Benvenuti alla Corte del Possibile, disfatevi della sfida, coricatevi: Madre Terra vi accarezzerà. Raramente capita di accogliere lenimenti così sereni, ispirati: la musica quale radiografia dell’universo che, dal 1994, quando Caleb Mulkerin (gt, farfisa, banjo, bouzuki, imbira) decide di dare i natali, assieme a Chriss Sutherland (vc, bs, fl, pc) e Thomas Rogers (dr, pc), alla line-up originale, fulcro storico attorno al quale ruoteranno diverse partecipazioni e numerosissime sessions e compilations e che non smette di riciclarsi.
Freschi (e stufi) di High School, si trasferiscono dal Portland a Boston. Nel Marzo del 1995 suonano il primo live nel rinnovato NYC punk ABC club: la prima incarnazione del ribollente pentolone d’idee trova documentazione nell’omonimo vinile 12”. Gli aromi dell’alchemica mistura sonora, a metà tra Red Krayola e neo-folk, Cpt. Beefheart e David Palmer, esplode nei palcoscenici alternativi, portando i tre a produrre diverso materiale inedito che, solo più tardi, troverà sistemazione. Le collaborazioni s’intensificano ed il gruppo circola per le vie gimcaniche dell’ambiente artistico di Portland, città sensibile all’avanguardia ed alla sperimentazione oltreché orfana del tramontante grunge, fino all’uscita dello splendido And Farewell To Hightide.
La struttura del suono e l’apprezzabile tecnica strumentale colpiscono ineffabile, magistrale e rara in ambiente underground; il fatto notevole della scrittura (usano il pentagramma!) conduce la band, alla fine del 1996 alla progettazione di due concept – BreathingMachines e Never a Solution - mai incisi ma regolarmente performati live (una versione assai rimaneggiata del primo appare in Crash My Moon Yacht), capolavori dalla partitura semimprovvisata.
A partire dal maggio del 1997 la band inizia una collaborazione con Tim Folland (oscuro regista astrattista-esoterico-neosurrealista), per conto del quale firmano due soundtracks – Elements of Structures e Permanence, 50 minuti d’improvvisazione dove le note si aiutano l’un l’altra, sostenendosi in un fluire magmatico e mesmerico, un feed your mind di greatefuliana memoria. L’acid trip così confezionato trova, piuttosto insospettabilmente, i favori del mercato di ricerca ed indipendente e l’album che raccoglie la session rimane forse la testimonianza più vibrante e sincera del loro repertorio.
La musica degli Shoal risponde alla logica degli alambicchi e degli strani arnesi risuonati (cornamuse, trombe aliene, accordion, conglomerati, sakuhachi, ecc.), chiarendo l’espressione di uno stile di vita che, della musica, fa colonna sonora, tessendone l’indispensabile nostalgia. Si presti attenzione: non siamo al cospetto dei soliti menestrelli dell’informale, di certa freakerie spesso incapace di tenere uno strumento in mano e che fa, dell’imperizia, vanto e nocumento. Qui la composizione è genuina, l’armonia consolidata, l'esperimento convalidato tanto che l’attento orecchio francese li elegge vincitori delle chart indipendenti, mentre in Italia restano del tutto sconosciuti.
Nel 1998, rimasti in tre per la dipartita di Mulder, il caravan accoglie Thomas Kovacevic (gt, vc, zampogna) e Tim Harbeson (tr, key, accordion); un acclamato tour estivo negli States li consacra quali menestrelli dell’improvvisazione neopsichedelica. Le composizioni si fanno arte e scelta di vita, filosofia ed espressione delle orgiastiche vibrazioni del corpo e della mente. A documentare l’eccellente momento creativo restano tre album magistrali – Homb, Crash My Moon Yacht e Mr. Boy Dog – pubblicati due anni dopo e che segnano l’apice della carriera del combo.
Nell’inverno del 2000 i tre membri originari restano nuovamente soli ed accolgono l’artista/musicista Collen Kinsella, il bassista Erin Davidson ed il conceptualist/writer Karl Greenwald, formazione che, ad oggi, calca i palcoscenici. Il gruppo sperimenta il primo tour europeo, dall’accoglienza piuttosto tiepidina nonostante suonino in ben tredici paesi, reazione dovuta anche al fatto che, ora, i suoni si fanno meno rarefatti e più geometrici, perdono di spessore “cosmico” a beneficio della strutturazione pentagrammatica e razionalistica. Immediatamente dopo il ritorno in USA, prende corpo il CD single Garden Fly-Drip Eye, materiale dell’anno precedente.
Nei due anni successivi i Cerberus avviano una serie di variegate collaborazioni con la North East Indie, che partoriranno materiale disparato, di dubbia qualità e dal tenore assai ripetitivo sebbene di marca sperimentale, che troverà sistemazione in quattro split CD di dispensabile raccomandazione.
Amministrato questo capitolo, la band chiede ancora l’intervento della propria label per la stampa di registrazioni risalenti al 2001 e scritte a mano multipla da Sutherland, Mulkerin e Morin: ne nasce un disco ufficiale – Chaiming the Knoblessome - cui segue il “disco ombra” The Bastion of Itchy Preeves.
Il periodo seguente è funestato dall’assenza (per motivi famigliari) di Rogers, mancanza che si fa sentire severamente nell’economia del suono del gruppo, così la line-up decide di dare uno stand-by all’attività concertistica, dedicandosi alla scrittura, alla coltivazione della stampa e della critica, alla connessione con i fans ed alla collaborazione ideale con una miriade di progetti artistici, politici e sociali.
Prende forma, nel frattempo, The Land We All Believe In, ultimo capitolo della saga e da noi recensito in anteprima, manifesto post-moderno della concezione kraiolana della creazione in musica, molto distante, tuttavia dai lavori che stabilizzarono la fama dei Cerberus.
Scheda: Cerberus Shoal
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