Drop Out
Pubblicazione 18 Marzo 2007

Bobby Conn

Sangue, sudore e passione

L’essenza del rock and roll rivive nella musica di questo appena quarantenne musicista di Chicago. Un uomo di fronte al quale ci si dovrebbe inchinare per il solo fatto di aver contribuito a salvaguardare il cattivo gusto, da Elvis a Madonna.
Bobby Conn
2006

Giurassico, per dirlo alla maniera dei Simpson, rigurgito schifoso dell’epoca del pomp rock, figlio illegittimo di Ziggy Stardust e Freddie Mercury, cugino impossibile di Darby Crash; avrebbe fatto la sua figura sul palco o dietro la console in quell’orgia di vita ed eccessi che era il Paradise Garagemagari sculettando strafatto di polvere d’angelo accanto a Lerry Levan. Il Bobby Conn uomo/musicista è un qualcosa di indecifrabile, troppo moderno, troppo avanguardista nel suo essere irrimediabilmente retrò. Uno che se la fa con le New York Dolls e gli Abba, il concept rock e le canzoni da chiesa.
Una puttana, verrebbe da dire, ma allora perché Bobby Conn è così importante per la nostra sopravvivenza musicale? Forse perché  rappresenta tutto quello che avremmo sempre voluto che il rock and roll continuasse ad essere, l’ambiguità, l’eccesso, il nichilismo, il sesso, la netta superiorità dell’artista sull’individuo, l’ultimo baluardo di quella barriera invisibile che divide noi comuni mortali da chi, giorno dopo giorno, rimette in gioco se stesso tentando di autodistruggersi, in un fragoroso ma meraviglioso gioco al massacro. Bobby Conn è la cruda carne della nostra ingenuità adolescenziale, quando saltavamo sul letto roteando le nostre chitarre invisibili, sognavamo e toccavamo groupies nascosti nell’angolo più lontano del nostro cesso, quando davanti pensavano non esistesse futuro. E’ il rivedersi appassionati ad una cosa che la passione non è più in grado di sprigionare.

Who’s The Bobby?

Jeffrey Stafford(questo il vero nome di Conn) nasce circa quaranta anni fa nella città di New York che lascia, però, giovanissimo per trasferirsi a Chicago, più precisamente nel sobborgo di St.Charles. Come ogni adolescente inebetito, Jeffrey colleziona le prime esperienze musicali/sessuali durante gli anni del liceo in seno alla formazione hardcore dei The Broken Kockamamies, con la quale ottiene un discreto successo tra i coetanei in virtù di alcune performance live decisamente sopra le righe. Coetanei emarginati, ovviamente, gli atri, quelli “fighi”, già ballano al ritmo di una new wave posticcia importata dall’Europa. Terminato il liceo la band si scioglie e Jeffrey si incammina verso altri lidi, musicalmente più congeniali al suo temperamento istrionico, entrando a far parte del trio prog rock dei Conducent. L’avventura con la nuova band, iniziata nel 1989, dura la bellezza di cinque anni senza però produrre alcun tipo di risultato tanto che Jeffrey, una volta sciolta la formazione, decide di continuare il proprio “viaggio” da solo inventandosi una carriera solista ed un nuovo personaggio a metà strada tra Iggy Pop ed un supereroe da fumetto: Bobby Conn.

Per farsi notare in una Chicago di metà novanta, immersa in pieno trip “post rock” (l’omonimo debutto dei Tortoise è datato 1994), il Nostro attacca con decisione su quello che è il suo territorio preferito, il live, mettendo in scena una serie di show travolgenti i cui tratti distintivi sono tracciati dall’ambiguità e dall’eccesso, in aperto contrasto con la rigidità e l’intellettualità delle performance partorite da gran parte della scena underground della città in quel determinato momento. Sul palco assieme a lui, una formazione ridotta all’osso costituita dall’ex Conducent Dj Le Deuce e la violinista Monica Bou Bou. Le etichette discografiche cittadine, concentrate in questo momento su altri suoni, non concedono chanche al Nostro che tra il 1995 ed il 1997 riesce a pubblicare soltanto due sette pollici: Who’s The Paul per Casablanca e Never Get Aheadper Truckstop. Proprio questa ultima label intravede nel personaggio un possibile elemento di rottura e di novità con quella che è la scena rock cittadina, oramai sempre più persa nel “nuovo” fenomeno post rock, ed offre a Bobby la possibilità di incidere il suo primo, omonimo, album solista.  La copertina, una caricatura del Nostro intento a maneggiare con cura un microfono ed una croce rovesciata, è, già di per se, un biglietto da visita più che sufficiente ad intuire il carattere nichilista e provocatorio dell’album che in appena nove tracce dissacra, attacca e distrugge quaranta anni ed oltre di pop music. Basterebbe la sola Who’s The Paul #16, tredici minuti di taglia e cuci degni dei migliori Negativland, costruiti grazie ad una serie infinita di frammenti vocali e strumentali riconducibili a Paul McCartney per l’occasione suonati e registrati alla metà della velocità originale, per consegnare l’album alla storia ma Bobby, per questo suo esordio decide di andare oltre giocando con il soul/jazz ultra politicizzato della Black Jazz Records nell’iniziale Overture, con le stigmati di Prince (altro suo pallino) in Sportsman, con il funk/rock nella disgregante No Money No Kids, con il folk in Axis ’67 (Part One) e persino con se stesso, riproponendo il suo primo singolo Who’s The Paul in una incredibile versione a 33 giri. Se l’intento del Nostro era quello di farsi notare, Bobby Conn colpisce ed affonda l’obbiettivo al primo colpo. (8.0/10).

