- Cosa vuol dire El Muniria?
È il nome di un hotel di Tangeri. Ci piaceva il suono della parola. In
seguito abbiamo scoperto che era l'albergo in cui William Burroughs scrisse "Il
Pasto Nudo" negli anni '50. Significa: "ciò che brilla di luce
propria", o "sorgente di luce benefica", a seconda delle interpretazioni
che ci hanno dato alcuni nostri amici arabi.
- Da chi è nata l’idea di scrivere e registrare un disco
a Tangeri?
La proposta è partita da Emidio, da tempo aveva voglia di fare un disco
in una camera d'hotel, in un luogo lontano, poco protetto. Tangeri ci è sembrata
la destinazione ideale.
- Quale è stato l’avvenimento che ha compromesso l’esperienza in Marocco? Nel comunicato stampa si parla indistintamente di un destino kamikaze…
Ci sono stati problemi relazionali, conflitti con uno dei musicisti che allora faceva parte del progetto, fattori che hanno avuto ripercussioni sulla realizzazione tecnica dei brani.
- “Stanza 218”, scomposto nei suoi principali elementi, è sia
un reading , sia una soundtrack basata prevalentemente su suoni digitali.
L’idea era chiara fin dall’inizio?
Fin dall'inizio avevamo un'idea precisa su come avrebbe dovuto suonare il disco.
Doveva essere viscerale e caldo, lirico e crudele. Un ambiente dunque cinematografico,
che si serve di parole potenti e evocative, capace di proiettare le immagini
direttamente nella mente degli ascoltatori.
- L’uso delle macchine risponde a una precisa idea estetica?
Abbiamo utilizzato il computer come strumento di registrazione, montaggio e
editing del suono. Non c'è un'idea estetica dietro questa scelta: è stata
semplicemente funzionale; ma sappiamo bene che ogni strumento definisce un’estetica
precisa, stabilisce una metodologia che sicuramente influisce sul lavoro.
- Che tipo di processi compositivi avete seguito con Mimì?
Si tratta di procedimenti analoghi a quelli da lui usati con i Massimo Volume?
Siamo quasi sempre partiti da un singolo suono, un campione, una pulsazione
di synth o una piccola cellula ritmica, tenendo presente che questi sample
dovevano comunque avere la capacità di trasmettere un'immagine, anche
sfuocata. La messa a fuoco di questa immagine costituisce il procedimento compositivo.
Si è trattato anche di scoprire a poco a poco un linguaggio comune,
di capire i nostri ruoli all'interno del progetto. Anche qui, vale la metafora
cinematografica: "Stanza 218" è stato realizzato come un film:
Emidio si è occupato della sceneggiatura e, dell'ambientazione, io ho
curato la fotografia, la luce del disco; assieme abbiamo lavorato con gli attori,
i musicisti che hanno suonato/interpretato le varie scene/canzoni del disco.
- Passiamo alle canzoni dell'album partendo dalla prima, “Santo”.
In questa traccia l'approccio cinematografico a cui facevate riferimento è eviente,
tuttavia non è “rock” ma forse è più vicina
al trip-hop… Possiamo accreditare Tricky di Maxinquaye e gli Almamegretta
di Sanacore come influenze formali?
Non conosco il lavoro di Almamegretta, mentre i dischi di Tricky,
quelli della trilogia "infernale" (Nearly God-PreMillennium-Angels)
soprattutto, sono fra i miei ascolti fondamentali; album classici che hanno
definito un suono. "Santo" è un ibrido particolare: parte
con una pulsazione di basse frequenze, c'è la slide di Dario che porta
il blues, la voce di Emidio che è "messa in scena" più che
recitata.
Il pezzo si carica di tensione e si scioglie con l'ingresso del cantato di
Luca Gemma. Poi si contrae di nuovo e si riapre nel finale con l'ingresso della
batteria suonata da Francesco Donadello. È il pezzo più antico
di El Muniria, il primo che è stato composto da quando abbiamo dato
vita al progetto.
- In “Fino in fondo” le parole sanno di rassegnazione
(“che ci stiamo a fare qui?”): forse dietro all’esotico
esperire del caldo meridione si nasconde una realtà opprimente?
"Fino in fondo" è forse il pezzo più direttamente
legato all'esperienza tangerina: non siamo andati alla ricerca di qualcosa
di esotico, piuttosto di una sorta di "altrove", un luogo che ci
desse un distacco dal posto in cui viviamo (e che conosciamo fin troppo bene).
Il senso di oppressione è legato alla densità dell'aria di Tangeri,
alla sua natura gassosa, un tipo di sensazione che abbiamo cercato di restituire
attraverso la musica; si sente nelle chitarre liquide, nei synth e
nella melodia circolare del basso. Il pezzo infine si risolve grazie un pattern
ritmico di batteria suonato da Paolo Cucco, sul quale s'appoggia una frase
di Rhodes reiterata da Fiorenza.
- L’elettronica oscura di “Sotto il sole” può ricordare
gli ultimi Radiohead. È lecito ipotizzare un’influenza del gruppo
di Oxford sugli El Muniria?
