La vita di Vashti Bunyan assomiglia a una favola, e come tutte le favole parte in medias res.
1965: Vashti, molto bella, giovane e inquieta, viene espulsa dalla scuola d’arte di Londra e si guadagna modestamente da vivere mettendo su qualche serata nei locali di Soho dove, quasi subito, viene scoperta dal manager dei Rolling Stones, Andrew Loog Oldham. Avendo deciso di farne l’ennesima pop-starlet, le fa registrare una cover di Richards e Jagger (Some Things Stick in Your Mind) che viene fuori in 7”, ma nell’arco di tre anni si aliena le sue simpatie: Vashti sente di non calzare la carriera di novella Marianne Faithfull che le stanno cucendo addosso, volta le spalle al mainstream business e si divincola alla ricerca di qualcos’altro, forse nemmeno lei sa cosa.
Legata ad un’assiologia quasi scintoista - per cui ogni cosa, ogni animale ed ogni luogo possiedono un’anima ed un cuore - la Bunyan, naturalmente incline al folk di Bob Dylan, lascia Londra alla volta di Skye, la proprietà del suo amico folkster Donovan. Così, senza denaro né automobile, ma estremamente propensa al pellegrinaggio (per ironia della sorte Vashti è una discendente dello scrittore inglese dell’antico Pilgrim’s Progress John Bunyan) si conquista un carro zingaro sul quale esplorare l’Inghilterra e la Scozia insieme al compagno di liceo ed amore della sua vita Robert Lewis, alla sua cavalla nera, Bess, ed al suo cane, Blue.
Presto la sua compagnia prende casa sull’isola di Berneray, in Scozia, ma non è bene accetta agli indigeni locali: la sua presenza, infatti, sembra resuscitare vecchie superstizioni e ricordi di stenti, tanto più che non sembra esserci alcuna possibilità di comunicazione, visto che gli abitanti del luogo parlano solo il gaelico.
Vivendo praticamente da Amish, gli anni passano; eppure i viaggi, le fatiche e la comunità ostile di Bernerey forniscono alla Bunyan una galleria variopinta di esperienze e volti cui attingere per il suo lavoro del 1969, Just Another Diamond Day, prodotto grazie ad una serie di fortunate coincidenze dal guru del folk Joe Boyd (già produttore della Incredibile String Band, dei Fairport Convention e di Nick Drake). Registrato a Londra ma mai realmente distribuito, Vashti è la prima a prendersi poco sul serio ed a perdere memoria della sua creatura sonora. Poco dopo infatti, rimasta incinta, regala ogni copia del disco in suo possesso agli amici ed ai vicini di casa, scegliendo di abbandonare definitivamente la musica e ritirarsi. Da quel momento, la sua chitarra resterà a prendere polvere appesa a un muro e la sua voce si limiterà a cantare ninnananne ai suoi due figli.
Dopo molte peripezie ed innumerevoli sacrifici, la favola prende infine il suo corso e si avvia al lieto fine dopo un ricercato silenzio, lungo tre decenni.
Leggenda vuole che nel 2000 una Vashti finalmente a contatto con la rivoluzione virtuale si googli e scopra di essere divenuta, assieme al suo unico e negletto lavoro, un culto; e che, sorpresa, si dia da fare per ridare alle stampe Just Another Diamond Day, supportata ancora una volta da Joe Boyd.
Il resto, più o meno, è noto: entrata presto in contatto con gli agitatori di un movimento pronto ad innalzarla a pioniera e musa di genere – tra tutti, Devendra Banhart e la cricca weird/alt/prewar.folk di Brooklyn, NYC – la Bunyan si fa convincere a scrivere un secondo disco, ovvero l’insieme timido, ma incisivo, di canzoni che compone Lookaftering (tra una cosa e l’altra, resta anche il tempo per uno split con gli Animal Collective, Prospect Hummer). Il lavoro, a detta di questa luminosa Vashti che pure è ormai decisamente avanti con gli anni, è una raccolta di piccole, filtrate storie di famiglia raccolte in trentacinque anni, un libricino che racchiude delle altre favole nella favola. Un mosaico che aggrega tasselli che ritraggono ora i suoi due figli, ora suo marito, ora il fratello scomparso, ora la nostalgia o il sollievo della fine degli anni nomadi.
Infine, se ogni favola contiene una morale, allora quella che trapela dalla storia di Vashti Bunyan potrebbe suonare così: non importa quanto grezzo sia un diamante e quanti anni ci vogliano per scoprirne lo splendore; una volta lucidato, la sua brillantezza sopravvive alle epoche, alle generazioni, persino al buio della cassaforte meglio protetta. Perché neppure la volontà più ferrea riesce ad oscurarlo.
Scheda: Vashti Bunyan
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