Tune in
Pubblicazione 05 Febbraio 2005

Franklin Delano

Come una pistola fumante in faccia

I Franklin Delano sono la creatura del cantante / chitarrista Paolo Iocca, napoletano trapiantato a Bologna perdutamente innamorato del folk di Red Red Meat, Califone, Will Oldham, Songs Ohia e Howe Gelb. Nati nell’estate del 2002 dall’incontro con Marcella Riccardi (ex Massimo Volume) e Samuele Lambertini (successivamente sostituito da Vittoria Burattini, anch’essa proveniente dalle file del disciolto ensemble emiliano), all’indomani della pubblicazione del primo lavoro All My Senses Are Senseless Today sono stati subito indicati come uno dei nomi di punta della scena “post” nostrana. Dopo la pubblicazione del nuovo Like A Smoking Gun in Front Of Me, possiamo affermare con certezza che i Franklin Delano hanno saputo far proprio un determinato linguaggio musicale adattandolo alla propria sensibilità, al di là di ogni rigorosa definizione stilistica. Ne abbiamo parlato con il frontman del gruppo bolognese.
Franklin Delano

Intervista a Paolo Iocca 

- Anzitutto una pura curiosità: come mai questo nome?

Sentii pronunciare “Franklin Delano Roosevelt” alla tv. Era un documentario sulla seconda guerra mondiale. Mi suonò bene e lo proposi agli altri. Agli altri suonò altrettanto bene. Poi quando qualcuno mi chiedeva il nome della band in cui suonavo e gli dicevo Franklin Delano, mi dicevano tutti che quel nome l’avevano già sentito e mi chiedevano dove (quindi) avevamo già suonato. Pensai che avevo scelto un nome che funzionava davvero… A proposito: si pronuncia Franklin Dèlano!

- Quando è cominciata l’esperienza Franklin Delano? Da quali altre esperienze provenivi?

In realtà diedi un taglio netto con la musica, sia suonata che ascoltata, parecchi anni fa. Caddi in una crisi cupa da cui non sapevo più come uscire, a tutti i livelli, compreso quello artistico. È stato per una serie di fortunose coincidenze che ho scoperto il mondo dell’indie, alla tenera età di 30 anni. Ho sentito l’esigenza dirompente di ricominciare a comporre canzoni e poi di formare una band. Questo nel “lontano” 2001. Nel 2002 nasce ufficialmente la band.

- Come hai conosciuto Marcella?

Tramite Ferruccio Quercetti dei Cut. È stato lui a insistere sul fatto che Marcella sarebbe stata la persona giusta con cui condividere il tipo di progetto che avevo in mente. Le prime volte lei era un po’ dubbiosa, ma i brani le piacevano così tanto che alla fine ha deciso di starci dentro. Da allora abbiamo percorso molta strada insieme e siamo cresciuti molto sia musicalmente che professionalmente.

- Con l’entrata di Vittoria nel gruppo il vostro assetto sembra essersi consolidato…

Sì, finalmente si è creata una dinamica stabile al nostro interno. Siamo tutti e tre molto coinvolti nel progetto e ci diamo dentro tanto. A livello musicale, dopo tanti concerti, abbiamo acquisito una facilità d’interplay che ci consente di suonare anche in situazioni estreme – come a volte è successo l ’anno scorso, tipo senza spie, senza impianto...

- Con quali ascolti ti sei formato?

Guarda, sono molti gli ascolti che hanno formato la mia musicalità: dai Beatles e Lennondi quando ero bambino al metal dell’adolescenza, sono passato attraverso svariati generi musicali. Poi ho avuto il buco nero di cui ti parlavo. Ho smesso di ascoltare musica e non ho più voluto suonare. Mi sentivo un pupazzo che imitava qualcosa di perennemente già sentito. Paradossalmente era proprio l’eccesso di tecnica a bloccarmi. All’inizio del 2000 – all’epoca vivevo in Inghilterra – ho ricominciato a seguire la musica. Ho scoperto l’indie quando sono tornato in Italia. Dopo vari ascolti ho cominciato ad appassionarmi al nuovo folk americano, a partire da Red Red Meat e Califone, passando attraverso Howe Gelb, Will Oldham, Songs:Ohia, Okkervil River, Sin Ropas, Orso, Loftuse molti altri. Ora, nonostante i miei ascolti siano piuttosto vari e non particolarmente legati a questo genere, stilisticamente mi sento ancora molto legato a Tim Rutili, anche se sento di starmi muovendo oltre, in una direzione più personale. D’altronde Tim, con la sua voce e il suo stile alla chitarra, è l’artista che più è riuscito a smuovermi qualcosa dentro, facendomi tornare a suonare. Questo non si può cancellare. Ricordo ancora il giorno in cui ascoltai per la prima volta Carpet Of Horses dei Red Red Meat ed ebbi la folgorazione: quella sarebbe stata la musica che avrei fatto, quella che più di tutte toccava le mie emozioni più sepolte. Inutile dire che quando ho avuto l’onore di avere Tim Rutili a suonare sul nostro album, o quando lui mi ha ospitato a casa sua, mi sentivo come un bimbo a cui avevano portato il regalo più bello che potesse desiderare in quel momento.

