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Pubblicazione 02 Marzo 2008

Neil Young

Teatro degli Arcimboldi, Milano (24 Febbraio 2008)

Che sia ormai diventato l’Old Man di cui cantava un tempo, è un fatto tanto naturale quanto necessario; i suoi ultimi album in studio ne sono un onesto, apprezzabile, inevitabile riflesso. Normale, però, Neil non potrà mai esserlo.
Neil Young
2008

C’è sempre stato qualcosa che lo ha reso assolutamente unico: quella folle imprevedibilità, quei repentini, istintivi, irragionevoli cambi di rotta che gli hanno fatto guadagnare l’ineffabile nickname di Shakey. Il Continental Tour che sta portando attraverso l’Europa in questi primi mesi del 2008, in - apparente – promozione del recentissimo Chrome Dreams II (altra operazione dal retrogusto sardonico), è in verità il prodotto dell’istinto selvaggio di un Loner non ancora domo, anzi capace di colpi di coda che possono perfino ucciderti.

Già, perché i soli primi quaranta minuti di show, interamente acustici, toglierebbero il fiato a chiunque. Soltanto immaginare l’Uomo da solo sul palco, circondato da sette chitarre, che si lancia da quasi subito in una rara Ambulance Blues direttamente da On The Beach, in una Mellow My Mind al banjo (come nel tour del ’76), per poi buttarsi a capofitto nei grandi classici di Harvest (A Man Needs A Maid, Harvest, Heart Of Gold, Old Man) non senza aver riservato un certo spazio ad alcuni inediti assoluti tratti da Homegrown, l’album del 1975 mai pubblicato (Love / Art Blues, Sad Movies, Try)… beh, soltanto immaginare questo ferma il cuore, figuratevi viverlo.

Con un set che attinge al 95% dagli anni ’70, l’odore di riscoperta del passato è fortissimo (vedi alla voce Archives…); ma più che della nostalgia, Neil sembra vittima di un antico fuoco che, grazie a dio, continua a bruciargli l’anima. Quello stesso fuoco che nella seconda parte dello spettacolo gli fa imbracciare la fida Old Black per assalire Mr. Soul, Hey Hey My My, Powderfinger e Cinnamon Girl, sparate fuori una dopo l’altra come se ogni nota suonata fosse l’ultima. E anche se non ci sono i Crazy Horse (eccetto Ralph Molina, più Rick Rosas e l’inseparabile Ben Keith– usato per la prima volta anche come chitarrista ritmico, il che la dice lunga sull’istinto del Nostro), il suono è ugualmente potente, arricchito dai cori della moglie Pegi (peraltro, protagonista di un set d’apertura tutto per sé) e del songwriter Anthony Crawford; a completare il quadro, le lunghe versioni di Down By The River e della recente No Hidden Path - uno dei pochissimi estratti dall’ultimo disco, per inciso - dimostrano ampiamente come il gusto per le cavalcate da dieci minuti non si sia affatto spento.

L’impatto emozionale dello show, si sarà capito, è indubbio, così come quello musicale. Non è da meno quello visivo/concettuale, con l’artista – e road manager di Young – Eric Johnson ad improvvisare sulla tela dipinti astratti durante le canzoni, per poi esporre, nel corso del set elettrico, un quadro a tema per ogni canzone eseguita. Esistesse il concerto perfetto (suo, e non solo), questo ci andrebbe molto vicino.

Scheda: Neil Young

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