Prendendo spunto dal titolo della classic song statunitense di fine
800 scritta da Ernest R. Ball, si potrebbe formulare una fantasiosa,
ma assolutamente pertinente domanda circa l’estetica e l’idea
che si nasconde dietro le canzoni dei Decemberists. Domanda alla quale
il leader e fondatore, nonché autore di tutti i brani in repertorio
della band,
al secolo Mr. Colin Meloy, risponderebbe senza indugi: ”Amore,
non siamo arrivati neanche a Ottobre… Però che estate
abbiamo passato…”. Un tipo di risposta che ci si aspetterebbe
da una persona che giudica i sentimenti, i rapporti e la vita stessa,
dall’intensità con la quale sono stati vissuti e non
dalla loro durata.
Un’assoluta enfasi e, allo stesso tempo, grande eleganza e cura nei dettagli;
realismo e sobrietà agli ultimi posti, proprio come colui che vive ogni
istante di una storia d’amore come se fosse l’ultimo, eccolo Meloy,
la sua creatura dicembrina, una one man band che dà grandissima importanza
all’impatto musicale, emozionale e stilistico/contenutistico (parlando
dei testi) all’interno delle composizioni, piuttosto che porre l’attenzione
sull’organicità d’insieme finendo per far risultare i propri
lavori (in particolar modo quelli sulla lunga durata) decisamente affascinanti
ma non di meno disomogenei e altalenanti. Ma procediamo con ordine.
Colin Meloy, nativo di Missoula, si trasferisce a Portland con la
chiara intenzione di arruolare alcuni compagni d’avventura per
una campagna sonora fortemente voluta ma dai contorni non ancora delineati.
Milita inizialmente in una misconosciuta band di alternative country
(la caccia al nome è aperta…) dalla quale si separerà velocemente,
nel frattempo frequenta un proficuo corso di laurea in scrittura creativa
esercitando un talento innato e approfondendo innumerevoli letture
di classici e non.
Una volta convogliata la creatività in una manciata di testi (la cui
bontà e unicità rispetto alla media del panorama indie contemporaneo
si farà presto notare) e, arruolata la ciurma, composta dagli specialisti
Jenny Conlee (Hammond, Rodhes, piano, fisarmonica), Chris Funk (chitarre, theremin),
Ezra Holbrook (batteria, voce, percussioni) e Nate Query (contrabbasso), il
capitano Meloy (voce, chitarre, percussioni), può far finalmente salpare
il suo veliero, The Decemberists, alla conquista dei paradisi più remoti
e ricercati dell’oceano Indie.
Il suono proposto affonda le proprie radici tanto nella tradizione folk/country americana quanto in quella mitteleuropea, condita dalla malinconica spensieratezza tipica delle pop band scozzesi (Belle And Sebastian e Delgados su tutti), ma che può trovare delle più forti affinità con i Neutral Milk Hotel e con i canadesi The Arcade Fire (svuotati però della componente new wave). Aspetto assolutamente caratteristico e peculiare è la voce di Meloy, sempre indolente e spesso overtuned, sicuramente molto evocativa, riconoscibile fin dal primo ascolto e perfetta nel supportare e interpretare testi così surreali e letterari (Fondamentale anche l’apporto di Carson Ellis, autrice di tutti i progetti grafici, disegni e copertine delle uscite discografiche nonché del sito internet della band).
I primi approdi sono l’ep autoprodotto 5
Songs del 2001 (ristampato poi nel 2003 dalla Hush
Records di Portland) e l’esordio sulla lunga distanza, Castaways
And Cutouts, datato 2002, licenziati dalla Hush e
ristampati in un secondo momento dalla Kill Rock Stars (Sleater-Kinney, Deerhoof) che darà la giusta visibilità e appoggio mediatico-promozionale alla band.
Ma come tutte le spedizioni a lungo termine, anche se costellate di successi
sempre più schiaccianti (specialmente se vissute in gran parte in mare
aperto), con il passare delle onde e delle lune si creano i primi attriti all’interno
dell’equipaggio. Al posto dei dimissionari Query e Holbrook, entrano
i motivatissimi Jesse Emerson (basso elettrico,contrabbasso,percussioni) e
Rachel Blumberg (batteria, backing vocals, percussioni, glockenspiel, organo,
vibes) con i quali il quintetto di Portland dà alle stampe l’album Her
Majesty (2003, Kill Rock Star) e il mini The
Tain (inciso nel 2004 per la spagnola Acuarela);
due battaglie vinte (perlomeno a detta di gran parte della critica specializzata)
grazie alle quali Meloy può finalmente vedere crescere la propria popolarità e
credibilità fino a trovare posto nei salotti più altolocati dell’indie-pop
d’autore di oggi.
Scheda: The Decemberists
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