Definizione di conjoint analysis: una metodologia utilizzata per stabilire l’importanza relativa di diversi elementi nell’approvvigionamento di un bene e/o di un servizio. Messa così è un po' fredda, lo so, ma val bene tentare di applicarla a questo combo tedesco attivo dal 1997. Sono in quattro, e fanno una combriccola piuttosto eterogenea. David Moufang - ai più noto come Move D- ed il chicagoano Jamie Hodge sono gli smanettoni elettronici, il primo autore di fortunati lavori per Warp e co-fondatore di Source Records (per la quale licenzia nel '96 il fondamentale Kunststoff, appena ristampato da Buro/CCO), l'altro già al lavoro col celebre dj minimal-techno Richie Hawtin (a.k.a. Plastikman). Al reparto jazz troviamo invece il chitarrista di stampo avant Gunter Ruit Kraus ed il veterano Karl Berger, pianista e vibrafonista con nel palmares collaborazioni invero "mostruose" (Ornette Coleman, Don Cherry, Lee Konitz, Bill Laswell...). Elementi diversi, dunque, anzi diversissimi. Ma con nel mirino la stessa fuga prospettica, quella dove si stemperano e forse s'incontrano appunto il jazz e l'elettronica, paradigmi sonori – se volete - di analogico e digitale, di biologico e virtuale. Di “suonato” e “simulato”. Una ibridazione calcolata sulla contiguità tra i palpiti procurati dalle sollecitazioni electro (ambient, downtempo, techno, glitch, minimalismo, trip-hop...) e certo jazz che prende le mosse dalle geometrie della fusion, quella più astrusa e inafferrabile come l'andava inventando Miles Davis previo gli utili indirizzi di Joe Zawinul (un titolo su tutti: In A Silent Way).
Il primo album è firmato e intitolato coi cognomi dei quattro (Berger Hodge Moufang Ruit, Source 1996), forse per evidenziare più l'incontro/scontro che non la persistenza del progetto. Che però ha continuato a dare frutti, per poi – una volta ribattezzatosi Conjoint - alzare l'asticella con l'opera seconda Earprints (Source, 1998). Se il debutto sembra rappresentare un approccio alla questione, nel quale digitale e suonato si guardano con circospezione, si sfiorano dentro strutture ritmiche piuttosto fredde e a tratti frettolose, nell'opera seconda abbozzi impressionistici e cadenze più vivide concedono al vibrafono vaporoso, alle evanescenze sintetiche, alle calde stilettate di chitarra, ai droni e agli scalpiccii di definire un paesaggio spaesato e avvolgente, di azzardare languori venati d'angoscia e guizzi foderati di humour, di meditare sui rapporti tra le diverse consistenze/persistenze timbriche, nella diversa capacità di manipolare il vuoto/silenzio. Ne consegue una rassegna di pose dinamiche ovvero una danza moderna della percezione. Con un difetto apparentemente irriducibile: le macchine e gli strumenti continuano a muoversi su piani sfalsati, appartengono formalmente e (quindi) poeticamente a specie estranee.
Formula che si ripete, con gli opportuni aggiornamenti (del resto sono passati otto anni), in A Few Empty Chairs(Buro/CCO, ottobre 2006), dove tutto accade con più disinvoltura, con
il misto di naturalezza e audacia di chi sa di aver precorso i tempi
(ad esempio rispetto a certe tutto sommato consimili “intenzioni” di Tied & Tickled Trio o Squarepusher).
Alle frammentazioni ritmiche (Kranky) rispondono le dense evoluzioni ambientali (Ruit SIlvermoon), alle liquide peregrinazioni fusion/free (la title track) fanno eco sinuosità trip-hop ricondotte alle calde movenze del blues (Blue & White). Un'avanguardia così accattivante da non sembrarlo (lo è?). Nel conseguire la quale i Nostri non perdono il vezzo d'interloquire con una certa sufficienza, di fatto aggirandosi in territori seducenti ma abbastanza sterili (Seven Quarters, Frentic), episodi nei quali la componente electro è perlopiù accessoria, mero agitatore/perturbatore ritmico, mentre vibrafono e chitarra intrecciano i rispettivi assoli con accorto mestiere e la fantasia al guinzaglio.
Momenti pressoché inerti, rispetto ai quali la ricerca davisiana (trent'anni e rotti fa), con le sconcertanti dilatazioni e dissoluzioni armonico/timbriche, sembra avanti di decenni. Miles che ritroviamo in guisa di fantasma ad aleggiare a mò di tromba sordinata nella sospensione digitale di Ice Tango, che appunto consuma l’ennesimo senso di struggente insolubilità, techno-ambient minimale e jazz nel guado tra cool e free come un gioco di specchi e riflessi che non saranno mai una superficie sola. Il fascino di questo progetto è (anche) la languida nitidezza con cui rappresenta la propria sostanziale impotenza. (6.3/10)
Scheda: Conjoint
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