La riscoperta della new wave è stata e continua ad essere, nel bene e nel male, uno dei temi portanti di questo inizio secolo. O, se non altro, quello che ha avuto maggior risalto mediatico, sia per l’accessibilità e vendibilità del materiale (ri)proposto, sia per la mancanza di fenomeni e tendenze che potessero porsi come valida alternativa a questa imperante tendenza revivalistica.
In questo caso - come per la "vecchia" new wave - parlare di una scena è quanto mai fuorviante, proprio per l’eterogeneità della proposta e per l’assenza di alcune caratteristiche fondamentali nella risoluzione di un fenomeno musicale in vero e proprio “movimento”: l’interscambio di esperienze, l’interrelazione concreta tra i gruppi e gli artisti che vada oltre la semplice collaborazione, un preciso e articolato sostrato culturale e sociale alle spalle dell’esperienza musicale, la comunanza di ideologie e di intenti.
In quest’ottica "isolata" inquadriamo gli El Guapo, formazione americana di Washington DC che, costituitasi originariamente come duo dall'incontro nel 1996 diRafael Cohen e Justin Moyer, ha subito nel tempo variazioni di line up e di sound, spaziando in un range vastissimo di esperienze sonore. Esperienze culminate, non appena giunti alla Dischord, nell’apoteosi di Supersystem, punto di non ritorno per Moyer & Co e nel contempo pietra angolare obbligata di tutta la nascente neo new-wave. Di lì in avanti il fenomeno dilaga e gli El Guapo vengono additati - non a torto, anzi - come possibile proiezione degli art-rocker This Heat. Ma qualcosa in loro muove improvvisamente altrove e le innumerevoli date live (Italia inclusa) mostrano una compagine divertita che vuol divertire, alternando le aritmie di Supersystem a quello che verrà, ovvero Fake French, step in 4/4 di lodevole istanza pop-kraftwerkiana.
Il ciclo Dischord si chiude come meglio non si potrebbe ma gli El Guapo, ora Supersystem, non appena accasatisi negli uffici della Touch & Go intraprendono un trapasso non dissimile Gang Of Four di Songs of the Free e Human League di Dare (tanto per citare due vati della vecchia new wave tanto saccheggiata dai Nostri…), cioè regalarsi con corpo e mente alle piacevolezze dei dancefloor più convenzionali (tra una Give It Away dei RHCP e la Killing In The Name dei RATM, per intenderci) perdendo quindi quella spregiudicatezza che era nel DNA dei fu El Guapo.
La risposta è ottima, in generale… amiamo suonare da queste parti, la gente è molto aperta alla musica, molto più aperta che negli Stati Uniti. Ha un approccio decisamente differente…
Quelli che citi sono i primi dischi, i più vecchi. Eravamo una band molto diversa all’epoca, circostanze diverse, persone diverse, strumenti diversi e idee differenti della nostra musica. Ci siamo conosciuti al college, io non entrai da subito nella band, mi unii a loro nel 2000, in Geography che è stato il mio primo disco con gli El Guapo. Siamo vecchi amici ormai, ci conosciamo da dieci anni, abbiamo fatto l’università insieme.
Penso che in quel disco fossimo decisamente influenzati dal nostro background accademico dato che stavamo uscendo allora dall’università dove si pensava molto alla musica, se ne discuteva molto, ne eravamo realmente ossessionati… con questo spirito arrivammo a incidere quell’album. Ma come ricordavo prima, eravamo una band molto dversa. Con Super/Systemla line up cambiò, gli strumenti cambiarono, ci fu un una netta trasformazione. Era il primo disco su Dischord, più minimale che accademico. Ci piace pensare alla band così com’è ora proprio a partire da quel disco.
Abbiamo sempre fatto musica senza pensare o aspettarci che fosse pubblicata dalla Dischord, alla fine è successo ma… non abbiamo iniziato a suonare come se fossimo un gruppo della Dischord. La Dischord è un’etichetta incredibile e Ian McKaye è davvero una gran persona. Sono felice che abbia pubblicato i nostri dischi, è grandioso…
Siamo amici dei Q and not U, siamo un po’ più giovani dei Fugazi e io vivo a New York mentre loro a Washington, siamo band differenti…
Non so chi mi piace maggiormente, Non voglio dire che preferisco qualcuno a qualcun altro…mmm, Minor Threat!
Non pensiamo per generi, non pensiamo a quei termini quando facciamo musica ma dopo aver scritto le canzoni, dopo aver fatto i concerti ci diciamo “ok, il mercato richiede che una band appartenga a un determinato genere per essere commercializzata. La nostra società è fatta in questo modo”…ecco, diciamo art-punk, art-rock, electro-rock.
