Tune in
Pubblicazione 01 Settembre 2007

Cul de Sac

Un'epifania a Boston

Su cosa resti oggi del post rock è dibattito acceso e in pieno svolgimento. Più facile è invece fare la conta di chi ancora c’è dopo quell’ultimo rinvigorente sussulto: tra i pochi superstiti, c’è chi guarda al proprio passato cercando lumi e chi ha cambiato pelle. A metà del guado si situano i Cul De Sac.
Cul de Sac
2007

Su cosa resti oggi del post rock è dibattito acceso e in pieno svolgimento. Più facile è invece fare la conta di chi ancora c’è dopo quell’ultimo rinvigorente sussulto: tra i pochi superstiti, c’è chi guarda al proprio passato cercando lumi e chi ha cambiato pelle. A metà del guado si situano i Cul De Sac, riportati alle cronache dalla riedizione su Strange Attractors del loro esordio Ecimin un momento in cui la loro sorte appare piuttosto incerta. Mai “famoso”, il quartetto, nemmeno entro gli angusti spazi del sottobosco indipendente americano tanto che, alla ricerca di un’etichetta che li facesse debuttare, dovettero spingersi fino in Inghilterra. Nessuna copertina, ma musiche altrettanto geniali e di più ardua assimilazione rispetto a Stereolab o Tortoise, e il problema – ammesso che lo sia – sta proprio lì. Ciò nonostante, ebbero il merito di essere tra i primissimi della loro generazione a riscoprire artisti e generi sepolti, degli splendidi precursori che calarono un poker d’assi nel giro di un lustro e prepararono il terreno alle generazioni successive. Graziata da influenze disparate e apertura mentale, la band prese forma da jam cui partecipavano sul finire degli Ottanta alcuni elementi della scena di Boston. Il tastierista Robin Amos era salito dalla Florida per entrare nei Girls e Chris Fujiwara alternava il basso ai film indipendenti, mentre Chris Guttmacher possedeva il retroterra più impensato, avendo militato alla batteria coi punk Bullet LaVolta. Ultimo ma non meno importante, Glenn Jones maneggiava abile la chitarra inseguendo il mito John Fahey, col quale addirittura intratteneva da anni una fitta corrispondenza.Dopo una gavetta che li ripagherà con affiatamento e interplay invidiabili, i nostri decidono di fissare su nastro una parte delle loro fatiche: Ecimtrova lo sbocco di cui s’è detto (Cappella, 1991/Northeastern, 1992/Strange Attractors Audio House, 2006) e porge sicuro una miscela inebriante di cui s’acorgono in pochissimi data l’esigua tiratura, e tanto è fuori dal tempo in pieno grunge. Sulla potente ritmica “motorik” di Guttmacher e l’elastico basso di Fujiwara, le sei corde intessono blues visionari e country cosmici, mentre le tastiere generano rumori che richiamano - fin dalla fumigante Death Kit Train - l’approccio allo strumento di Allen Ravenstine. Le atmosfere spaziano da folk di ricca provenienza a tribalismi, da aeriformi dilatazioni a irruzioni del primitivo; eppure, a fare la differenza con numerosi colleghi ed epigoni, non ci sono freddi virtuosismi. C’è invece senso della misura, corroborato da uno spirito surreale che bilancia eccentricità e ricerca: valga come esempio il rifacimento – fallibile perciò umano – della Song To The Siren di Tim Buckley affidata all’ospite Dredd Foole. Un’eccezionalità la voce, e il resto del programma vi rinuncia preferendo un impatto strumentale che incrocia krautrock e psichedelia (in parti anche diseguali: The Moon Scolds The Morning Star sono i Pink Floyd del 1968) o reinventa la faheiana The Portland Cement Factory At Monolith, California. La formazione onora gli stilemi di quanto Simon Reynolds etichetterà entro due anni “post rock” ma all’epoca sono tra i pochissimi, sulla scia dei disciolti Savage Republic o dei laconici Pell Mell, ulteriori referenti della wave cadenzata The Invisibile Worm. A chiudere i giochi fino alla recente ristampa, che regala tre discreti bonus che nulla aggiungono né tolgono, altre due gemme: Electar, tra Colonia e spiagge di California puntando le stelle, e l’elegia filmica dai risvolti sinistri Lauren’s Blues. (7.8/10)

Dopo una lunga pausa, il gruppo si ripresenta con I Don't Want To Go To Bed(Flying Nun, 1995), sulle prime un passo indietro a forme meno strutturate, sennonché le registrazioni sono di poco posteriori (o addirittura contemporanee) al debutto. Un’ora e un quarto di “manuale” del rock krauto, cui vanno di nuovo riconosciuti pregi di presentimento e misura. Anticipando un Tago Mago inciso dagli Amon Duul II (Doldrums) e rimasugli noise, si stende la memorabile Abandoned Hospital, ipotesi di un Miles Davis circa Bitches Brew germanizzato a colpi di crescendo minimale. Altre cose memorabili sono Graveyard For Robots (feedback sulla Repubblica Selvaggia) e Roses In The Wallpaper, incedere tambureggiante che scampa di un pelo il disfacimento. This Is The Metal That Do Not Burn invia cartoline da una Grecia che s’annebbia e incattivisce pian piano, mentre l’ottima Lully’s Gangrene suona come Careful With That Axe, Eugene eseguita da Jerry Garcia zuppo di calmanti. (7.5/10)

