Pubblicazione 01 Gennaio 2007
Piers Faccini
Sentimenti apolidi
Italo-inglese con base in Francia. Prima pittore poi (anche) musicista folk e blues, sulle tracce di radici che abbraccino l’America e il mediterraneo, il nord-Europa e l’Africa. La tavolozza apolide, in espansione, di Piers Faccini.
Il padre inglese ma di origini italiane. La madre un po’ polacca un po’ olandese. Quanto a lui, Piers Faccini, nasce inglese (Londra, 1970) ma cresce in Francia, dove la famiglia presto si trasferisce. Da ragazzo torna a Londra, dove vive e lavora fino agli albori del millennio. Oggi (infine?) ha deciso di vivere nelle Cévennes – sud della Francia, lassù tra le montagne ma non troppo lontano dal mare - assieme alla moglie e al figlio nato nel 2004. Siccome prima che musicista (autodidatta) Piers è pittore, scorgiamo nei suoi quadri un (comprensibile) sentimento apolide, una non-appartenenza galleggiante, intima e visionaria. Uno stare sul mondo con leggerezza e intensità, vivendo l’avventura della percezione come una sacra meraviglia di cui occorre rispettare il mistero.
Tutto ciò va tenuto presente per comprendere lo strano candore delle sue canzoni, quello spaesamento vibrante in cerca di stabilità e direzione. Nella tavolozza auditiva di Piers ci sono il folk, il blues e il jazz, ma anche i canti popolari della tradizione partenopea. Tra i suoi principali amori annovera
Leonard Cohen e
Bob Dylan,
Joni Mitchell e
Sam Cooke,
Ali Farka Toure e
Tim Hardin,
John Martyn e...
Roberto Murolo. Faccini intreccia e sfilaccia i fili che lo legano - quasi suo malgrado - al folk e al blues, chiama
Nick Drake (altro grande amore) a benedirne le movenze senza con ciò ricalcarne lo stile, perché gli interessa il sentimento e non la forma del.
Suona la chitarra, il piano, l’harmonium e la viola cinese a due corde. La sua prima band, un duetto che allestisce con la poetessa Francesca Beard sul finire dei '90, porta il nome d’un personaggio de
La linea d’ombra di Conrad:
Charley Marlowe. Con questa ragione sociale, e con l’aggiunta del batterista Frank Byng e del chitarrista Lucas Suarez, bazzicano con successo i clubs di Londra, tanto da indurre l’indipendente Slowfoot a pubblicare il loro ep
This Could Be You (edito nel 2001, ma opportunamente ristampato nel marzo del 2006). Reading poetici e folk hop, flamenco e rhythm and blues. Un buon lavoro, ma non propriamente un successo. Intanto, Piers si guadagna la pagnotta componendo soundtrack per la BBC e Channel 4. Poi, nel 2001, abbandona la band. Ma non si ferma, tutt’altro: mette a segno collaborazioni importanti e inattese, da quella col violoncellista jazz-world Vincent Segal a DJ Shalom passando per il folk obliquo di Seb Martel. Quasi inevitabile a questo punto il debutto solista.
Leave No Trace (Label Bleu, 2004) non è certo il tipico prodotto di un esordiente. Faccini ha trentaquattro anni, la produzione - di Segal - è di ottimo livello, le traiettorie estetiche sono già ben delineate. C'è più misura che impeto insomma, l'artista si presenta già fatto e rifinito. Accompagnato dalle chitarre del vecchio compagno d'avventure Lucas Suarez e da Seb Martel, più la batteria dello statunitense Jeff Boudereaux, Faccini allestisce undici ballads nel segno di un folk-blues ora febbrile ora etereo.
L'influenza di John Martyn s'impone quale sapore dominante, sia nella tiepida devozione di
Picture Of You sia nella toccante
Can't Wait Another Day (venata però da narcosi
Red House Painters), ma soprattutto tra i riverberi brumosi e gli umori medievali dell'iniziale
Where Angels Fly. Un esotismo inafferrabile attraversa la scaletta, vuoi per l'inquietante presenza della viola cinese, vuoi per il tropicalismo inesploso, intrappolato nelle ragnatele blues di
All The Love In All The World o di
Come My Demons. Se l'abilità canora di Piers tocca il massimo con
Circles Round You, dove sembra quasi sul punto d’inciampare su un incanto Drake tra palpiti di piano e arpeggi di viola, altrove uno struggimento demodé rimanda alla strategia di
M.Ward (la ninna nanna amorosa di
Catch A Flame), mentre in
Deep Blue Sea l'armonica e gli archi imbruniscono l'estasi come farebbe un
Jens Leckman colto da ugge crepuscolari. Tolti un paio di episodi fin troppo accomodanti (il suadente tepore di
Dream After Dream, il fascino artefatto di
Ugly Places), il disco è sostenuto da un'ispirazione costante, nella composizione, negli arrangiamenti, nell'esecuzione. (
6.9/
10)
Due anni più tardi, con un figlio in più e guadagnate le attenzioni del producer J.P. Plunier (quello di
Ben Harper), arriva l'opera seconda
Tearing Sky (Label Bleu, settembre 2006). Registrato in dodici giorni a Sonora, California, vede Faccini spingersi più a fondo nel cuore del suo fare musica senza cessare di girarsi attorno, di circoscrivere un orizzonte estetico ampio e - apparentemente - in espansione. Il gioco riesce meglio quando rimane tra le righe, come dimostra in negativo
Sharpening Bone, tour stilistico che parte blues ossuto e finisce per aspergere umori
Lanegan tra reggae e tribalismi nervosi. Meglio, molto meglio quando l'esotismo è appena un sapore omeopatico (il flamenco e la provenza in
Fire In My Head), una vaga ebbrezza (la bossa in
The Road's Not Long) o una vena profonda, come il sitar e le percussioni che spalmano languore
Sufjan Stevens nella magnifica
Days Like These.
La cifra espressiva si è assottigliata, è capace d'infilarsi tra le doglianze malferme d’un
Beck (quello di
Sea Change, naturalmente) e la bucolica inquietudine di Nick Drake come se tra di essi non passasse che un soffio (vedi la stupenda
Each Wave That Breaks, con ospite la voce di Ben Harper). Oppure di mescolare il furore acustico di
Jimmy Page col cesello compassato d'un
Paul Simon (
Come The Harvest), o di mandare uno struggimento
Thom Yorke ad appallottolarsi dub tra le spezie aliene della viola cinese (
Sons And Daughters). Piers è più disinvolto e coraggioso, senza con ciò pagare dazio alla forma, che rimane impeccabile. Nonostante la voce somigli sempre più ad un velluto sdrucito, o ad un filamento sul punto di spezzarsi, buttata a contrastare la nuda franchezza blues di una
Talk To Her o le schermaglie cavernose di
If I (entrambe impreziosite dal suggestivo kora suonato dal maliano Ballake Sissoko).
Pensate, se volete, ad un
Devendra Banhart che non smarrisce mai la compostezza, le radici ormai recise eppure di continuo nutrite, tanto da consentire libertà come
Uncover My Eyes, dove la voce e un impalpabile raga di sitar imbastiscono un folk-blues desertico, caldo, ispido, con caravanserraglio di pelli e archi a suggellarne il mistero. Questo disco non solo conferma tutto il talento di Piers Faccini, ma ci lascia una certezza e un dubbio, che fusi assieme recitano più o meno così: se saprà tenersi a distanza dai facili approdi (di cui Plunier è – ahilui, ahinoi – maestro), potrà contare su un ventaglio espressivo di cui al momento non s'intravedono limiti. (
7.2/
10)