Vediamo un po’, cosa bolliva in pentola nel Regno Unito più o meno dieci anni fa? Era il momento dell’exploit di jungle e drum’n’bass, con Prodigy e Chemical Brothers a raccogliere l’eredità di Madchester e a trasportarla dai club fumosi agli stadi affollati di migliaia di ravers invasati, mentre il brit pop si sgonfiava su sé stesso, con i Blur a prendere la tangente verso l’America a bassa fedeltà e gli Oasis ad ingrassare, strafatti e compiaciuti, sui propri allori. I Radiohead, dal canto loro, erano pronti a salire sul trono e a traghettare il rock (o quello che era diventato) verso un nuovo millennio fatto di anime de-umanizzate, macchine e paranoie da solitudine cosmica pre (post?) millennium bug.
E l’underground, in che stato versava? Tra continue e incessanti cacce alla next big thing da parte dei soliti Melody Maker e NME, più interessati a rincorrere i Manic Street Preachers e Catatonia di turno, alcuni nomi isolati facevano ogni tanto capolino dalle solitarie playlist degli addetti ai lavori. Sperimentatori meticciati che, novelli frankenstein, scomponevano il corpo del pop contaminandolo ed infettandolo di particelle wave, psych ed elettroniche, per lo più sopraggiunti non dalla grande Londra bensì dalle province del Regno, come la Beta Band dalla fredda Scozia, i Super Furry Animals dall’alieno Galles o, appunto i nostri Clinic.
Quattro individui provenienti da un luogo giocoforza mitologico, quella Liverpool che trasuda Fab Four da ogni angolo, a sua volta colorata a inizio ’80 dal revival psichedelico di Eco e gli Uomini Coniglio et alii. Ma più che volersi eredi dei quattro più illustri concittadini, Ade Blackburn (tastiere, melodica, voce), Hartley (chitarra, clarinetto, tastiere), Brian Campbell (basso, flauto, voci) e Carl Turney (percussioni, piano, cori) preferiscono presentarsi come una parodia residentsiana degli stessi, e lungi dal farsi discendenti di una precisa e circoscritta scena locale, da subito appaiono come una cellula impazzita nel panorama indie britannico. Art rockers tutt’altro che trendy e stilosi, piuttosto dei freak muniti di camici e mascherine da chirurgo a nascondere i connotati (in tradizione Devo o già citati Residents), con lo sguardo rivolto tanto alla psichedelia borderline dei primi Velvet Underground, Pink Floyd e Captain Beefheart quanto al (post) punk sporco e mefitico dei fine ’70 mancuniani (Buzzcocks, Joy Division). Di più, nel tempo mostreranno di essere capaci di crearsi uno stile tra i più personali e difficilmente confondibili degli ultimi anni, con tutti i pro e i contro del caso: accanto al vantaggio di essere unici ed inimitabili, c’è comunque il rischio suonare sempre allo stesso modo, pur variando minimamente la formula.
Sia come sia, un singolo autoprodotto uscito nel ‘97 - IPC Sub-Editors Dictate Our Youth, per la loro Aladdin's Cave of Golf - basta a far drizzare le orecchie del sempre attento John Peel: altri due dischetti e un contratto con la Domino arrivano nel giro di un anno, così come la pubblicazione di quanto pubblicato in un’unica compilation omonima.
