I brani che compongono Come Homesono stati scritti durante l’estate del 2005, al ritorno dal nostro primo tour americano. Quell’avventura è stata così intensa da trasformare il successivo processo compositivo in una sorta di fiume in piena. In due settimane i brani erano tutti scritti e registrati in forma di bozze.
L’idea fissa che ha accarezzato entrambi i processi di composizione e arrangiamento dell’album è stato quella di omaggiare per quel che potevamo la tradizione americana, pur tentando allo stesso tempo di trovare un modus personale che ce ne rendesse autonomi. Un atto d’amore verso ciò che avevamo vissuto e visto con i nostri occhi.
Sinceramente non so quanto ci siamo riusciti, nessuno di noi l’ha ben capito. Anche perché tutto questo si è svolto un po’ come un lungo sogno, che ci ha portato attraverso vari cambi di formazione, questioni logistiche strambe e complicate da risolvere e quest’idea di fare un album che avesse due livelli di lettura, che potesse essere ascoltato sia dalle nostre mamme che dal pubblico più esigente e intransigente.
Il titolo rappresenta un po’ il senso dell’esperienza Franklin Delano fino ad ora. La ricerca cioè di un percorso “verso” la tradizione americana. Troppo facile infatti insistere sullo sperimentalismo tout court per nascondere l’incapacità di “confrontarsi” con una tradizione che amiamo ma che – inutile negarlo - ci ha sempre intimorito. Se quest’album ha un senso, è proprio quello del ricongiungimento con la scena country-folk-rock che ha ispirato, pur non facendone parte se non in modo marginale, i nostri album precedenti. Sentivamo il bisogno di dimostrare a noi stessi di essere all’altezza delle nostre stesse influenze.
Un po’ come se questo brandello di carta ingiallita con stampati i due nomi Franklin Delano, avesse ritrovato la pagina, o almeno il libro, da cui era stato strappato. Che poi ci fosse scritto Roosevelt o un altro cognome, questo ha poca importanza.
In realtà non è stato semplice, e a tutti ha causato qualche trauma, specie all’inizio. L’ambizione era quella di sottrarsi ai rigidi muri che separano uno stile dall’altro, e prendere spunto da un tempo in cui il blues, il jazz e il rock’n’roll stavano originandosi da un calderone unico di ritmi africani e musica popolare europea. A quell’epoca suonare l’uno o l’altro era solo questione di atteggiamento, e i confini stilistici non erano distinti. Non era definibile pop quello, e non penso sia definibile pop il nostro: non è musica costruita per colpire un target preciso, a cui viene imposta dalla grande industria discografica attraverso il potere detenuto sui media di settore. È musica per gente che ha un cuore e sa riconoscere la purezza delle emozioni, e che al contempo sa apprezzare la buona fattura di una canzone e tutto il lavoro che c’è dietro. Questo album non è stato fatto con “Hit Song Science”.
Capisco cosa intendi dire quando parli di pop, ma in questo periodo storico parlare di “pop” significa inseguire il perfetto brano da radio commerciale con il perfetto video da Mtv. Inutile dire che a noi non interessa e vorrei prenderne subito le distanze. Le melodie sono più intelligibili, questo sì. Il disco è più diretto, certo. Volevamo che le nostre mamme lo ascoltassero con piacere.
L’ambizione di partenza era quella di non stritolarsi per scelta in un percorso dark-folk dilatato e sonico (in cui la critica e il pubblico stavano per collocarci definitivamente). Abbiamo sentito il bisogno di superare ogni limitazione e di rischiare, alzando la posta.
Volevamo proprio lavorare sulle orchestrazioni, cercando di unire i Beach Boys con Otis Redding, Johnny Cash con i Velvet Underground, cosa che gli americani fanno spesso con semplicità disarmante poiché questa per loro è musica tradizionale, è nel background di tutti, come qui lo è Domenico Modugno. Noi italiani spesso non siamo in grado di mescolare tante cose insieme senza ricadere nel freddo esercizio di stile.
È stato tutto molto naturale. Avevo un quadernetto in cui ho segnato tutte le cose che il tour e la permanenza negli States mi ha richiamato alla mente volta per volta. Quindi ho smesso di scrivere testi su linee melodiche preesistenti, provando invece a cantare i testi che avevo già scritti, cercando sul momento una linea melodica – che in tal modo andava adattandosi spontaneamente al testo. È stato un processo diverso e molto interessante, che mi ha fatto capire che alternare metodi di lavoro nel processo creativo fa bene allo stesso processo.
È sempre difficile spiegare un testo. E in qualche modo anche ingiusto. Un testo deve restare polisemico, un contenitore vuoto in cui ognuno mette il significato che desidera. Per me Eight Eyes è un po’ il riassunto delle emozioni che quel primo tour americano mi ha lasciato dentro. Dalla gioia alla fatica, dallo sforzo per superare gli infiniti ostacoli e la stanchezza accumulata ai momenti catartici in cui ci siamo ritrovati ad essere tutt’uno con il pubblico che ci ascoltava. Ma, ripeto, è l’aroma del brano e dei testi che deve attecchire, una sensazione che sarebbe riduttivo spiegare a parole.
