Mia madre era un’arpista e mia nonna un’eccellente pianista autodidatta, cosicché la musica è stata sempre presente nella mia vita, fin da quando sono nato. Tutti, nella mia famiglia, avevano la passione per la musica e molti di loro suonavano qualche strumento o cantavano. Credo che, la grande rivelazione che mi ha portato a pensare che sarei stato un musicista, è rappresentata dalla grande scena punk/hardcore della prima metà degli anni ’80. Quello è stato il periodo in cui il professionismo in musica è stato gettato via e tutto ha cominciato a democratizzarsi. Un periodo davvero eccitante. E la musica era davvero incredibile, allora.
Ho fatto parte di alcune band alle scuole superiori, ma per circa otto anni sono stato letteralmente ossessionato dalla musica “classica” ed ho perfino studiato per un po’ di tempo al Conservatorio. E’ stato uno di quei periodi “dialettici” in cui si ha voglia di provare tutto e il suo contrario. Poi, attorno ai 25 anni, un mio amico, Norman Westberg (che è stato anche chitarrista degli Swans), mi disse che stava lasciando la sua band, i Sulfur (una sorta di band “decadente”, ispirata da Motherhead Bug e Foetus) e mi chiese di prendere il suo posto. Ho suonato con loro per tre mesi, ma non ha funzionato e la cosa mi lasciò molto deluso. Fu proprio quel fallimento a spingermi a formare Barbez. Doveva essere il 1998…
Condivido assolutamente il tuo parere sul nostro essere “europei”. Non è certo casuale che in questo periodo stia ascoltando praticamente solo gli Slap Happy, un’altra delle band inglesi di cui parli. Adoro Robert Wyatt e gli Henry Cow e posso ritenermi abbastanza fortunato ad aver incontrato e conosciuto John Greaves, durante un concerto a Parigi. Siamo anche grandi fan di Fred Frith, specialmente quello del periodo Art Bears.
John mi ha contattato durante un concerto e mi ha chiesto di registrare un disco per la serie Radical Jewish Culture della Tzadik. La cosa mi ha estremamente onorato, sono un fan di Zorn sin dai tempi delle scuole superiori. Ho un grande rispetto per il suo lavoro e per la sua persona (è un vero “mensch”, come si direbbe in Yiddish) e lavorare con lui è stata un’esperienza fantastica: mi ha lasciato fare ciò che volevo in assoluta libertà.
Il cambio di label è dovuto proprio a questa richiesta di Zorn e alle caratteristiche dell’album, che ben si confacevano al progetto della Tzadik.
E’ difficile rispondere a questa domanda. Ho una profonda connessione con la cultura ebraica attraverso la mia famiglia. La musica ebraica, in particolare, è sempre stata una “grande cosa” a casa nostra, specialmente quella religiosa eseguita in sinagoga, che ho ascoltato sin da bambino. E poi, sono molto legato alle opere di Celan, ma non so se ciò derivi dal fatto che fosse ebreo o semplicemente dalla meravigliosa trascendenza dei suoi lavori.
Sono attratto da molta musica ebraica. Adoro certa musica vocale sacra e apprezzo il klezmer. Ho studiato per alcuni mesi il flamenco in Spagna, circa otto anni fa, e anche in quella musica ho riscontrato una forte influenza della cultura ebraica. Credo di essere particolarmente attratto dai suoni tristi, malinconici. Quel tipo di espressione del lamento mi colpisce molto.
Lo è! Celan possiede una calma quasi Zen che copre il dolore e la rabbia. Quando ho provato a musicare le sue poesie era proprio questo che volevo onorare.
La combinazione tra la sua poesia visionaria e il contenuto di ciò che aveva da dire. Per me Celan è probabilmente il più grande poeta del XX secolo. Trovo che ci sia anche molta musicalità nelle sue opere, specialmente nel suo capolavoro sull’Olocausto, Death Fugue.
L’improvvisazione occupa una piccola parte della nostra musica. Io non sono un grande improvvisatore e non ho un background legato al jazz. Ma Pamelia (Kurstin, la suonatrice di Theremin, n.d.i.), Peter Hess, il clarinettista e John Bollinger, il nostro batterista, sono anche dei piacevoli musicisti jazz. Per cui, dove c’è un a-solo è molto probabile che contenga una lontana reminiscenza di jazz.
Considero i Barbez connessi, ma senza stretti legami, con la scena musicale downtown, che per me è sinonimo di quella che tu chiami la scena avant-garde di New York, una divertente comunità danneggiata dall’avidità e … dai beni immobili. La casa di molti di noi, Tonic, è stata chiusa due anni fa a causa del balzo alle stelle dei prezzi degli immobili nel Lower East Side. Da allora sono nati nuovi posti (il club di Zorn, The Stone, è tra questi), ma nulla a che vedere con l’ampiezza e l’accoglienza del Tonic. Se la musica qui continua a crescere, lo si deve soprattutto agli sforzi eroici dei musicisti. E’ dura, anche se succedono ancora bellissime cose a New York.
Moltissimo. Infatti per certi versi è stato come una liberazione. La musica stava cominciando a identificarsi con la voce in una maniera che non ci piaceva. Da questo punto di vista, la partenza di Ksenia ci ha liberati molto musicalmente.
Adoriamo venire a suonare in Italia, credo che questa sia la terza volta che lo facciamo. L’ultima è stata la permanenza più lunga e quelli li ricordo tra i più bei concerti che abbiamo mai tenuto, specialmente le date di Rovereto e Catania. Il pubblico è estremamente aperto alle nuove musiche. E non fa certo male se anche la cucina, da voi, è formidabile! L’Italia è un paese incredibile, uno dei posti che preferisco al mondo.
Qualcosa. Ho cominciato a suonare un po’ con Alina Simone e sto anche lavorando con il batterista portoghese, Gustavo Costa, per un progetto in duo, anche se Barbez rimane senz’altro la mia attività principale. Suono anche con una meravigliosa cantautrice, Rebecca Moore, ma il progetto, per ora, è interrotto.
Mi sono piaciute molto, sia quando le ho ascoltate suonare per la prima volta, sia quando abbiamo suonato insieme: erano uno sconnesso (scrappy), grezzo (rough), “sabbioso” (gritty) duo brechtiano. Ora la loro musica si è fatta un pochino troppo commerciale per i miei gusti, ma loro sono davvero persone interessanti.
Molto lentamente, al momento, anche se la cosa mi entusiasma molto.
Sono stato molto contento per la sua elezione. Credo che Obama proverà a cambiare il Paese. Il problema è rappresentato da quello che noi chiamiamo il National Security State. Esiste una sorta di pressione istituzionale in favore della guerra da parte delle agenzie di intelligence e dal complesso dell’industria militare, che di fatto limita i poteri presidenziali.
Detto questo, posso aggiungere che ho pianto lacrime di gioia la notte in cui Obama ha vinto. E’ stata una vittoria incredibile e lui mi sembra una bellissima persona, intelligente e ragionevole. Devo dire che sono cinico e speranzoso allo stesso tempo. Ad ogni modo, andrà meglio di come è andata finora. Se questo cambio sia sufficiente è un’altra questione..
Scheda: Dan Kaufman
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