Clinic(19 aprile 1999, Domino) è così il biglietto da visita ufficiale del quartetto: i primi tre EP - Beta Band docet - danno già un’idea di quello che questi tipi bizzarri intendono mettere in scena: demenziali pantomime garage-psych-pop tra Can e Beach Boys (Monkey On Your Back, con Thom Yorke ad ascoltare attento per il futuro), blues tra Beefheart, kraut ed immancabili Velvets (IPC Sub Editors Dictate Our Youth), ossessive accelerazioni dement-punk (D.T., D.P.), momenti più quieti e – diremmo - dolci (Kimberley, Voot, la strumentale Evil Bill), con una chicca come la parodia trip hop chiamata Porno, quasi dei Portishead oscuri e marci. Ascoltando di fila la scaletta salta all’orecchio una certa ciclicità: un dato non casuale, specie se visto in prospettiva rispetto alla produzione della band fino ad oggi. La ripetitività, l’ossessività e la reiterazione delle idee, ancor prima che dei limiti, diventeranno un tratto distintivo dei Clinic, così come una fantasia dirompente negli arrangiamenti - percussioni, melodica, clarinetto - e le interpretazioni vocali di Blackburn, sempre sopra le righe, tra slanci quasi melodici e cantilene burlesche. (7.5/10)
Promettente a dir poco, tanto che l’attenzione – specie della critica – si fa subito alta; il terreno è così pronto per il debutto vero e proprio, Internal Wrangler(Domino, 2 maggio 2000), ed è centro al primo colpo. Quattordici canzoncine della media di due minuti ciascuno, schegge impazzite di creatività in una fucina di idee che ad oggi suona ancora originale ed affascinante. Dal boogie beefheartiano di The Return Of Evil Bill al Barrett stile Lucifer Sam della title track, dai campanelli natalizi alla Pet Sounds (o forse sono i Residents?) in 2nd Foot Stomp a Goodnight Georgie, ballata notturna come l’avrebbero voluta i Floyd watersiani di fine ’60, dagli esperimenti assortiti della krauta Voodoo Wop al punk wave Buzzcocks e Magazines di C.Q. e Hippy Death Suite (con elementi di cabaret à la Bonzo Dog Band; non scordiamoci che i ragazzi sono inglesi) fino a due songs strepitose come Distortions - un sogno velvettiano che sposa i Kratfwerk nel finale - e 2/4 - stomp acceleratissimo à la Suicide, con i Liars di lì a venire -, ogni pezzo è uno strike che forgia uno stile da subito riconoscibile. (8.0/10) Ed è proprio qui il punto: su queste idee i Clinic costruiscono una visione peculiare dell’avant-pop unica sì, ma destinata a ripetersi ciclicamente nel tempo in album e brani uguali a se stessi, eppure diversi.
La cosa è già evidente dal secondo capitolo: nonostante il plebiscito decretato da critica ed appassionati nei confronti del debutto, suggellato prima da un invito da parte di Scott Walker all'edizione di Meltdown da lui curata, poi da un tour insieme ai Radiohead del post-Amnesiac (gli allievi che incontrano i maestri, ma a ruoli intercambiabili), Walking With Thee(Domino, 25 febbraio 2002) viene accolto tiepidamente rispetto alle aspettative. Senz’altro il disco rappresenta una sterzata verso uno stile meno vario e più monolitico rispetto agli esordi, apportando ulteriori elementi distintivi come la predilezione per atmosfere più oscure e claustrofobiche (Harmony), tonalità ossessive e spettrali (Come Into Our Room), mentre il canto di Ade si involve in un mugugno delirante a denti stretti; lo scotto da pagare, oltre all’esaurito effetto sorpresa, è una certa monotonia di fondo dovuta alla solita ciclicità. Ma è un giudizio troppo severo, perché Walking With Thee, oltre a contenere diversi brani tutt’altro che scadenti (il garage blues armonicamente dissonante, tutto organo e stop & go della traccia eponima, la delicatezza ondulata di Mr.Moonlight, l’andamento canzonatorio di Sunlight Bathes Our Room), cristallizza più o meno definitivamente il suono della band per i dischi a venire, grazie anche a una produzione meno “selvaggia”. Non i migliori Clinic, probabilmente i più compiuti. (7.1/10).
Mantenendo sempre un basso profilo mediatico – interviste rare, apparizioni rigorosamente a volto coperto –, si arriva così alla storia recente: Winchester Cathedral(Domino, 2004) è il fatidico terzo disco, che però non apporta grosse novità alla formula del quartetto. Basta il solo brano di apertura Country Mileper ripiombare dritti nelle atmosfere spettrali ed ipnotiche del lavoro precedente, in una ripetizione di stilemi (ritmo in quattro quarti, riff di chitarra circolare e ossessivo, interventi inquietanti di diamonica - o clarinetto -, voce bofonchiata e lamentosa in stile Thom Yorke post Ok Computer in acido) alla lunga sfiancanti. Intendiamoci, non un cattivo lavoro: l’ascolto regge bene e la scrittura e l’assortimento dei suoni sono di livello. I Clinic restano maestri nel saper creare quadretti angosciosi di indubbia efficacia, caratterizzati ora da un piano martellante in stile John Cale dal suono rigorosamente vintage (Circle Of Fifths, di cui Fingers è la fotocopia), ora da una violenta slide guitar e un organo doorsiano (lo strumentale Vertical Take Off In Egypt), ora dal basso usato melodicamente à la Joy Division (Anne), ora da pulsioni dance-wave (The Magician). E se la ballata psichedelica dal sapore floydiano Home, lo sparatissimo garage punk rock di marca Stooges W.D.Y.Y.B. e gli stranianti walzerini da giostra acida Falstaff e August riescono a variare il panorama, il tutto però resta un po’…interlocutorio. (6.5/10)
Scheda: Clinic
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