Michael Franti da sempre coniuga la musica con la condanna del razzismo, la critica alla società dei consumi e l’attivismo in favore della pace, dagli Spearhed ai Disposable Heroes Of Hiphoprisy fino al punk-rock dell’esordio con i Beatnigs, in una miscela di funky, soul, hiphop, reggae e rock. In occasione del concerto di Rimini dello scorso agosto con gli Spearhaed e della contemporanea uscita di disco (Yell Fire!) e film (I Know I’m Not Alone, qui recensito), abbiamo incontrato il musicista di S. Francisco per una chiacchierata. Questo il resoconto dell’incontro.
Il cielo si va schiarendo dopo che un breve e violento temporale estivo ha travolto Rimini. Arrivo al Velvet all’ora stabilita per l’intervista, fissata prima del soundcheck, ma Michael non c’è. È a Rimini, al pronto soccorso a farsi ricucire un piede. La sera prima, durante il concerto di Brescia è saltato giù dal palco e ha messo un piede su un coccio di vetro. Bilancio: mezza giornata in ospedale e due punti di sutura. L’abitudine di andare in giro sempre scalzo può comportare degli imprevisti. L’incontro slitta dopo la prova degli strumenti; avanza zoppicando e sorridente, si scusa per il ritardo e ci sediamo sulla riva di un laghetto, dove il sole inizia a scendere in un cielo rosso ormai pacificato.
Sì, si sono nutriti a vicenda. Sono andato in Iraq nel giugno del 2004, poi ho fatto un secondo viaggio in Israele e in Palestina nel febbraio del 2005, ho girato circa duecento ore di immagini, e mentre rivedevo il girato tornavano a galla molte emozioni. Mentre ero lì ero molto sotto pressione, da un momento all’altro poteva succedere qualunque cosa, così non potevo “sentire” tutto, e una volta tornato, ho iniziato a provare emozioni forti. Così ho preso la chitarra e ho iniziato a scrivere, lo studio di registrazione era sopra a quello di montaggio, così facevo su e giù per le scale, scrivevo e registravo; ho scritto circa trenta canzoni e poi sono andato in Giamaica per lavorare con Sly e Robbie e mi sono limitato a suonargli le canzoni.
Sì è vero, mi piacciono gli U2! Quando stavamo lavorando al film mi sono accorto che c’erano dei punti nel film che avevano bisogno di un genere di musica che tirasse un po’ su, è per questo che ho scritto questo tipo di canzoni, con un sound un po’ più rock, è ciò di cui il film sembrava aver bisogno. Quando ero in strada in Iraq, la gente mi diceva: “Non suonare canzoni che parlano di guerra, vogliamo sentire canzoni che ci facciano ballare, ridere, sorridere”; e così quando pensavo alla composizione del disco, ho deciso di scrivere canzoni che facessero ballare, ma non volevo usare delle drum machines, volevo dei musicisti veri, e Sly e Robbie fanno la mia musica da ballo preferita. Così è nato il disco.
Sì, la libertà di parola, e inoltre credo che si riesca a fare molto di più lavorando con persone motivate. Non è importante che l’etichetta sia grande o piccola, è fondamentale avere persone che ci credono, e la nostra condizione era davvero unica perché innanzitutto facevamo tutto da soli e poi presentavamo il lavoro all’etichetta, ed erano cose di cui eravamo assolutamente entusiasti, ma non abbiamo mai firmato un contratto per più di un progetto. Lo stesso è stato per il film, ho fatto il film che avevo intenzione di fare, non volevo cambiare delle cose che non sarebbero piaciute a qualcuno della produzione.
Sì, tutto il denaro che è venuto da fuori proviene dai nostri fans che hanno fatto delle sottoscrizioni, hanno messo i soldi nel cappello...
Ho sempre girato dei brevi filmati con una piccola videocamera, poi li montavo, è una cosa che faccio quasi ogni giorno; giro qualcosa, poi ci metto la musica. È un specie di gioco. Quando sono andato in Iraq non avevo ancora l’idea precisa di fare un film; pensavo di girare delle immagini e poi mostrarle agli amici o metterne un po’ sul sito, ma una volta che ero lì e ho visto quello che ho visto, mi sono reso conto che delle immagini del genere in televisione non sarebbero mai apparse, e ho sentito che era assolutamente necessario e importante mostrarle.
È esattamente per questo motivo che ho deciso di andare.
In un certo senso, sì, perché che la guerra è brutta, si sa; ma quando la vedi davvero, ti accorgi che è molto peggio di quanto non potresti immaginare. Il dolore che abbiamo provato dopo l’11 settembre a New York, immaginalo moltiplicato per mille. Ogni volta che cade una bomba la gente muore. Ogni volta che cade una bomba devono ricostruire, ma in un paese come l’Iraq non ci sono i soldi, e le cose vanno di male in peggio; a volte la gente non ha il tempo di fermarsi a soffrire e piangere i propri morti. È difficile da descrivere se non lo hai visto. Ci sono delle immagini che ritornano. Tutti ricordano la foto della bambina nuda in Vietnam che corre in strada gridando bruciata dal napalm. Sono queste le cose che cambiano l’atteggiamento nei confronti della guerra, così ho pensato che la gente dovesse vedere direttamente che cos’è la guerra, con la speranza che questo iniziasse ad aprire la mente delle persone.
Sì, è vero, penso che nessuno voglia credere che il mondo fa assolutamente schifo. E infatti non è così: il mondo è esattamente come lo percepiamo. Se pensiamo sempre che il mondo è un posto orrendo, possiamo anche stare seduti su questo bellissimo lago e metterci a litigare. Ma è necessario sforzarsi di dimostrare che i problemi si possono risolvere.
