No, i CCCP non c’entrano. Però l’immaginario che torna in mente ascoltando i Taras Bul’ba è per forza di cose guerresco. Il nome scelto, innanzitutto, toglie molti dubbi al riguardo. Taras Bul’ba è il condottiero cosacco cantato nell’omonimo romanzo da Nikolaj Vasil'evič Gogol e magistralmente reso su cellulosa da Yul Brinner nel film di Lee Thompson del 1962; ma è anche esemplare nel dimostrare a parole ed immagini le musiche del trio milanese.
Un assalto all’arma bianca. Muscolare. Scintillante. Eroicamente e follemente in solitario. Deciso a non fare prigionieri. Una cavalcata irrefrenabile col cuore che scoppia in gola e la morte negli occhi.
Ormai prossima al decennale, l’esperienza TB prende le mosse dal giro dei centri sociali milanesi sotto forma di terzetto, mimetizzatosi sin dagli albori coi soli nomi di battesimo (pensiamo a Taras Bul'ba non come musicisti singoli e ben identificabili ma come a una sola, gravosa entità): Roberto S alla batteria, Roberto C al basso e Massimo alla chitarra. L’abbandono di quest’ultimo è solo il primo di una serie di aggiustamenti nella formazione che caratterizzano la prima fase di TB: dapprima entra in scena una coppia di chitarristi, Andrea S e Davide. Ma anche la formula a quattro non regge per molto e, poco dopo l’autoprodotto ed omonimo esordio lungo, a fuoriuscire è Davide; i tre reduci si stabilizzano così nella formazione attuale anche nel secondo omonimo e sempre autoprodotto album (I primi due li abbiamo autoprodotti nel 2000 e nel 2002, si intitolano entrambi Taras Bul'ba a dimostrazione del fatto che fatichiamo parecchio per trovare dei titoli che accontentino tutti e tre, ci conferma Roberto S).
Il suono invece resta, fin dagli albori delle prime vagiti in sala-prove, piuttosto fedele a se stesso, liquidabile sbrigativamente come un sano e robusto noise-rock innervato da scosse funk, stralci d’elettronica carsica e fratture strutturali.
A segnare le uscite “adulte” del trio meneghino è il marchio Wallace e il legame col suo deus-ex-machina Mirko Spino: dapprima la partecipazione al progetto P.O. Box 52 – sorta di panoramica in divenire su gruppi esordienti – ne ha fatto conoscere il nome al di fuori dei circuiti dell’autoproduzione. Poi, tre anni fa, con l’altro disco lungo Incisione, considerabile esordio ufficiale solo le condizioni carbonare delle omonime autoproduzioni. Disco breve, nervoso, intenso. In soli 26 minuti il caterpillar TB sfodera tutta la sua potenza strumentale e mostra di essere un gruppo coeso e maturo nel saper riscrivere il noise-rock più tellurico e monocromatico. Come da titolo, una incisione a vivo nel tessuto morto del rock.
L’accoglienza è ottima ma il silenzio ricade come una coltre insuperabile sui tre. Tre anni abbondanti dopo è la volta del comeback, Secrets Chimiques. Ed è di nuovo centro pieno. La partenza è in tono con la poetica Bulb’iana, ovvero straight in your face. Ma mano a mano che ci si addentra in questa reazione chimica potenzialmente letale, emergono nuovi aspetti, nuove sfaccettature che modificano l’impatto complessivo. In primo luogo una apparente diluizione del magma oscuro e caliginoso che caratterizzava il precedente; poi l’immissione di fonti sonore estranee (elettronica, tromba, doppio basso) che ha un effetto straniante che segna uno scarto notevole rispetto ai crismi del genere tout court. Ma c’è in nuce una infaticabile riflessione sulla materia che si materializza nel continuo mescolarsi di tutti gli elementi (chimici) a propria disposizione nella ricerca di una formula in continuo mutamento e affine a certi fenomeni contemporanei da noi già ampiamente trattati (Dead Elephant, Putiferio, ecc.).
Proprio in occasione del nuovo album abbiamo raggiunto TB via email per fare due chiacchiere; si sono alternati nelle risposte Roberto S. e Andrea S.
(R) È vero, effettivamente quest'anno celebriamo (?) dieci anni di TB, ma devo correggerti. Considerando anche i due autoprodotti, gli album all'attivo sono 4, più la partecipazione a P.O.box. Quindi non possiamo parlare di gruppo prolifico certo, ma almeno cerchiamo di produrre qualcosa a scadenza biennale, incontrando spesso numerosi contrattempi che finiscono inevitabilmente per condizionare le nostre uscite. In questi anni è stato uno stillicidio.
(R) Il paragone con Zeni Geva ci piace, anche se non abbiamo particolari influenze, ascoltando generi molto diversi tra loro. Naturalmente l’impatto conta molto per noi, probabilmente anche perché arriviamo da situazioni musicali spesso assai rumorose e rimaniamo legati ad un certo tipo di approccio. Cerchiamo però di creare ampi spazi di "decompressione" che finiscono forse con l'accentuare ulteriormente le fasi estreme ma ci svincolano da facili classificazioni alle quali sentiamo di non voler appartenere.
(A) In effetti questi momenti di decompressione sono l’elemento su cui ci siamo concentrati di più nell’ultimo periodo, ci piacerebbe creare una specie di heavy-ambient, o una colonna sonora di un film di Lynch…
(A) I Dead Elephant sono un ottimo gruppo con cui siamo in contatto, e ci sono alcune somiglianze anche nell’attitudine e nelle atmosfere (dev’essere il gene cuneese). Questa valorizzazione delle dinamiche è quello che rende interessante suonare i pezzi dal vivo, a volte escono più intensi che in studio, altre volte insipidi, ma c’è sempre qualcosa di imponderabile e imprevedibile
(R) Trovare i titoli dei brani e degli album come ti dicevo non è semplice. A volte impieghiamo più tempo per questo che non per comporre i brani. Ogni titolo ha un senso per noi, a volte si tratta di sensazioni, a volte di immagini, a volte siamo fiaccati dalla ricerca e cediamo alle insistenze di uno dei tre. Invece, il nome TB lo abbiamo scelto coscientemente, non senza tribolazione ovviamente, soprattutto per il suono onomatopeico e per l'immagine che evoca (o no?)…si insomma, sembra imponente... comunque no, non siamo cervellotici, fondiamo con alterni successi le nostre emozioni musicali e non, contrastanti e non...
(R) Lo prendo come un complimento, e ti ringrazio. Ci siamo resi conto che in Secrets Chimiques il materiale è davvero molto, ed infatti il disco è lunghetto, invidiamo chi riesce a comporre più semplicemente e sfrutta all'osso il bel riffone che ha creato… Noi abbiamo avuto circa tre anni di tempo per accumulare una buona quantità di pezzi e abbiamo deciso di introdurli praticamente tutti e comincia a prendere corpo l'ansia di comporre brani nuovi. Volevamo registrare qualcosa che non fosse la logica conseguenza del nostro precedente album Incisione, al quale siamo molto legati ma che circoscrive un periodo particolare della nostra esperienza. Secrets Chimiques è probabilmente meno classificabile degli altri nostri lavori, è senz'altro il risultato di un lungo periodo di sala prove e di una crescita inevitabile, che ci piace pensare non finisca qui. Ogni volta è diverso, ma è sempre Taras Bul'ba.
(A) Bella domanda, il messaggio forse è proprio che in genere si parla troppo.
Scheda: Taras Bul'Ba
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