Tune in
Pubblicazione 01 Maggio 2007

Giorgio Canali

Lo sdegno cinico e sferzante di Giorgio Canali

Rocker che spara raffiche ad altezza d'uomo, le movenze nervose e pungenti, il cinismo scostante e saggio. Uno che ne ha viste tante, e si sente. L'aspetto di chi lo scava un tarlo, il volto scavato che vivaddio non starà mai bene in tivù. Perché è un volto da raccontare, un volto da fotografia con le luci dure, un volto da palco con chitarra velenosa e un microfono su cui scaricare tutta l'urgenza. Il suo è un rock adulto, consapevole e disubbidiente. Breve ritratto di Giorgio Canali, guitar hero atipico classe '58.
Giorgio Canali
2007

Di Giorgio Canali, classe '58, si inizia a sentire parlare nella seconda metà degli ottanta, più che per la sua attività di chitarrista e cantante in oscure band jazz-rock, per il ruolo di tecnico del suono per gente come Litfiba, Timoria e - soprattutto - dei CCCP in occasione dell'ultima, eccellente fatica Epica Etica Etnica Pathos (1990). E' un momento critico e magnifico per il gruppo emiliano, già proiettato verso quel processo di mutazione che innescherà la splendida decade dei CSI.
Canali e gli ex Litfiba Francesco Magnelli e Gianni Maroccolo saranno gli innesti fondamentali per il nuovo corso poetico dell apremiata ditta Ferretti & Zamboni. Un bassista appassionato, un tastierista atmosferico, un chitarrista atipico, angoloso, sferzante: in pratica, ne viene fuori una band nuova, dalle imprevedibili possibilità. Giorgio non è il tipico guitar hero, anzi. Il suo è un gioco decisamente defilato, come a smorzare una calligrafia tutta spigoli e sterzate, feedback e distorsioni, crepitii e minacce brucianti. Il sound della band ne risulta subdolamente pervaso, come una malattia, come la trasposizione sonora di una rabbia senza sbocco, di uno sdegno intimamente verace, annidato nell'anima.
Mentre sbocciano titoli che cambieranno irrimediabilmente il volto del rock adulto italiano (da Ko De mondo a T.R.E.), Canali solidifica il curriculum di produttore artistico e ingegnere del suono scolpendo il sound, tra gli altri, per Yo Yo Mundi, Marlene Kuntz, Santo Niente, Wolfango, Circo Fantasma, PFM e Virginiana Miller. Parallelamente inizia a palesarsi anche una certa attrazione fatale per la Francia, che accoglie entusiasticamente il suo lavoro per Noir Desir e Ulan Bator. Non a caso quindi è proprio in terra francese che viene pubblicato nel '98 il debutto solista di Giorgio 1000 Vietnam (poi ripubblicato in Italia col titolo Che Fine Ha Fatto Lazlotòz), le cui liriche attingono abbondantemente dall'idioma transalpino, meno per convenienze commerciali che non estetiche, visto come la rauca acidità vocale del Nostro ben sposi la strascicata baldanza della pronuncia.
Oggi, Canali vive una carriera di medio profilo ma nel solco di una dignità inscalfibile e di una perfetta coerenza formale. Giunto ormai al terzo lavoro in solitario - più una soundtrack per il film Guardami di Davide Ferrario - si aggira lungo palchi mai troppo illuminati però immancabilmente caldi, incendiati dalla vis urgente e rugginosa della sua giovane band, recentemente battezzata Rossofuoco. Se vi capita a tiro, non perdetevelo: scoprirete un rocker che spara raffiche ad altezza d'uomo, scoprirete un oratore tanto saggio quanto cinico, scoprirete un volto scavato dal rock come raramente capita di incontrare.
Insomma, vi divertirete.

Intervista a Giorgio Canali

Con Tutti contro tutti fanno quattro dischi a tuo nome. Eppure, mi sembra che il Canali solista venga ancora percepito come un'attività accessoria del Canali "chitarrista dei CSI/PGR" o "produttore dei Verdena e Bugo". Giusto così, o qualcosa è andato storto?

Le mie attività sono tutte accessorie, la mia occupazione principale (è anche il mio peggior difetto) è vivere l’oggi e, collateralmente, guarda un po’, pensare… Una cosa che dovrei riuscire ad impormi è il non limitare i miei pensieri all’oggi ma cercare di farli viaggiare anche verso il domani… Difficile, molto difficile… Per ciò che riguarda il come va il mondo e, di conseguenza il fatto di avere un’esistenza riconosciuta di me e della mia musica (quella di Rossofuoco), diciamo che è meglio non pensarci… Se lo facessi probabilmente mi arrenderei o mi sarei già arreso…
Devo dire, però, che l’essere testardo è una delle mie qualità salienti. Io so di essere nel giusto, quindi persevero, qualcosa va storto? Non sono certo io… Non ho nessuna voglia di invocare una diversità o una marginalità a pretesto… Marginale è il resto, l’anomalia non sono io, sono gli altri!

