Tune in
Pubblicazione 01 Settembre 2007

Disco Drive

La lunga strada verso la cima

Musica, immagine, stile per un gruppo in costante evoluzione. Il nostro incontro con il chitarrista Alessio Natalizia che ci svela cos’è l’hip hop per i Disco Drive.
Press kit. Scatti al Marconi di Bologna
Disco Drive
2007
Press kit. Scatti al Marconi di Bologna

Incidere da indipendenti e pensare in grande è qualcosa che agli occhi della cerchia indie italiana suona quasi come una bestemmia. Tant’è che chi lo fa si ritrova ad essere suo malgrado – o forse di proposito – il bersaglio principale degli strali degli integralisti in musica. Parlate male di me, purché parliate di me, disse qualcuno. Prendiamo il caso dei Disco Drive. Un paio di anni fa pubblicarono un album che già dal titolo – What’s Wrong With You, People?– sembrava voler prendere in contropiede tutte le discussioni che di lì a poco sarebbero nate, cresciute e alimentate intorno alla band. La prima, per inciso, che è riuscita a sdoganare in Italia in maniera credibile il verbo del punk-funk, senza dover passare per patetici wannabe (scritto, per ovvie ragioni, rigorosamente in inglese).

Un gruppo più inglese che italiano, quindi, per come è stato concepito. I Disco Drive sono musica, immagine, stile. Loro ne sono convinti e consapevoli. Pure troppo, secondo molti, che infatti mostrano qualche segno di insofferenza quando vede il gruppo che posa per un servizio di moda (sic!) in una rivista patinata musicale. Per non parlare di quelli che quando passa un loro video su MTV cominciano a soffiare manco fossero gatti idrofobi. It’s a long way to the top, cantano d’altronde i DD in Things To Do Today, naturale evoluzione del percorso cominciato con il disco d’esordio. Un lavoro che all’urgenza dell’hardcore preferisce di gran lunga le lusinghe del dancefloor. Pur mantenendo, e questa è la sorpresa, un approccio dissonante di fondo. Il risultato è senza dubbio interessante. Anche se è ben lontano dalla ventata di novità che inizialmente promettevano i Disco Drive.
Nel frattempo, tra cambi di formazione (Matteo Lavagna che sostituisce al basso Andrea Pomini), EP passati sotto silenzio (The Very EP, pubblicato lo scorso anno, ultimo lavoro registrato dal trio originario) e più di trecento concerti in curriculum, riusciamo a beccare la band nel bel mezzo del loro tour in Gran Bretagna. Dove, manco a dirlo, pare stia andando tutto davvero bene. Il chitarrista Alessio Natalizia ci svela cos’è l’hip hop secondo i Disco Drive. E soprattutto si dichiara un po’ stufo del volemose bbene che sembra imperare nei rapporti tra i complessi italiani.

Parliamo di titoli. Qual è l’idea che sta alla base di Things To Do Today? E soprattutto, questa idea è inserita in un ipotetico continuum con quanto espresso da What’s Wrong With You, People?

No, non c’è nessun continuum con l’album precedente. Tutt’altro. È un disco con nuove idee e nuove tematiche. Things To Do Today si riferisce alle cose che abbiamo bisogno di fare oggi, qui e ora nel 2007.

Qualche tempo fa avevate detto che il nuovo disco sarebbe stato diverso rispetto al primo. Parlavate addirittura di hip hop. A me Things To Do Todaypare un album dei Disco Drive in tutto e per tutto (per fortuna). Mancano i ruggiti hardcore, e in qualche episodio siete più atmosferici e meno ritmici, ma la sostanza è quella. Indubbiamente. Di’ la verità. Ci volevate prendere per il culo?

Non volevamo prendere in giro nessuno. Il nostro obiettivo era quello di fare un album dei Disco Drive in tutto e per tutto ma in un modo completamente diverso. Magari l’hip hop non si sente e chiaramente la nostra intenzione non era quello di fare un disco di hip hop puro, ma è stato uno dei nostri punti di riferimento maggiori (vedi i beat di Fingers And Nails, Things To Do Today e Grow up!, e la metrica di molti cantati). In questo disco ci sono diversi strumenti e quindi nuovi timbri, diversi riferimenti, abbiamo prodotto, registrato, e mixato i pezzi in maniera totalmente diversa. Anche il modo di scrivere è cambiato e abbiamo inserito molti loop su cui si regge la struttura di intere canzoni. 

Grow Up è il pezzo che apre il disco. Ed in effetti si nota una crescita – questo sì – in fase di scrittura. Quanto è stato difficile comporre questo cd? È vera la storia del secondo, difficile album?

Non è stato difficile ma piuttosto naturale e fisiologico. Paradossalmente sarebbe stato più complicato cercare di fare un’altra volta lo stesso disco che comunque non avremmo voluto e potuto fare.

