Out (dentro c’è tutto quel Sound Of Young Scotland dei Josef K, dei Fire Engines, degli Orange Juice). Ruffiani e cazzoni nel punk funk di Come On Home (con respiri Radiohead primordiali) e nelle battute Gang Of Four di Tell Her Tonight, corrosivi e dissonanti come i Sonic Youth in Cheating On You e Michael, stregati dall’oscurità di Cave e dal fascino di Cocker in 40 Ft.
Undici tracce dal tiro azzeccato, che funzionano meglio in versione single, come se ogni volta ci si imbucasse ad una festa diversa, giusto il tempo di fare due salti e bere qualcosa di fortemente alcolico. Ai postumi ci penseremo domani... (7.0/10)
E basta questa sbornia devastante perché la stampa (britannica in primis) si strappi i capelli e urli al miracolo, sbattendoli su tutte le copertine, con tanto di pluri-nomination ai più ambiti premi musicali: nel giro di un anno si portano a casa il Mercury Prize, il Q e l’NME Award. Girano il globo per un paio di volte con il loro tour e partecipano ai maggiori festival internazionali, Glastonbury su tutti (ma sono passati anche da queste parti, all’Independent Days di Bologna). Energici e scatenati in versione live come ci si aspetta che siano, con i loro movimenti convulsi, le pose wave tra il freddo distacco e la trascinante impulsività sotto gli impeccabili completi dandy, e quei colori - nero, arancione e crema -, sempre gli stessi, con cui si identificano (ma non lo facevano già gli Specials trent’anni fa?). Trovano il tempo di scrivere nuovi brani e testarli all’istante su un pubblico letteralmente in visibilio. Un caos mediatico che ha fatto vendere al disco d’esordio ben tre milioni di copie, di cui uno, incredibilmente, negli States (piegando quel fantomatico e imperante snobismo verso il sound made in UK), tanto da spingere la Epic a proporre un contratto di distribuzione da un milione e mezzo di dollari, naturalmente firmato dal quartetto. Un colpo da maestri, per un gruppo di emuli come tanti ne sono nati in questi anni, segno che i Ferdinand oltre a scopiazzare (bene) ci mettono anche del loro. Non ci sorprende allora come le attese per la seconda prova in studio siano cresciute vertiginosamente durante tutto il 2004.
Ed eccolo qui, fresco di stampa, You Could Have It So Much Better (Domino / Self, 4 ottobre 2005). Un titolo (ripreso da uno dei tredici brani) che in principio non doveva esserci, in linea con il primo album e con l’idea del gruppo di non usarli, che prevedeva poi in chiusura … With Franz Ferdinand, ma che alla fine è rimasto così, come una sorta d’invito ad entrare nel loro - relativamente - nuovo universo. Relativo perché, da un primo ascolto, sembra proprio che non abbiano cambiato nemmeno una virgola a quanto già scritto: ironia a fiumi, crescendo parossistici e un’iniezione abbondante di ludica sfrontatezza. Ci sono ancora quei riff incontenibili e taglienti di chitarra (la dilaniante apertura di The Fallen, il bruciore punk scattante e nevrotico di Evil And A Heathen), i repentini cambi di tempo che in tre minuti condensano un collage di suggestioni differenti (la furia scalpitante di Well, That Was Easy smorzata dai richiami sixties), le hit martellanti e ultra adesive (la disco music da pub di I'm Your Villan e quel maledetto intreccio basso funk/chitarra di Outsiders, con i Talking Heads sempre nel cuore). Andando avanti ci si accorge poi di inaspettate carinerie, quelle piccole novità che destano maggiore sorpresa: in positivo una Walk Away che non si vergogna di rende omaggio alla The Model dei Kraftwerk con un tocco dolciastro à la Morrissey, in negativo le due ballate strappalacrime, Fade Together e Eleanor, Put Your Boots Back On che, inciampando, s’inchinano invece al cospetto dei Beatles di Abbey Road. Due episodi, questi ultimi, che probabilmente hanno il compito di avvicinare con sapiente adulazione giovani orecchie, allargando la pletora dei seguaci nel mondo, ma così svenevoli da cadere direttamente nell’oblio.
Che i Franz Ferdinand siano ancora in grado di sfornare potenziali singoli da top ten è assodato, anche a fronte di una loro maggiore - non sempre costruttiva - consapevolezza e convinzione, nonché di una produzione (in mano a Rich Costey, già al lavoro con Audioslave e Mars Volta) che punta tutti i riflettori sulle caratteristiche salienti: chitarre e sezione ritmica. Di certo non manca la materia prima, ovvero la sfacciataggine, lo sberleffo, quella genuina - ora un po’ troppo patinata - voglia di fare festa, che ancora riesce a sparare colpi vincenti. Una formula che ora pare inattaccabile e consolidata, che va dai Kinks a Bowie, passando per i Pulp e i Belle and Sebastian, fino ad arrivare ai Franz Ferdinand che rifanno i Franz Ferdinand. E a questo punto il dubbio è lecito: che i quattro scozzesi si siano divertiti un po’ troppo tra loro e loro? Stroncati no, ma deludenti sì. (6.5/10)
Scheda: Franz Ferdinand
2002-2009 SENTIREASCOLTARE music magazine. Registrazione Trib.BO N 7590 del 28/10/05
Editore Edoardo Bridda Direttore responsabile Antonello Comunale Coordinamento Gaspare Caliri
Programming Luigi Pastore Art Karin Andersen Grafica Roberto Piazza Web designing Edoardo Bridda
Info (info at sentireascoltare.com) | Ufficio stampa Alberto Lepri (alberto.lepri at sentireascoltare.com) Teresa Greco (eventi at sentireascoltare.com)
Pubblicità Music Network