- Raccontaci un po’ della realizzazione di Like A Smoking Gun In Front Of Me.

È un disco che parte da lontano, da addirittura prima dell’uscita del nostro precedente All My Senses Are Senseless Today(che, come sai, è uscito molto in ritardo rispetto alla data di registrazione). Alcuni brani sono stati già proposti dal vivo durante il tour di All My Senses…, altri sono nuovi e non li abbiamo mai proposti prima. Altri sono stati riarrangiati perché ci eravamo accorti che non funzionavano a dovere. Altri sono stati arrangiati pochi giorni prima della registrazione. Abbiamo registrato agli Alpha Dept.di Giacomo Fiorenza e Francesco Donadello, in soli cinque giorni. Per la complessità delle trame e strutture che abbiamo messo in piedi, non mi sembra vero di essere riuscito a farlo in così breve tempo. Per i missaggi siamo riusciti a concretizzare una collaborazione congiunta diBrian Deck e i Califone stessi, nonostante Brian non avesse all’inizio molta voglia di tornare a lavorare ai Clava (dove molto del suo passato musicale e professionale si era consumato insieme ai Red Red Meat, con i membri dei quali - Tim e soci - non era rimasto in rapporti troppo buoni). Alla fine è stata una bella soddisfazione il sapere di averli fatti riappacificare e il vederli lavorare insieme come ai vecchi tempi. Anche il missaggio e le sovraincisioni dei Califone hanno preso solo cinque giorni.
Oltre al disco “suonato” abbiamo cercato anche di dare al prodotto un impatto visivo che fosse particolare, fuori dai soliti schemi. Volevamo che il nostro disco fosse un pezzo d’arte tout-court. Con la supervisione del nostro consulente/piovra Onga di Basemental abbiamo curato ogni piccolo particolare, dalle copertine (stampate a mano a Chicago da Starshaped Press) agli inserti e alla serigrafia del cd.

- Quanto credete di essere cresciuti in questo ultimo anno?

Suonare dal vivo serve molto alla crescita musicale e all’identità della band. Serve anche a portare a galla eventuali incomprensioni. Ora ci conosciamo meglio e possiamo portare avanti discorsi di più ampio respiro insieme. A livello musicale c’è stata un’ascesa logaritmica. Ho sempre ripetuto alle ragazze che non sapevo come ero riuscito a comporre brani come Call It A Day o Bus Stop e che avevo paura di aver esaurito la vena compositiva. Nessuno mi ha creduto e mi sa che avevano ragione, perché poi sono apparsi all’improvviso brani nuovi come We Don’t Care, Please Remember Me e Me And My Dreams, di cui vado fiero e ai quali sono ora molto legato. Dal punto di vista dell’arrangiamento, anche Marcella ha maturato uno stile molto personale. Dopo i concerti non è raro vedere persone che suonano la chitarra fermarla per chiederle informazioni e curiosità sul suo stile e la sua attrezzatura. Anche Vittoria ha cominciato a misurarsi con cose differenti, con il country, le percussioni, l’elettronica… Il suo stile, rispetto al periodo Massimo Volume, è molto pi ù libero e può spaziare dove vuole.

- A quando risalgono i brani di questo nuovo disco?

Alcuni sono anzianotti. Your Perfect Skin Line, in versione molto diversa, è presente su All My Senses…. Poi ci sono i primi brani arrangiati con Vittoria alla batteria (prima ancora che All My Senses… uscisse): Call It A Day ad esempio. Altri come All Your Body Broken Clues, sono dello stesso periodo, ma sono stati poi accantonati per un periodo perché non ci soddisfaceva il loro arrangiamento. Addirittura Matter Of Time è stato uno dei primi brani che composi all’inizio del 2002! Gli ultimi cronologicamente sono Please Remember Me, We Don’t Care e Me And My Dreams. Il loro stile è differente da quello delle altre songs, e lascia intravedere dove i Franklin Delano potrebbero spostarsi in un prossimo futuro.

- Oltre che come realizzazione sonora, i brani sono un passo avanti rispetto al disco precedente anche come scrittura. Sembra che abbiate avuto le idee molto chiare prima di entrare in studio.

Sì, per permetterci solo cinque giorni di registrazione devi per forza di cose avere tutto già chiaro. Non abbiamo lasciato molto al caso. Anche alcuni dettagli, tipo lo sfumare di un brano nell’altro, erano già più o meno preventivati. Abbiamo lavorato interpretando le critiche al nostro precedente album. Non potevamo certo tagliare le cosiddette “lungaggini” per far piacere ai giornalisti. Abbiamo capito che per scrivere e arrangiare brani “lunghi”, c’è da studiare soluzioni differenti alla solita reiterazione dei riffs. Abbiamo lavorato molto sulle dinamiche (in questo l’entrata di Vittoria è stata fondamentale). Poi ci sono anche canzoni che nascono brevi. Ci siamo aperti alle nostre influenze senza tentare di autolimitarci stilisticamente per darci una coerenza – che sarebbe stata falsa. Abbiamo scelto di essere postmoderni e di mescolare tutto quello che ci pareva bello, senza farci troppi problemi.

