Se il secondo album degli Shout Out Louds, Our Ill Wills, l’avevamo scambiatoironicamente, ma neanche troppo, con “l’ultimo disco dei Cure”, la sua trasposizione live potrebbe venir paragonata al “primo concerto dei Cure”, tanto è stata energica, coinvolgente e divertente la performance che questi cinque svedesi hanno attuato sul palco del Circolo degli Artisti. Infatti, come si disse in sede di recensione, tale paragone con la band di Robert Smith non deve essere assolutamente interpretato negativamente, anzi. Non è per niente facile azzeccare melodie accattivanti in puro stile Head On The Door, ornarle con una cura per i particolari unica e sprigionarle dal vivo con un allegria tale in grado di far muovere il culo anche all’indierocker più snob. Certo, l’originalità è un’altra cosa e quando si sente dire che i veri Cure, giusto un mese prima, hanno svolto sempre a Roma un’esibizione formidabile durata addirittura tre ore dopo trent’anni di carriera c’è da ridimensionare non di poco i paragoni. Ma in un’epoca, la nostra, tutta revival e specchietti retrovisori e dominata dai quindici minuti di successo warholiani, a una band come gli Shout Out Louds c’è da augurare l’eternità tanto è onesta e semplice la loro proposta musicale.
Nonostante la primavera teorica, una pioggia novembrina e gelida ci intasa nel traffico della capitale facendoci così perdere le esibizioni dei nostrani apripista Atari, prima, e My Awesome Mixtape, a seguire. Il locale è inaspettatamente molto affollato, e l’età media non è così bassa come potevamo immaginarci. Quando i Nostri imbracciano gli strumenti il pubblico tributa loro un caloroso benvenuto complice nel rompere subito il ghiaccio. Immediatamente ricambiato dal vivace crescendo di South America, tratta dall’ultimo album, e dalla micidiale melodia di Very Loud, cavallo di battaglia dell’esordio Howl Howl Gaff Gaff, che evidenziano benissimo l’andamento del live: pescare qua e là tra i due dischi finora pubblicati, che tanto quasi tutti i loro brani sono contagiosi oltremodo, e la folla affezionatissima a cantare fino alla fine. Ecco così succedersi in modo del tutto spontaneo e repentino l’acclamata The Comeback, le frenesie ritmiche di Tonight I Have To Leave It, il malinconico pop di You Are Dreaming, l’immediatezza anni Ottanta di Shut Your Eyes, fino a quando una solare Please Please Pleasechiude un live conciso e senza sbavature facendoci dimenticare il maltempo fuori. Anche ai Cure penseremo un’altra volta, per un po’ di giorni fischietteremo ancora questi appiccicosi motivetti impossibili da scacciare. Shout Out Louds da encomiare anche per il fatto, come ha raccontato il cantante a inizio concerto, che hanno dovuto suonare con strumenti di fortuna dato che l’Alitalia (poveri noi) aveva smarrito quelli originali al loro arrivo a Roma.
Scheda: Shout Out Louds
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