Sono tutte polaroid racchiuse nell’intorno di significati e simboli
appartenenti a un generico “sud”, a quella parte del mondo situata
a una latitudine dai contorni sfumati che va dal 20° al 40° parallelo.
Un’enorme differenza passa da Istanbul a Palermo o da New Orleans a
Madrid, eppure aggettivi come esotico, rilassato, caliente, fumoso, per non
parlare di mafioso e esoterico sono comunemente riferiti a una parte della
Terra percepita come distante, al ralenti, come se esistesse soltanto nella
finzione cinematografia e nell’immaginario collettivo, congelata in
un passato tanto pre-moderno quanto barocco.
Solitamente assumiamo punti di vista ambivalenti con tutto ciò che
non conosciamo: per il Sud generico l’atteggiamento consueto va da
un ripudio del degrado all’incapacità di sottrarsi al fascino
del mistero, da un osservare cinico e morale a una malcelata invidia per
la comunità e per quella solidarietà allargata tipica dei clan.
Visto con gli occhi pregiudiziali del nordista, nel meridione le cose procedono
lente e questa pigrizia s’associa curiosamente a una particolare forza
dei simboli, che sembrano più vividi solo per il fatto di essere baciati
dal sole. Lo testimonia la presa sul pubblico della filmografia di sempre:
crocifissi, completi mafiosi, ballerini di flamenco, rose rosse tra i denti,
tutte allegorie di una realtà nella quale coesistono passione, codici
e valori religiosi, aspetti capitali proprio quando nell’occidente
tecnologicamente avanzato questi temi richiamano concetti di assenza o di
vuoto, di indefinitezza del bene e del male. Nel Sud pare che un Dio esista
ancora e che sia dentro alle cose, alle persone, che sia pagano o semplicemente
il sinonimo di una natura sana e incontaminata poco importa: esiste un qualcosa
che si traduce significati e sfumature.
Anche qui le ambivalenze si sprecano: si osservano una fede negativa, che si mescola alla superstizione e all’occulto, credo strumentalizzato al potere dei forti, e una fede positiva come humus consistente, ricchezza di sfumature e regole che si devono rispettare, ma è umano (e a volte anche mortale) tradire. Nel Sud una dialettica della redenzione e del peccato rappresenta un comune teatro di vita, mentre nel Nord metropolitano tecnologia e funzione sono il corollario teorico di un pagano consumismo che svilisce ogni contenuto, annulla ogni sfumatura, assoggetta a una logica binaria e scarnificata.
Negli anni Ottanta, la New Wave più colta - e soprattutto la No Wave
- aveva a lungo sondato la strada maestra dell’alienazione e della
spersonalizzazione, e nei Novanta questo sangue avvelenato si coagulava in
una ribellione espressionista delle connotazioni apocalittiche. Cop
Shoot Cop, Jesus Lizard e Soul Coughing sono stati i protagonisti di una scena
generata delle frange più dure del decennio precedente, che mutava
la distorsione in noise senza rinunciare al funk e all’industrial.
Uno dei padri spirituali di queste band è sicuramente Jim Thirlwell,
in arte Foetus, le cui “sinfonie rock” degli anni ’80 e ’90
esprimono atmosfere apocalittiche all’insegna del più cupo nichilismo.
Spasmi, psicosi, barbarie, cinismo e contorsioni, tratti inevitabili della mutazione genetica, della cyberdisumanizzazione per cui l’uomo non è più in contrapposizione alle macchine, ma diventa esso stesso, suo malgrado, macchina e protesi, individuo assimilato da un’orda di Borg startrechiani.
Di pari passo a questo ardito filone si sviluppa una modalità d’opposizione più umana che in alcuni casi si è rivelata una salvifica uscita di sicurezza per alcuni artisti. Alla denuncia sistemica si sostituisce così la fuga per ritrovare se stessi e in questo senso il Sud rappresenta spesso un modo per svincolarsi, per sottrarsi al mondo, oppure, nel più ortodosso dei casi, il voler esprimere gli stessi concetti con arrangiamenti diversi, indagando, in un’altra parte del globo, l’analogo mal di vivere.
Tod Ashley, leader dei Cop Shoot Cop, probabilmente infervorato da una conversione
religiosa non dissimile da quella di Nick Cave, decide di sciogliere il
gruppo a metà degli anni Novanta e giocarsi la carta sudista. È un
nuovo abito quello indossato dal newyorchese, un contraltare alla tecnocrazia
anemica della metropoli che rappresenta il caput mundi del mondo bianco.
Tuttavia, la scelta operata dal musicista si pone in modo trasversale alla
dialettica sopraccitata: i fantasmi metropolitani non svaniscono, sono stati
semplicemente stipati nell’armadio per lasciare spazio al bisogno di
confessione e di ricerca, come se Abel Ferrara avesse deciso di girare le
sue pellicole tra i colori gialli ocra della sabbia, mantenendo il rosso
e il nero lucido della sua poetica.
Lo sviluppo dell’idea sudista che Ashley ha in mente consiste nel mescolare tradizioni etniche e garage rock, alla luce di un frasario barocco imperniato su temi morali che riflettono la passione e il dolore. A tale scopo il musicista arruola una pletora di musicisti di primo piano nel panorama indie newyorchese sotto la neonata ragione sociale Firewater, l’emblema della dialettica che vede il fuoco contrapposto all’acqua santa, il peccato alla propria espiazione.
Rispetto ai Cop Shoot Cop, band fondamentale dell’hardcore anni Novanta, portavoce dell’alienazione e della psicosi del Nord del Mondo, il nuovo progetto virando a Sud si profila come il suo contraltare cristiano.
Dal noise si passa a soluzioni d’arrangiamento garage, al white sound composto da muri di distorsioni e altre efferatezze elettriche (organi, bassi mefitici e chi più ne ha più ne metta) si preferisce la mescolanza di generi dall’imprinting acustico. Le liriche si cimentano in toni più grevi, sopravvissuti, rochi, barocchi, tomwaitsiani, amari, noir. Dalle urla di un mondo senza dei si ripristina quello morale di un uomo che cerca la fede.
Al pianoforte (ma anche all’organo) troviamo Dave Ouimet, membro degli indimenticabili Motherhead Bug, autori di un unico ma fondamentale album di ricerca etnica che avrà una forte influenza sulle coordinate del neo-costituito ensemble. Alla chitarra Duane Denison, leader degli altrettanto imponenti Jesus Lizard (sciolti nel 1999), autori di un originalissimo hardcore-sound sghembo e spasmodico. Infine alla batteria Yuval Gabay dei Soul Coughing, gruppo funk wave di tutto rispetto. La squadra è al gran completo e costituisce di fatto un supergruppo degno di quelli degli anni d’oro del rock.
Scheda: Firewater
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