Alcuni brani del disco partono da pulsazioni scarne e ripetitive, generate
da un vecchio sintetizzatore analogico, precisamente un Roland System 100. È un
suono minimale e profondo, al cui interno una serie di battimenti disegna una
micro struttura ritmica. Timbricamente può ricordare certe soluzioni
dei Pan Sonic o dei Suicide; del resto, ogni minimalismo ritmico in chiave
elettronica è riconducibile a questi due gruppi. Degli ultimi Radiohead
conosco solo la prima, bellissima, traccia di “Kid a”, ma non ricordo
di aver mai pensato al loro suond mentre realizzavamo l'album.
- “Forse tra un attimo” può rappresentare l’apice
narrativo e musicale di Stanza 218. Un momento davvero emozionante, in cui
musica e testo, sinergicamente, possiedono una potenza evocativa di stampo
cinematografico. È così anche per voi?
È uno dei pezzi che abbiamo voluto caricare di più in
senso "emozionale". C'è un frammento melodico sul quale tutto
il brano gira, un'unica nota di basso suonata da Dario Parisini che sostiene
l'andamento ritmico e un intreccio di chitarre liquide e samples di archi di
Giacinto Scelsi, filtrati da un pedale wha wha. Questa struttura, assieme melodica
e ossessiva, unita al testo di Emidio che procede per negazioni, si risolve
nella parte finale con l'ingresso di Farfisa e mellotron suonati da Giacomo
Fiorenza. Avevamo in mente quella sorta di "gospel psichedelico" à la
Sonic Boom o Spacemen 3, dischi per i quali io e Fiorenza nutriamo un'insana
passione.
- “Dentro questo bicchiere” con i suoi due minuti e mezzo è il
brano più breve del disco. Di chi è il cantato tedesco in sottofondo?
E uno dei primi pezzi che abbiamo realizzato. Nasce dal campionamento, scomposto
e poi ricomposto in una nuova sequenza melodica, di una frase di pianoforte
tratta da un disco di Lennie Tristano. La chitarra è di Steve Piccolo
e la voce in tedesco è di Luca Gemma, che ha cantato anche in “Santo”.
- “Narrating a photograph” rappresenta uno dei momenti
più convenzionali di “Stanza 218”, ma non per questo è privo
di magia e suggestione. Chi è il misterioso cantante?
È Steve Piccolo, uno dei membri fondatori dei Lounge Lizard, a cantare
e suonare l'armonica a bocca in questo pezzo. Anche il testo è suo, l'ha
composto dopo aver ascoltato una versione ancora embrionale del pezzo.
Steve vive a Milano da moltissimi anni e continua tuttora a fare bellissima
musica. Personalmente trovo molto affascinante il suo modo di cantare. È un
misto di distacco annoiato e passione soul tipicamente newyorkese, nella tradizione
di Lou Reed ed Arthur Russel.
Il pezzo è poi cresciuto molto in fase di missaggio: abbiamo aggiunto
sulla base elettronica una batteria suonata in modo "libero" da Paolo
Cucco e un pedale basso di Fender Rhodes suonato da Giacomo Fiorenza.
- Per finire, la lunga coda di “Insieme” sembra riportarci
direttamente fra le strade di Tangeri. Quanto sono stati importanti questi
elementi sonori “esterni” nella realizzazione del disco?
Siamo andati in Marocco con l'idea di raccogliere molte registrazioni
sul campo. Gli ambienti, quelli che in gergo cinematografico vengono definiti "colonna
rumori", sono stati fin dall'inizio essenziali nel definire la poetica
del disco. Sono serviti nel dare realtà e concretezza alla scena sonora.
Il paesaggio sonoro di Tangeri ha una densità particolare: è come
se fosse scaldato dal sole e sporcato dai gas di scarico delle auto; il tutto è scandito
dal canto dei muezzin, che a ore precise satura l'aria della città.
Gli ambienti nel disco sono stati utilizzati sia come fonte sonora (processati,
filtrati e trasformati in suoni astratti), sia come istantanee, immagini di
raccordo fra un pezzo e l'altro. La lunga sequenza che abbiamo messo in coda
all'ultima traccia fotografa un momento sonoro secondo me miracoloso: dentro
la stanza dell'hotel, un bordone generato casualmente dal sintetizzatore si
mescolava al canto di qualcuno che proveniva dalla casa di fronte, in mezzo
i rumori delle cicale e il suono delle auto che scorrevano su Boulevard Pasteur. È il
brano più significativo che siamo riusciti a portare a casa da Tangeri.
- Com'è andata la vostra prima data al Covo di Bologna? Che
strumentazione avete utilizzato? Come era composta la line-up?
Direi che è andata bene. Eravamo molto emozionati, debuttavamo a Bologna...
il pubblico ha risposto molto bene, direi... e i pezzi son venuti fuori in
maniera sentita.
Per quanto riguarda il gruppo, El Muniria dal vivo è composto da: Emidio
alla voce e al basso, Alessandro "Asso" Stefana (anche con Marco
Parente, ndr.), alla chitarra elettrica e alla slide, Giacomo Fiorenza al piano
elettrico Wurlitzer e ai sintetizzatori digitali e Massimo Carozzi al campionatore
(un Roland sp808), al synth analogico (un Roland system 100) e al powerbook
(che monta ProTools e Ableton Live).
Durante il live utilizziamo inoltre delle proiezioni in super 8 realizzate
da Mirco Santi e Anna de Manincor.
Scheda: El Muniria
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