La tua musica picchia duro senza smettere una pietas lucida, impetuosa e letteraria. In questo senso sembra dire: guardate che si può. E' un effetto voluto o collaterale?

È un tutt’uno, inscindibile, com’è inevitabile che quella pietas di cui parli si trasformi naturalmente in IMPIETAS: in primo luogo non credo, non in dio almeno… Poi devo dire che ho lasciato il concetto di “patria”  nella copia del libro Cuore che ho gettato nel pattume con l’arrivo della prima acne e, infine, che la famiglia, si sa,  è morta da mo’ (anche Cooper che ne aveva narrato il decesso è schiattato da un bel po’)...
Certo che si può. È normale che le idee chiare e radicate si compattino in un’esposizione musicale tranciante  e scorrevole… Sono le idee nebulose che si infangano nei pantani del linguaggio e del ritmo.

Quasi tutti i pezzi sono firmati assieme ai Rossofuoco. Visti dal vivo, si capisce che siete una band vera e propria. Mi piacerebbe sapere qualche particolare sulla nascita delle canzoni, se componete in studio, se vi portate le idee da casa, se sbocciano durante i check...

In generale i pezzi nascono da improvvisazioni, in sala-prove o direttamente in studio, qualche volta ho già un’idea precisa di dove voglio andare a parare con il testo e la espongo a sommi capi agli altri tre, in modo da creare l’atmosfera più adatta alle parole che verranno.  È il caso di Canzone della tolleranza e dell’amore universale o, in passato, di Rime con niente e Savonarola.
Poi le improvvisazioni vengono strutturate risuonandole  o, se già registrate e soddisfacenti “alla prima”, montate con il computer in sede di edit, in strutture plausibili per eventuali future canzoni. Di solito per ultime vengono le parole… non è comodo avere un disco già quasi fatto e gli altri tre che ti alitano sul collo: “allora? Ancora nulla? Quando li finisci ‘sti testi?
Qualche composizione, di tanto in tanto, è il frutto esclusivo della mia mente malata, mi registro da solo a strati e capisco se frulla dalla faccia di chi mi sta attorno. È il caso di Falso bolero, di Precipito o di Pompieri2.

La dedica a Federico Aldrovandi... I media preferiscono sorvolare: non è bello nutrire dubbi sulla polizia, neanche in memoria di un ragazzo appena diciottenne. Tu chiamalo, se vuoi, il Belpaese.

Non penso che il “Belpaese” sia il nocciolo della questione, per esempio il fatto che per definire questo tipo di eccessi della polizia, in francese esista un termine preciso che è  “bavure” (sbavatura), significa che queste cose esistono anche altrove e, ulteriore esempio, se guardi all’America, anche lì è normale che all’inizio le istituzioni cerchino ogni volta di coprire le malefatte dei loro cops… Per ogni aggressione che finisce su CNN, chissà quante altre rimangono nascoste… È normale, gli stronzi violenti e prepotenti esistono in ogni ambiente ed è più facile che, tra una divisa da postino e una da tutore dell’ordine, scelgano quella con pistola e/o manganello in dotazione...
Detto questo, detesto le generalizzazioni e mi dispiace che, per motivi squisitamente musicali, in Falso bolero esca fuori un “quant’è bella giovinezza che fugge tuttavia se a fermarla per sempre non è la polizia” che suona un po’ come un’affermazione piena di pregiudizio e fanatismo ma, allo stesso tempo, fotografa molto bene, in poche parole e una parafrasi da discount, la vicenda di Aldro. Quindi, alla fine, se devo essere dispiaciuto per qualcuno, non è certo per la buona reputazione delle forze dell’ordine.
E non parliamo della figura di merda che ci ha fatto, nei giorni successivi alla vicenda, la stampa (sic) locale.
Comunque sia, per saperne di più : http://federicoaldrovandi.blog.kataweb.it/federico_aldrovandi/

Il rock - non solo quello nostrano - evita sempre più lo scontro a viso aperto con qualsiasi cosa odori di politica... Questione di sfiducia nei propri mezzi, di politically correct pervadente, di vigliaccheria, di qualunquemenefreghismo, di semplice istinto di sopravvivenza?

Ok, mettiamo i puntini sulle ü!
Menefreghismo è di destra, Chissenefreghismo è di sinistra!
Per il resto, se pensi che la maggior parte delle volte l’impegno politico in musica, almeno in Italia, si riduce ad un populismo patetico, è meglio che nelle canzoni si parli d’altro… Non sai quanto mi secchi essere confuso con le ondate del “tuttinsiemekinonsaltaberluskoniè” e, ti giuro, succede, anche troppo spesso.

Ti incazzi (ulteriormente) se ti dico(no) che fai musica "impegnata"?

No, è la verità, non riesco a praticare una scissione tra me e ciò che mi circonda: il mondo.
Anche quando racconto di me “dentro”, c’è sempre tanto “fuori” che si mescola.