- Parlami della vostra esperienza a Chicago. Come siete entrati in contatto coi Califone?

Sono un loro fan. Anche Giovanni Gandolfi (di Unhip records). Lui ci ha presentati e insieme abbiamo suonato a una festa in una casa privata qui a Bologna, nel 2003. Siamo rimasti in contatto. Per il loro tour successivo abbiamo suonato di nuovo insieme all’Acquaragia, grazie a Tizio e Matteo (Fooltribe) e ai ragazzi dell’Acquaragia –che sapevano quanto ci tenessi. Fu una serata indimenticabile. Proprio quella sera Tim e Ben, dopo che quest’ultimo era salito sul palco con noi in un paio di pezzi, presero alcuni nostri cd e se li portarono negli States, per metterli in vendita all’interno del loro catalogo. Ci dissero che in qualunque momento noi avessimo deciso di mettere piede negli States per registrare o suonare dal vivo, loro ci avrebbero dato tutto l’aiuto possibile. Pochi mesi dopo hanno mantenuto le loro promesse e ci hanno aperto le porte del loro studio e donato molto del loro tempo per suonare sul nostro disco.

- Si fa un gran parlare di post rock italiano. Sembra che questo tipo di linguaggio sia ormai una scelta primaria fra le band indipendenti, che dalle nostre parti questo idioma sia stato metabolizzato a dovere. A prescindere dalle differenze stilistiche e di scrittura che variano di gruppo in gruppo, credi si possa andare oltre questa formula? E se sì, in che modo?

Non saprei dire. Post Rock è una definizione che nasce con un limite, mi pare: quella di riferirsi ad artisti che fanno per lo più musica strumentale. Potremmo cominciare ad utilizzare il concetto in modo più vario, perché ormai gli stilemi post rock sono utilizzati a piene mani ovunque. Non so, penso che il prefisso “post” sia troppo affascinante per poter essere abbandonato ora. A meno che non ci liberiamo dell’etichetta “post-moderno”, non penso possiamo liberarci facilmente di quella “post-rock” (che ne è l’equivalente in campo musicale, suppongo). Riguardo gli artisti italiani che “suonano” post rock, mi pare che l’idioma sia stato metabolizzato fin troppo. Ora, invece di reiterarlo e renderlo un semplice esercizio di stile, sembrerebbe necessario che ognuno ricerchi la propria via all’interno di questa nicchia. Altrimenti si rischia il solito problema: passare per la copia di qualcun altro.

- Vi siete accasati presso la Madcap di Treviso. Come si profila la situazione di questo 2005 per quanto riguarda la promozione e i concerti?

Siamo sicuramente in crescita. È sempre molto difficile attirare l’attenzione, ma mi pare che questo album stia rapidamente guadagnando consensi sia tra gli addetti ai lavori che tra gli ascoltatori di questo tipo di musica. L’autoproduzione, anche in termini “fisici” ti dà modo di imparare un sacco di cose, anche tecniche, che normalmente non sono un bagaglio del musicista. Adesso conosciamo bene tutte le fasi che trasformano un’idea in un disco finito e incellophanato e questo disco lo sentiamo davvero “nostro”, frutto di un grande lavoro di squadra. È bello lavorare con i ragazzi di Madcap Collective, poiché siamo davvero una squadra e ci mettiamo tutti tanto impegno. Alla fine diventa anche divertente affrontare tutte le situazioni più disparate come un gioco, un gioco molto importante. La supervisione di Onga è stata indispensabile. I concerti meritano un discorso a parte: è sempre dura trovarli. Per questo penso di aver fatto un buon lavoro fino ad ora. Tutti si lamentano che non si va più ai concerti, io sono sicuro che sta cambiando e che la gente tornerà a frequentare i concerti (quelli che meritano). Quindi sono fiducioso nei nostri prossimi tour, anche qui in Italia.

- Che tipo di risposta state avendo, anche a livello internazionale? Suonerete all’estero?

È un po’ presto per parlare di risposte. Saremo negli States da fine Marzo a Maggio inoltrato. In Europa suoneremo invece a Giugno. La vera promozione si fa con i concerti, anche se un po’ di recensioni aiutano. Purtroppo però anche quelle spesso si ottengono solo suonando tanto in giro. Quindi non c’è scelta: suonare dappertutto, il più possibile.

- Anche se è prestissimo per parlarne, quali sono i tuoi (vostri) prossimi progetti musicali quando finirete di promuovere il disco?

Ho già qualche nuovo brano abbozzato, in realtà. Ma è davvero presto per parlarne ora. Abbiamo cinque mesi di tour. Poi si vedrà quest’estate, si faranno un po’ di conti e si deciderà in che modo proseguire.

copertina pdf #91