La miccia è accesa. Il Nostro ha un cassetto straripante di pezzi da condividere ed una gran voglia di farlo nel minor tempo possibile, tanto che dodici mesi più tardi è già in circolazione il suo secondo album solista Rise Up! (Atavistic 1998). Che qualcosa sia cambiato dall’omonimo debutto lo si capisce, anche in questo caso, dalla copertina, con Bobby ritratto in primo piano forte di una acconciatura stile Byrds mentre sullo sfondo si fanno reali le avvisaglie di una società retro/futurista. Rispetto al suo predecessore, infatti, Rise Up! concede maggiore attenzione alla forma canzone e si divincola tra una serie di omaggi e citazioni che il buon Conn dedica ai suoi idoli/feticci di sempre. La title track, ad esempio, è puro Bowie, United Nations, Baby Man e White Brad si rifanno al glam and roll di mr. Marc Bolan, California è il “solito” funkettino alla Prince mentre Lullaby è uno scherzo divertente tra circo e cabaret. Omogeneo e fruibile, Rise Up!rappresenta un  momento di grande solidità pop ed anche il punto di svolta nella carriera di Conn che da qui in avanti inizierà a combattere la sua personale battaglia contro le desolazioni ed i luoghi comuni del rock contemporaneo. (7.0/10)

Con la pubblicazione di Rise Up! Conn entra nell’orbita della Thrill Jockey etichetta alla quale legherà il proprio nome per tutti i lavori futuri ad iniziare dal singolo Llovessonngs (Thrill Jockey, 1999). Il primo episodio sulla lunga distanza per l’etichetta cittadina, The Golden Age(Thrill Jockey, 2001), arriva dopo un’attesa ed un silenzio discografico lungo circa due anni, periodo durante il quale Bobby riassesta la line up della sua band inserendo una serie di nuovi musicisti che avranno il compito di supportarlo anche dal vivo. Non cambia, invece, l’attitudine del Nostro sempre sbilanciata verso un rock ambiguo e dalle fosche tinte sexy che in The Golden Age trova la sua definitiva dimensione, attraverso una sapiente miscela di sperimentazione, umorismo e melodia. Si parte con A Taste Of Luxuryed è subito un pirotecnico incrocio di fiati ed insinuati chitarrine funky, salvo poi implodere in una coda ovattata e vagamente psichedelica quasi una cosa a metà strada tra Marvin Gaye ed i Pink Floyd. La successiva Angels è il brano che Marc Bolan (ancora lui) non ha avuto il tempo di scrivere, You’ve Come A Long Wayun mostro a tre teste che nasce come un improbabile strumentale si trasforma in una delicata e dolcissima ballata per poi rivelarsi in tutta la sua rozzezza e cafonaggine hard rock. Un pezzo sensazionale. Con The Best Days Of Our Lives si va di lounge, Winners è quasi un omaggio alla Motown dei primi Settanta, la title track, l’ennesimo minuetto dal sapore prog/barocco, No Revolution il riempipista ideale dello Studio 54 come Donna Summer in jam con gli Chic, in Pumpers ci sono i Kiss con un cervello dietro le maschere, mentre la conclusiva Whores congeda tutti con un delicato falsetto confidenziale messo in bella mostra sopra ad un’intelaiatura indie/folk. (8.0/10).

Bobby Conn
2007

Con la pubblicazione di The Golden Age, anche i più scettici tra colleghi, addetti ai lavori e semplici appassionati, cadono in ginocchio di fronte alla maestosa sfacciataggine di questo personaggio dall’aspetto posticcio. Per Conn  si aprono definitivamente le porte del giro intellectual/snob cittadino che lo accoglie a braccia aperte, vogliosa, probabilmente, di avere tra le proprie file un giullare dal talento eccentrico in grado di assestare con naturalezza gli ultimi colpi bassi e precisi alle fondamenta del  rock o, almeno, a quello che ne è rimasto. Non a caso, per la sua prova successiva The Homeland (Thrill Jockey, 2004) si scomoda persino sua maestà John McEntire(Sea And Cake, Tortoise, Stereolab, Gastr Del Sol), che affianca il Nostro in cabina di regia per dare vita ad un album che è la diretta e naturale conseguenza di The Golden Age. Con le prime scosse di We Come In Pace, un frenetico boogie-blues benedetto da San Marc Bolan ma troppo tagliato con il compasso, l’asse sonico appena citato svela ai più attenti una funambolica girandola di stili che s’innestano come ficcanti strategie oblique nel ventre del formato canzone. Dietro a lustrini, paillette e polvere di stelle, Conn siringa le spezie più disparate non curandosi minimamente se queste provengono dalla bancarella o dalle sale da tè di Buckingham Palace; quelle dell’astuto neo Ziggy sono infatti ragnatele marziane sullo scacchiere retroilluminato travoltiano.