Mr. Scalise è un signore anziano di Chicago, che parla ancora correntemente l’italiano, con forte accento e ascendenza sicula. È il proprietario dello stabile dove si trovano i Clava studios in 33rd Street, e infatti lo incontrammo per caso proprio fuori dagli studi, mentre scaricavamo l’attrezzatura che ci avevano prestato i Califoneper andare in tour. Lui affittava gli appartamenti dello stabile a studenti stranieri del vicino Institute of Technology. Nel momento esatto in cui lo disse, mi ricordo di aver avuto l’immediato desiderio di essere uno studente a Chicago e abitare lì, nel quartiere italiano (Bridgeport), e pagare l’affitto a quest’uomo, uniti da una complicità da immigrati italiani, anche se per motivi e con valenze totalmente differenti. Una nuova vita: questo il senso di questo brano, e dell’eccitazione che lo pervade.
Decisamente. Il disco precedente è stato frutto di un processo misto: registrato a Bologna agli Alpha Dept è stato successivamente mixato ai Clava studios. Per un disco come Like A Smoking Gun… questo processo si è rivelato perfetto. Per Come Home, e per le ambizioni che c’erano dietro, di forte unità stilistica e di avvicinamento alla tradizione americana, un metodo del genere non avrebbe funzionato così bene. Grazie anche all’aiuto di Ghost Records, siamo riusciti a dare carta bianca a Brian Deck, a suo agio negli studi dove abitualmente lavora – a parte il missaggio, che per circostanze fortuite è stato spostato ai Soma di John Mc Entire(ma direi che tecnicamente questo è stato un bene). Questa volta, avendo anche registrato personalmente le tracce, Brian ha avuto il controllo artistico totale del progetto, e noi gli abbiamo affidato con piena fiducia tutte le scelte più difficili. In più abbiamo potuto usufruire dello studio per un tempo più lungo e curare di più tutti i dettagli, e questo si sente. È un disco anomalo nel panorama italiano, anche in questo senso.
Alcuni erano nel carnet di Brian (Nick ad esempio). Altri sono amici dell’amica Deanna Varagona (vedi Fred - Lonberg Holm, dei Flying Luttenbachers, ndr.). Noi non conoscevamo personalmente nessuno dei musicisti che hanno suonato sul disco, eccetto Jim, che è un amico. In tal modo abbiamo avuto l’opportunità e l’onore di lavorare con professionisti da cui abbiamo imparato molto.
Sentivamo il bisogno di fare un album fortemente orchestrato, e abbiamo radunato un po’ di persone amiche (eccetto Lucio – Sagone, ndr - , che ho conosciuto a un suo concerto con i Ronin, e di cui mi ha colpito molto il modo di suonare – fortunatamente, nel giro di un paio di telefonate, la collaborazione con lui si è subito concretizzata). Vittorio Demarin e Michele Sarti invece sono nostri amici da tanto, e Marcello - Petruzzi, già Caboto, ndr.- è entrato in formazione da ormai più di un anno.
Vittoria aveva bisogno di una vacanza da un modo di impostare il lavoro davvero esigente da parte nostra. Il nostro rapporto si stava deteriorando senza che ce ne rendessimo conto, e allora abbiamo convenuto che, almeno per un periodo di tempo, dovessimo separarci. Ma l’amicizia è rimasta intatta, e anzi, la novità è che lei suonerà nei prossimi concerti dei Franklin Delano, da ottobre in poi. Per il futuro si vedrà – siamo tutti profondamente cambiati dall’estate scorsa, epoca in cui questa separazione ha preso piede. Franklin Delano, sempre di più, sta diventando un progetto “aperto”. Ci ritroviamo in un’epoca in cui chi si chiude è perduto. C’è bisogno di respiro e di far fluire l’energia. Durante il periodo di cui stiamo parlando, il livello di energia si era abbassato pericolosamente.
Anche se i brani sono composti da me, Marcella è la principale “arrangiatrice” degli stessi. È il suo lavoro sotterraneo che rende il suono Franklin quello che è. Per le voci, il suo è stato un lavoro durissimo, visto che Brian l’ha obbligata a cantare con gli stessi accenti e le stesse modalità delle voci da me appena registrate. Spesso ha dovuto lottare con se stessa per riuscire ad uscire dal proprio istintivo modo di cantare, per esigenze di produzione artistica. Questo lavoro terribile è stato però anche molto proficuo e le/ci ha insegnato tantissimo. Inoltre sul disco le sue chitarre sono a dir poco notevoli. Anche qui ha dovuto sudare sette camicie per uscire dal suo stile precedente, molto improntato sull’uso degli effetti, ed aprirlo in tutte le direzioni. Le sue chitarre passano con perfetta non chalance dal rock acido ai Gang Of Four, dai Beach Boys al soul nero, da O’Rourkeai dEUS, pur non dimenticando i suoi echi, reverse e drones vari. Mi stupisco di quanto nessuno si renda conto di che incredibile chitarrista donna ci sia qui in Italia.
Come lo vedo io non conta. I passi successivi dei Franklin saranno di sicuro verso un altrove, che non resterà fermo nell’ “americana” (così come non abbiamo voluto precedentemente chiuderci nel dark-folk dilatato). Sarebbe riduttivo. Stiamo ascoltando cose nuove e abbiamo molte idee nuove. L’evoluzione è un fenomeno naturale, chi tenta di arrestare tale processo ricade nella propria parodia.
Suoneremo certamente in Italia per tutto l’autunno e l’inverno. Poi si vedrà. Questa volta ho voluto evitare di fare programmi a lunga gittata. Navigheremo a vista, e rincorreremo con più tranquillità gli obbiettivi che ci siamo sempre posti. Alcuni, spero, riusciremo ad attenderli “seduti in riva al fiume”. C’è bisogno di un po’ di respiro, e di dare alle nostre carriere musicali un ritmo più umano.
Scheda: Franklin Delano
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