Ti sei beccato in pieno la stagione del punk e della wave. Formidabili quegli anni?

Sono vecchio ma non ho ancora l’arteriosclerosi necessaria per avere nostalgia del passato.

Per i più - me compreso - inizi ad esistere musicalmente con l'ultimo disco dei CCCP. Lo avverti anche tu come uno spartiacque fondamentale della tua carriera (vita)?

In effetti quel periodo è stato importante per definire la mia vita degli anni successivi, non tanto a causa di CCCP/CSI, quanto per il fatto di essere diventato mezzo francese, comunque sia devo molto a Giovanni, Massimo, Gianni e Francesco ma, anche loro, devono qualcosa a me.

Poi c'è stata la straordinaria vicenda CSI. Dischi che ancora oggi suonano come dei prodigi. A pensarci, vince l'orgoglio o il rimpianto? Quanto ai PGR, se il debutto mi sembrava lontanissimo rispetto al tuo stile, oggi trovo meno conciliabili le posizioni - come dire - poetiche. Come ti trovi coi testi di Giovanni?

Faccio molta fatica a vedere una interruzione del filo logico…
Tra l’ultimo album dei CCCP e l’ultimo album di PGR ci sono sì, 15 anni di tempo, ma il motore è lo stesso: il grande carisma di Giovanni  da una parte e, dall’altra la versatilità musicale e mentale di noialtri attorno (tra cinque e due le differenze ci sono, ma sono compensate dalla determinazione individuale, ti ricordo che la “i” di CSI stava per indipendenti)… Orgoglio? Tanto, soprattutto per la capacità che abbiamo avuto di non fare mai un album uguale all’altro. Rimpianti no, perché? Il prossimo album dei PGR sarà un’altra pietra fondamentale per la storia della musica italiana. Sono presuntuoso? Forse sì
Per ciò che riguarda le posizioni mentaleticopolitiche di Giovanni rispetto alle mie, per me non è una novità che noi due siamo fondamentalmente diversi, sono vent’anni che ci infamiamo a vicenda, anche ululando come pazzi, ogni volta che affrontiamo un qualsiasi argomento che non sia d’ordine enogastronomico…
Io non lo trovo così cambiato, siete voi che siete distratti dal buco nero dei suoi occhi…

In Septembre en attendent hai idealmente chiuso un cerchio di amicizie - diciamo così - particolari: i Noir Désir e il Bugo. Musicalmente parecchio diversi, però accomunati da un atteggiamento tra il popolare e l'alieno. Inclinazioni professionali o affinità elettive?

Nessun cerchio chiuso… Quella canzone è una delle più belle riflessioni sulla guerra nella ex Jugoslavia che abbia mai sentito, era nelle nostre corde, quindi registrarne una versione italiana è stato automatico… D’altronde Noir Désir, come Gun Club o Afghan  Whigs, sono influenze sin troppo evidenti per Rossofuoco.
Per ciò che riguarda le collaborazioni, ho smesso di considerarmi un professionista nel 1989, il che vuol dire che partecipo solo a progetti che in qualche modo “mi parlano”.

Hai cominciato a dividerti tra la Francia e l'Italia molti anni fa, nei primi Novanta se non sbaglio. Non se certo il primo musicista italiano con un piede oltralpe. Cosa significa nel tuo caso?

Ho avuto la fortuna di non essere uno degli italiani della mia età costretti a rifugiarsi in Francia per motivi politici! E' stata una libera scelta, una grande opportunità di confronto e di crescita e un’esperienza che ho messo a frutto negli anni successivi. In ogni modo, a parte qualche amico, la Francia non mi manca così tanto ora.

Un "vecchio di 49 anni", come ti sei definito, deve averne viste abbastanza da permettersi un parere riguardo l'attuale generazione rock nostrana. O, se preferisci, un auspicio, un consiglio...

Anche nei periodi di merda c’è sempre qualcuno che nell’ombra rema nella giusta direzione, probabilmente non arriverà mai da nessuna parte ma la colpa è di un sistema inadeguato all’entusiasmo che trovi come sempre in qualche cantina dove si prova a fare musica e ci si sballa di sostanze innumerevoli e svariate. Posso citarti qualche nome di roba interessante: Quintostato, Dondolaluva; Ministri, Hattorihanzo… Non sono nuove droghe, sono nomi di gruppi…

Cosa stai ascoltando? Ti interessa l'attualità rock/pop?

Sto ascoltando Tutti Contro Tutti in ciclo, finché non mi stanca lo lascio sul lettore…

Le domande ormai rituali: cosa pensi del file sharing? L'ipotesi dell'estinzione del supporto discografico ti spaventa?

Mi terrorizza l’ipotesi dell’estinzione delle Camel senza filtro… Ho già i brividi di sudorino freddo giù per il collo a pensarci, ma non hanno mercato e, prima o poi, mi toglieranno pure quelle…

copertina pdf #91