Turn on
Pubblicazione 19 Maggio 2007

Clientele (The)

Luoghi non luoghi

Il pop sognante e il languore shoegaze. Nostalgia di pomeriggi bucolici nel cuore pluvio della città. Nebbie d’ogni tipo, delicate trepidazioni. Scavandosi un luogo dentro, da chiamare Clientele.
Il photo set per God Save...
Clientele (The)
2006
Il photo set per God Save...

Una strana band, votata all'impalpabilità. Ma è proprio questa l'intuizione che ne giustifica l'esistenza (ed il nostro apprezzamento). Il pop sognante ricavato dall'ossessione sixties, dalle pagliuzze incandescenti raccolte in coda al bolide psych-errebì, sta immerso in una caligine languida, pigra, come se un'apatia esistenziale le togliesse la potenzialità d'azione. Come se una nostalgia struggente ovattasse irrimediabilmente i sensi, o piuttosto una precisa volontà d'apatia, svaporeggiata in opposizione (una forma d'opposizione tra le altre) al volgere impietoso del presente (ad una delle tante angolazioni del presente).

Un gioco giocato sul filo di tenui contraddizioni, ecco: delicatezza e ridondanza, acidità e torpore, quel certo intellettualismo che permette loro di citare Joseph Cornell e De Chirico tra un semplice batticuore e l’altro. Difficile individuare l’ingrediente decisivo, facile perdersi tra i morbidi solchi scavati traccia per traccia, intanto che le strutture si spampanano disperdendo quietamente i riferimenti, e quello che sembra un chorus forse era un bridge e la strofa si scorda di tornare e quella melodia così struggente non si sa bene dove sia andata a liquefarsi.

Originari di Hampshire ma presto stabilitisi a Londra - come da percorso standard per i tanti passionari del pop and roll - Alasdair Maclean (voce e chitarre), James Hornsey (basso) e Mark Keen (batteria) iniziano a sfornare una sfilza di singoli registrati con i pochi mezzi a disposizione. Canzoni che – come si dice – non spaccano la membrana degli altoparlanti: dei Left Banke la delicata trepidazione, dei Galaxie 500 il fangoso onirismo, dei Velvet Underground la decadenza diafana, degli Yo La Tengo l’indolenzito incantesimo, dei Byrds il trillo visionario. Di nessuno di costoro però il graffio, il piglio di chi vuole (azzarda) lo squarcio, l'andare oltre. Il tutto compiuto alla luce di una pigrizia che diremmo esistenziale, indotta come una condanna, subita come si subisce una nebbia o una recessione. Sembrano guardarsi bene dall’inseguire il pezzo sbranaclassifiche, anzi le loro composizioni migliori hanno tutte quest’aria un po’ indefinita da eccellente “lato B”. D’altronde, la fama è un’eventualità resa difficile dalle stesse premesse estetiche: se i Clientele hanno uno scopo, sembra più quello di definire canzone dopo canzone un luogo poetico, mentale e sentimentale, dove comanda un senso di apnea incantata e sonnacchiosa, dove una nebbia smorza le capriole delle emozioni, dove un’appiccicosa nostalgia è un modo (il loro modo) di perorare il presente.

Non stupisce, almeno non troppo, che passino inosservati tra i tumulti e la brama di next big thing della City. Stupisce semmai che dall’altra parte dell’oceano – New York per la precisione – ci si accorga ed innamori di loro. Time Out, la bibbia degli spettacoli nella grande mela, elegge I had To Say This/Monday’s Rain come singolo dell’anno 2000, e tanto basta perché l’occhiuta Merge decida di scritturare il trio. Nasce così Suburban Light, adunata di tredici pezzi usciti in vario formato dei quali appunto solo Monday’s Rainregistrato in studio, gli altri frutto di sessioni “casalinghe”. L’accoglienza negli States è molto buona, tanto quanto l’indifferenza nella madrepatria (dove è distribuita dalla piccola Pointy). Ma il dado è tratto, i Clientele sono una band con una strada da percorrere. Prima che la nebbia l’ingoi.

copertina pdf #91