Non so se essere d’accordo con il termine “ironico”, è un argomento difficile da affrontare per noi come band… il significato del termine “ironia”. Io sono una persona sarcastica nella vita, tutti noi lo siamo nella band. Ci piace uscire, parlare, scherziamo molto… penso che una parte di quel sarcasmo ha attraversato e segnato quel disco. Non è stata una scelta compositiva o artistica farlo in quel modo, è avvenuto spontaneamente…
Sì, lo abbiamo deciso… sai quando registri una canzone ti chiedi sempre come debba finire, se debba avere una struttura tradizionale o piuttosto amorfa, se interromperla di colpo o farla terminare nel pezzo successivo e in che modo terminarla. Fake French ha un approccio più tradizionale in questo senso… canzone numero uno, canzone numero due… per Super/Systemabbiamo usato un approccio con finali aperti. Se parliamo dell’album penso che abbia una struttura coesa, penso che ogni album la abbia ma in questo caso eravamo molto interessati alla lista delle canzoni, a disporle in una certa sequenza…
Musica di tutti i tipi, ascoltiamo di tutto… Rafael ha una vasta collezione di cd, dalla musica folk egiziana a quella indiana… in generale è molto interessato alla world music, a partire da quella africana.
Mmm… i nostri dischi non suonano esattamente come world music per me (ride). E’ difficile capire esattamente le influenze… solo in un paio di occasioni abbiamo deciso di fare un pezzo in un determinato stile, cioè ci siamo detti “ok, questa canzone suonerà come i Suicide” vedi Rumbledream su Super/System. Negli altri casi non siamo partiti con una precisa idea di quello che sarebbe accaduto… non diciamo “ok, facciamo un pezzo etnico, un pezzo techono, facciamo una canzone punk”… semplicemente, abbiamo molte influenze.
Possiamo dire che Super/Systemè improvvisato al 15%... abbiamo iniziato le canzoni improvvisando e poi le abbiamo riscritte in studio. Quando scriviamo una canzone, iniziamo a suonare a lasciamo che si evolva da sola. Quello che in una canzone possiamo modificare e estendere, lo cambiamo un po’, lo abbelliamo, lo addobbiamo ma in generale non abbiamo improvvisato molto nel disco.
Era professore alla nostra università. Sono stato molto influenzato da lui… l’intero universo è una sintesi di composizione e improvvisazione, lui era molto interessato a quel rapporto e alla combinazione di questi due elementi… ma è un argomento molto complesso ed è difficile parlarne, anche perché noi siamo una rock band, dobbiamo solo fare “unz unz” (ride)… ma penso che il discorso sia estremamante interessante.
In quel disco abbiamo deliberatamente deciso di concentrarci sulle canzoni in sé stesse, niente improvvisazione, niente finali aperti. Nelle esibizioni dal vivo abbiamo alcuni finali aperti ma non sul disco.
A noi tutti piace cantare, penso che la musica strumentale sia decisamente noiosa. Ritengo la voce umana molto melodica… le nostre orecchie sono fatte per ascoltare la voce, sono istintivamente portate ad ascotare la voce… è in questo modo che siamo fatti, è la scienza. Penso che per noi le voci e la loro combinazione siano molto importanti.
In generale direi di sì, ho preso lezioni di fisarmonica per alcuni anni…
Penso sia una cosa nuova specialmente per una band Dischord, in generale una fisarmonica è la stessa cosa di un organo e di un armonica, fondamentalmente è un altro suono di tastiera…
Non ho portato la fisarmonica in questo tour, l’ho lasciata a casa, è rotta…
Al momento attuale abbiamo pronta un buona metà del nuovo disco, lo stiamo eseguendo dal vivo e le canzoni suonano grossomodo come quelle contenute in Fake French a Super/System… utilizzano drum machine e sintetizzatori… almeno per ora, ma potremmo cambiare.
Sta accedendo ora a livello commerciale, ma ricordo che si provava già a metà degli anni ’90, qualcuno come Prodigy e Chemical Brothersprovava a fare suonare rock l’elettronica ma per me non suonava affatto bene, è stato un fallimento, sembrava addrittura imbarazzante… ora è una cosa normale, in ogni musica una chitarra può suonare elettronica, una drum machine può essere utilizzata in canzoni rock… ad ogni modo mi piace quel tipo di musica.
Justin è il batterista della band, il tutto è nato come uno scherzo… alcuni anni fa, andammo in Arizona a casa dei suoi nonni, suo nonno lo chiamava Justine e il padre del nonno si chiamava Justice così pensammo che la cosa fosse cool e iniziammo a chiamarlo Justice. (Martino Lorusso, Marabù, 3 novembre 2003)
Scheda: El Guapo
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