L’elettrock di We’re Taking Over The World, il funk di Cashing Objections, le sculettate Studio 54 di Relax e le sbarazzine canzoni nonsense come Bus No.243 e la parentesi “pseudo” seriosa di Home Sweet Home sono tutte superfici, lollipop all’amarena, ma basta abbassare la zip per realizzare l’avan(t)spettacolo conniano: un teatro che si propone e si osserva intelligentemente beffardo, una scorza di pantomima che nasconde un motore quattro tempi di razza nel quale gli stilemi classici del rock vengono rivisti e corretti alla luce di una schizofrenia che è tutta (post) moderna. Avant funk, avant glam o post-glitter, post-disco, fate voi, Ordinary (word) Violence, ma accostate l’orecchio, rispetto ai rocker-frullatori attuali, il Nostro è un milkshakerdi prelibatezze capace di coniugare il piacere dell’ascolto frivolo con le voglie di quella donna in preda agli appetiti della gravidanza che è il critico rock. Eh Eh… quell’organetto squadrato ha il retrogusto krauto? Quel coretto ha il sapore di Abba (We Come in Peace)? E quell’omaggio a Jesus Christ Superstar (We're Taking Over The World), Moroder e persino Snakefinger (Relax)? Vogliamo trovarci anche Meat Loaf o gli archi di Sgt. Pepper? Ma sì va… ci sono ci sono… (7.2/10)

E’ però impossibile parlare e considerare Conn soltanto alla luce delle sue prove in studio, elementi che rappresentano soltanto una parte dell’ essenza umana/spettacolare del Nostro. E’ il live, con tutte le sue forzature, gli eccessi e senza dubbio anche gli sbagli, l’altro momento chiave della sua intera vicenda, tanto importante da volerlo persino autocelebrare con la pubblicazione di  Bobby Conn & The Glass Gypsies – Live Classics Vol.1 (Thrill Jockey / Wide 2005), all’interno del quale è possibile inciampare in un quarto di secolo rock sintetizzato in 25 canzoni. Pezzi di garage’n’roll selezionati per compilare un primo volume che strizza l’orecchio ai seventies, in modo particolare ai Television di Tom Verlaine con una spruzzatina di Bowie e del compianto Jeffrey Lee Pierce. Rocker di razza, Bobby dispensa autentica professionalità artistica e misura compositiva da vecchia guardia, sebbene la sua non vetusta creatività lo rinverdisce dei suoni anarchici ed irriverenti della grande epopea wave. La confezione live è eccellente, tra funk alieno, psichedelia, hard’n’blues canzonettaro, geometrie frippiane senza disdegnare i cari wah wah hendrixiani.

La potenza, il canto lucido, la passione e la grinta fa impallidire quando, salendo in cattedra, svergogna le smielature post rock così spesso maldestramente strimpellate da imberbi pseudotalenti. Come altre classiche intelligenze disadattive (penso ad esempio a Rob Younger dei New Christs), Bobby ha patito il miserabile ghigno di giovanissimi gruppi che, durante l’era della maturità del rock, hanno carpito un effimero successo al primo colpo, esanguando l’intera vena punk di tutti i continenti. Non è un caso se l’attuale scena neogarage nutre profondo rispetto per l’incontrastato carisma di Rob e di Bobby. La presenza di evergreen come Winners, We came in Peace (anche in versione videoclip) e No Revolutionrende il dischetto abbastanza indispensabile per chi non conoscesse il nostro. Il trentasettenne protagonista delle irriverenti, martellanti, serate antibushiane, trattate con acuta lucidità filosofica e radicale opposizione all’effimero mondo dell’apparenze che disarticola i cervelli degli americani, getta uno sguardo ironico ed esiziale assieme sulla società contemporanea. Intense high-powered rock’n’roll melodiche canzoni che hanno il vantaggio di suonare assai diversamente che in studio, nette da sovraincisioni, arrangiamenti, editing, mixing etc. Pura grinta: al diavolo horn sections, modular synths, string ensambles e cagate varie. Plutonio allo stato puro, ed il plutonio decade in 100mila anni!  (7.2/10)

Con la pubblicazione di King For A Day(Thrill Jockey/ Wide, febbraio 2007) si chiude, almeno per il momento, la parabola dell’ottovolante Conn-iano, certi che il futuro riserverà grosse sorprese e, forse, l’ennesima mutazione di questo camaleonte dalle movenze feline.

Scheda: Bobby Conn

copertina pdf #88