(Le numerose zanzare sulla riva del lago iniziano a pungerlo ripetutamente)
È l’ora in cui escono le zanzare!! Mi hanno raccontato una storia bellissima a proposito delle zanzare, la vuoi sentire?
È una favola che proviene da Bali, o dalla Thailandia, non ricordo esattamente. Ci sono tutti gli animali riuniti perché hanno deciso di eliminare gli esseri umani, dal momento che stanno distruggendo tutto. Allora si preparano all’attacco, ma al momento decisivo, le zanzare dicono: “Aspettate, noi amiamo gli esseri umani!”. Così, se non fosse stato per le zanzare, adesso saremmo tutti morti, ci hanno salvati! Così le dobbiamo rispettare ed essergli grati!
Sì, prima di partire condannavo pesantemente l’esercito, condannavo i soldati. Ma dopo esserci stato ho visto che nessuno di quelli che sono chiamati a combattere è lì per combattere una guerra. Molti stavano in ufficio per guadagnare del denaro. E penso anche che prima della guerra fosse possibile decidere di prendere una posizione, adesso non so più se è possibile scegliere un lato o l’altro, credo che sia invece fondamentale creare la pace; non è il caso di schierarsi da una parte o dall’altra, ma di trovare una soluzione che le tenga tutte in considerazione. E nel caso dell’Iraq e della Palestina non credo sia possibile dare a tutti quello che vogliono; in altre parti credo sia possibile trovare una mediazione, ma innanzitutto deve esserci la volontà di creare la pace, ma adesso non mi sembra di vederla.
No, perché non potevamo filmare tutto, ma molto spesso, soprattutto ai check-point in Palestina i soldati israeliani erano molto arrabbiati, ostili, ci facevano aspettare un sacco di tempo...
Sì, infatti, nessuna organizzazione, soltanto un gruppo di amici... E in qualche modo è stato meglio così, li confondevamo! Ci chiedevano: “Cosa siete venuti a fare qui?” “Dovete essere dei pezzi grossi della CIA per andarvene in giro così”. E funzionava anche quando andavamo a casa della gente, perché non sia aspettavano che volessi nulla da loro; sono abituati ad avere le Nazioni Unite o qualche ONG che va da loro a chiedergli qualcosa. Io gli chiedevo soltanto di raccontarmi la loro storia.
Io ho paura tutte le volte che devo salire sul palco, ti puoi immaginare! Avevo una paura tremenda che potesse succedere qualcosa. Avevo paura di essere rapito o che l’esercito americano non volesse che filmassi e potevano far sparire tutto. Il solo momento in cui mi sentivo al sicuro era quando suonavo, così non smettevo mai...
Ha avuto un successo enorme che nessuno di noi si aspettava. E aumenta sempre di più grazie al passaparola. Si diffonde attraverso internet, le piccole proiezioni, e cresce, cresce... Il motivo del successo credo che sia dovuto al fatto che la gente abbia le idee confuse rispetto alla guerra e il film in qualche modo li aiuta a schiarirsele.
Non credo che reagirebbe in nessun modo se lo mandassi all’inferno, se gli gridassi qualcosa in faccia. Credo che ci sia una maniera migliore di affrontare le persone. Credo che lo inviterei a cena a casa mia, lui e tutti i suoi ministri, gli offrirei un bicchiere di vino, lo inviterei a sedersi e a fare quattro chiacchiere, e a un certo punto gli direi di ordinare all’aviazione di bombardare il quartiere, solo per fargli capire che cosa significa per le famiglie vivere aspettandosi che da un momento all’altro piovano le bombe.
Adesso sto scrivendo un libro per bambini. Stamattina guardavo questo lago, pensavo alla mia ferita nel piede e mi è venuta in mente una storia. Ci sono due bambini sulla riva di un lago che stanno bevendo un succo di frutta; a un certo punto, uno dei due sta per gettare la bottiglia nel lago, ma l’altro lo ferma e gli dice che così disturbi i pesci, le rane, che così inquina il lago e che deve buttarla da un’altra parte. Così pensa di gettarla dietro alla collina, ma l’altro lo ferma di nuovo dicendo che sulla collina c’è la foresta dove vivono un sacco di animali, gli orsi, le fate. Pensa allora di gettarla in strada, tanto sicuramente qualcuno pulirà. L’altro gli dice di no, perché può rompersi e qualcuno può farsi male mettendoci un piede sopra (ride...)e alla fine decidono di gettarla nel cassonetto differenziato dove sarà presa e riciclata, per diventare di nuovo un’altra bottiglia di succo di frutta... “Ma allora cosa faremo con quest’altra bottiglia?” Alla fine decidono di metterci un fiore... Ed è un rap. E voglio anche fare le illustrazioni.
Sì ogni giorno una versione diversa... Non lo faccio per protesta, per offendere qualcuno o affermare qualcosa. Lo faccio solo perché sto comodo. Ma uno dei vantaggi è che camminando più vicino alla terra devo stare attento a dove metto i piedi, senti tutto, senti la terra; credo che anche uno dei motivi sia che nel mondo è pieno di persone che fabbricano le scarpe ma non le indossano mai perché non possono permettersele. E dobbiamo essere consapevoli della provenienza di tutte le cose, di come influenzano le persone e il pianeta. È un modo di dire: “Fa' attenzione!” ... o ti fai male!!! (ride).
Scheda: Michael Franti
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