La cosa interessante è che anche se avete rallentato un po’ il ritmo dei brani, questi risultano più dissonanti e complessi rispetto a quelli di What’s Wrong With You, People…

Esatto. È proprio il risultato che volevamo ottenere. I ritmi sono meno serrati per lasciare spazio a soluzioni diverse. Prima il ritmo era elemento portante e primario, adesso contribuisce alla struttura del pezzo insieme a tutti gli altri elementi. 

Perché l’anno scorso avete pubblicato un EP? Non era meglio concentrarsi direttamente sul nuovo disco?

No. Quei pezzi sono nati insieme durante il tour del primo album e abbiamo preferito registrarli subito piuttosto che farli invecchiare aspettando che ne arrivassero altri.

Si dice che vi sentite i più bravi e i più fighi di tutti. Perché date questa impressione, secondo voi?

Forse perché quando sei convinto e sicuro di quello che fai puoi dare l’impressione di sentirti più figo degli altri. Noi non ci sentiamo più bravi e più fighi di nessuno ma neanche il contrario. Magari siamo persone che se ne stanno abbastanza per i fatti loro e anche questo nell’angusto contesto italiano può dare l’impressione di spocchia e senso di superiorità, ma non si tratta di questo. Il fatto è che il carattere di una persona nel momento in cui suona in un gruppo viene percepito in maniera diversa: se te ne stai per i fatti tuoi rischi di venire etichettato come uno stronzo. Oltretutto in Italia c’è questa regola non scritta del “volemose bbene”. E ogni volta che ti ci sottrai sei di nuovo visto come l’arrogante di turno. Ma per noi è più importante essere sinceri piuttosto che sfoderare il complimento preconfezionato. In Italia c’è troppo vittimismo e poco coraggio. 

Voi avete fatto un servizio fotografico di moda su XL. Non è un po’ pericolosa questa deriva “modaiola” dell’indie? Come se si desse troppa attenzione all’estetica e nulla alla musica…

L’estetica e la musica sono due cose che da sempre vanno di pari passo e non si escludono a vicenda. E’ chiaro che ci sono degli eccessi e basta andare in giro per l’Inghilterra per farsene un’idea. Ma il mondo indipendente italiano è talmente piccolo e chiuso in se che non ci si può permettere di escludere nessuna possibilità di arrivare ad altre orecchie (ed altri occhi).

Molti dicono che ormai l’indie sta morendo, che è sulla bocca di troppi, spesso a sproposito. Che ne pensate? Non è forse una visione troppo milanese della questione, dato che, al di fuori delle grandi(ssime) città, a vedere i concerti indie sono sempre quattro gatti? E poi, che male ci sarebbe se la musica indie riuscisse ad abbattere la barriera che si è autocostruita?

Esatto. Non farebbe male a nessuno e molte barriere inutili sarebbero abbattute.

È pur vero però che oggi si fa a gara per far diventare indie qualsiasi artista. Il Mei per esempio lo scorso anno definì Pupo un cantante “neo indie”. Concordate?

Non siamo mai stati al Mei ma diciamo che l’idea che ci siamo fatti a leggerne non è delle migliori.

Ma ai vostri concerti la gente balla? O si limita a scuotere la testa ritmicamente? Non è una cosa esasperante per una band, soprattutto per una come i Disco Drive che fa del ritmo la propria bandiera?

Sì, può portare all’esasperazione. Ma, dopo quasi trecento concerti, te ne fai una ragione. Di certo non ballano tutti come se fossero in discoteca ma per fortuna non stanno neanche immobili. C’è capitato anche di fare un pezzo e vedere qualche testa muoversi e poi ascoltarlo messo dal DJ due ore dopo e vedere tutti ballare scatenati. E la cosa comunque ha anche il suo senso.

C’è un fenomeno molto strano che sta accandendo nella musica. Ci sono molte più band rispetto a prima, ma queste hanno una carriera molto più breve rispetto ai gruppi nati qualche anno fa. Come ve lo spiegate? È tutto legato alla piaga dello scambio illegale di mp3? O c’è dell’altro? Davvero nell’indie italiano non è possibile fare progetti a lunga scadenza?

Che il cambio delle tecnologie abbia influito è innegabile. Non solo per lo scambio di file ma anche per la facilità di fare musica, registrarla e metterla online. Oggi un gruppo è un gruppo se ha una pagina su myspace e non se ha un disco fuori. A queste condizioni fare progetti a lunga scadenza è molto complicato, soprattutto se l’intenzione è di limitarsi solo all’Italia.

Sinceramente, che prospettive hanno i Disco Drive? Come vi vedete tra dieci anni?

I Disco Drive vogliono continuare a fare musica interessante e sempre diversa per il più lungo tempo possibile.

Scheda: Disco Drive

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