Guttmacher nel frattempo dà forfait, si trasferisce in California ed è sostituito da Jon Proudman: lo stile ne risente abbracciando una benvenuta fluidità discorsiva. All’altezza del terzo lp, arriva un capolavoro: il levigato e onirico China Gate(Thirsty Ear, 1996) fonde difatti ogni elemento con inventiva, temprando lo slancio psichedelico con un robusto minimalismo, sposando l’atonalità a folk e country e manifestando influssi surf fino a prima celati. In poco più di un’ora sfilano brani suggestivi e immaginifici collocati alle più disparate latitudini, conferendo al disco una marcata originalità. Sakhalin è Link Wray in Arabia (evocata a tinte fosche da James Coburn), Nepenthe e Hemispheric Events Command riassumono con epica priva di sbavature le coordinate stilistiche fin qui citate. Il mostro di undici minuti The Forth Eye conduce con mano ferma tra campi magnetici chitarristici con un gioco tra pieni e vuoti, che The Colomber riempie di un’idea a stelle e strisce della Germania anno 1972. A fine corsa, la sinuosa ed elegante Utopia Pkwy. ossequia i Can con alata bellezza.(8.0/10) Coronando il sogno di Glenn Jones, il vate Fahey acconsente poco dopo a collaborare con la band su The Epiphany Of Glenn Jones(Thirsty Ear, 1997). Un autentico paradigma per la categoria “capolavori ostici oltre il culto”: registrato in un clima per nulla idilliaco, col Maestro a insultare e maltrattare i volenterosi allievi, affresca complesso e intimidente tortuosi, lunari blues, sfregiati da paradossali folate da dopo bomba. L’assidua frequentazione evidenzia i risvolti di Maggie Campbell Blues, Come On In My Kitchen (da Robert Johnson) e Magic Mountain, mentre il finale palesa un’ostilità che trova un senso nell’insieme. Un epocale lavoro sul corpo del blues, insomma, che ne esce rinato in forme inedite, tolto dal museo e restituito al mondo vivo e scalpitante.(8.0/10)

Dopo una tale fase creativa, il suono dei Cul De Sac si cristallizza con un “ritorno a casa” che ricorre spesso nelle band d’oltreoceano, dalla svolta dei Grateful Dead fino alle rivisitazioni dei Royal Trux. Come costoro, però, si conserva qualcosa delle esperienze precedenti che mantiene viva la fiamma. Crashes to Light, Minutes To Its Fall(Thirsty Ear, 1999) testimonia compattezza e sonorità più potabili, grazie anche all’esplosione coeva del fenomeno “post rock” a livello mediatico più elevato.

Nella line-up Michael Bloom ha preso il posto di Fujiwara, e la  psichedelia non è mai stata così presente come nell’imponenza di Sands Of Iwo Jima e nella  meditazione A Voice Through A Cloud. La collaborazione con l’uomo di Takoma Park torna nell’inquieta On The Roof Of The World, redenta in apertura da Etaoin Shrdlu che mescola elettronica e tradizione ellenica (7.3/10). Da più parti si accusa il gruppo di revivalismo, che chi scrive legge invece come un sereno rifarsi a tragitti più familiari senza adombrare il gusto per la ricerca. Prova ne sia che il seguente Immortality Lessons (Strange Attractors, 2002) è tutto dal vivo, con brani in maggioranza inediti e di buon livello, vetta una The Dragonfly's Bright Eyein sosta nell’alveo psichedelico floydiano senza perdere di vista il calendario, come del resto fanno gli orientalismi del brano omonimo (7.2/10). Devono passare altri quattro anni perché si possa ascoltare un nuovo disco in studio: Death Of The Sun(Strange Attractors, 2003) aggiunge Jonathan LaMaster (violino e basso) e Jake Trussell (tastiere e giradischi) ad Amos, Jones e Proudman. I nuovi innesti apportano linfa e verve nel  collage Dust of Butterflies e nella battente Turok Son Of Stone, e sorprende il raga indiano Bamboo Rockets( 7.0/10). Disco di buon peso, che lasciò perplessi i più, ma non quanto giunto da allora in poi: la colonna sonora Strangler's Wife(Strange Attractors, 2003) consta di abbozzi ben eseguiti ma è  occasione sprecata da una band altrove maestra nell’arte di evocare (6.3/10).

Jones gioca nel 2004 la carta solista con This Is The Wind That Blows It Out (Strange Attractors, 7.0/10), lp di “primitive guitar” sincero nel riverire Fahey e Robbie Basho e superiore al doppio Abhayamudra (Strange Attractors, 2004, 5.0/10), che documenta alcune date dell’ex Can Damo Suzukicoi bostoniani ad accompagnarlo. Materiale improvvisato sul palco sfilacciato e indulgente, svago d’autore poco significativo e avvolto da una patina retrò, lontana dagli ottimi concerti che la band è solita offrire. Notizie di fine estate 2006 danno l’ex batterista dei Karate Gavin McCarthy in squadra, e chissà che effetto potrà avere. Nel frattempo, in attesa che i dubbi sul futuro si sciolgano, rimettiamo su Ecim e China Gate riflettendo un’ennesima volta su quell’epifania di Glenn Jones, che portò in dote una meraviglia grande quando tanti erano ancora piccoli o neppure nati.

Scheda: Cul de Sac

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