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Pubblicazione 01 Dicembre 2008

Ralfe Band

Wonderful Wonderland

Dall'Inghilterra, un delicato cocktail di surrealismo e folk...
Te Ralfe Band photo press
Ralfe Band
2008
Te Ralfe Band photo press

Chi scrive ha, da un tre lustri buoni, l’impressione che la musica odierna sia troppo spesso gravata da una patina di anonimato, al di là del suo valore intrinseco. Che in altre parole li conti sulle mani i gruppi che sanno essere non tanto originali, quanto abili nel crearsi un’identità immediatamente riconoscibile. Magari costruita assemblando un Frankenstein inaudito con quelle altrui, e non vi sarebbe né da stupirsi né tanto meno di che indignarsi. Da sempre l’arte è balletto di passi che si ripetono eterni, pertanto suona più che mai ozioso polemizzare su chi fece cosa per primo: il rischio, in tal modo, è ignorare la foresta per la smania di etichettare ogni singolo albero. Tra i pochi sottomondi di recente rivelatisi alla nostra ammirazione, quello governato da Oly Ralfe ci pare tra i più degni di analisi per come fonde uggia ed effervescenza, inglesità e cosmopolitismo, folk e rock e molto altro ancora (“Le mie canzoni sono un diario frammentario di come mi sento in determinati periodi. C’è sempre una certa tristezza nel modo in cui la vita ci passa di fronte, ma nella musica della Ralfe Band spero trovi posto una mestizia positiva. E c’è anche molto umorismo che si nasconde negli angoli bui dei testi: mi piace lo humour nero, credo sia una cosa molto inglese.”)

Inoltre, confesseremo di avere un conto in sospeso con la Ralfe Band, una volta tanto in positivo: il loro precendente LP Swords scaldò la nostra fine dell’inverno 2007 e fu ben recensito, tuttavia l’assidua frequentazione svelò pian piano una caratura superiore al pur generoso voto originario. Semplice ma assai raro il motivo: la musica creata dal cantante e polistrumentista Oly Ralfe (principale autore del repertorio, nonché regista, disegnatore, attore… insomma, il perfetto uomo rinascimentale cui dobbiamo le surreali dichiarazioni qui riportate) in compagnia del braccio destro Andrew Mitchell e relativi collaboratori colpisce di primo acchito, dimostrandosi tuttavia sempre più lussureggiante col susseguirsi degli ascolti. Esibisce cura meticolosa e un lavoro attento e appassionato dietro gli arrangiamenti, i suoni, le singole note, compiendo così un’operazione coraggiosa nella fretta del consumo “mordi e fuggi” imperante (“Cerchiamo sempre di fare dischi che si svelino nel tempo e che possano al contempo collocarsi fuori da epoche precise.”). Non di semplici dettagli tocca parlare, semmai di tessere che - accostate le une alle altre - compongono un mosaico prodigioso e, con distratta nonchalance, provano a spiegarne i segreti. In ragione di tale fascino, non neghiamo di aver riposto delle aspettative nei confronti del secondo disco Attic Thieves. Una volta tanto ben riposte, giacché non si limita a confermare la solidità della formazione ma addirittura sfoggia una sorprendente maturità e apre finestre su un futuro radioso. Staremo a vedere, ma ora facciamo un salto indietro.

La Ralfe Band prende le mosse cinque anni or sono, dopo che Mitchell fa ritorno a casa da un periodo trascorso in Giappone a insegnare inglese (per quanto i due si conoscessero da molto prima: “La cosa iniziò quando da bambini io suonavo il piano e il mio amico Mitchell batteva su un tamburo nel capanno del giardino. Chissà quanti uccelli abbiamo spaventato!”). A fungere da apripista escono, nel 2005, due singoli per la Skint, Albatross Waltz e Fifteen Hundred Years, le cui title-track saranno recuperate dal debutto. Le relative ancelle, rimaste inedite su album, non sfigurano al punto che il vigile John Peel se ne innamora, chiamando in causa Yann Tiersen per le atmosfere e Will Oldham per voce e scrittura, infine ammettendo la difficoltà di definire con precisione le influenze del duo.

Con ragione, perché qualsiasi velleità di incasellare la Ralfe Band risulta vana: prova ne sia l’esordio sulla lunga distanza, dipanato tra filmici strumentali come Siberia ed echi del Ray Davies accasato presso il Village Green con i Gorky’s Zygotic Mynci, forte di gusto per il pastiche visionario e policromo i cui fili sono annodati con maestria. Il pensiero corre subito a una delle più sottovalutate band degli ’80, quei Camper Van Beethoven dei quali Oly e Andrew paiono spesso e volentieri la versione albionica, dove il cinismo lascia spazio a una svagata eccentricità non distante da Lewis Carroll. (“Conosco e apprezzo tutti gli artisti che citi, sebbene non credo di assomigliare a nessuno di loro. Ho visto di recente Tom Waits suonare a Parigi ed è stato incredibile, uno spaventapasseri da commedia vudù che dipinge quadri magnifici. Mi piace chi segue una propria via come lui, ma ammiro anche musicisti che resteranno per sempre sconosciuti!”)

Simile è, in ogni caso, l’attitudine a tendere l’orecchio verso il folk del mondo (la Grecia traslocata oltralpe in March Of The Pams, il sapore d’oltrecortina di Broken Teeth Song) e il pennino intinto nella tradizione (uno struggente inno country come Albatross Waltz; l’errebì che emerge da Arrow And Bow e Bruno Mindhorn). Acida (Parkbench Blues) oppure agreste (Crow), la lezione impartita dal Tom Waits all’epoca di Rain Dogs si conserva vincente. Piace e colpisce il modo di porsi - sornione, garbato, mossa da fervida immaginazione - quanto il tono favolisticamente surreale di parole e suoni (“Amo scatenare umori e immagini attraverso la musica. Essa può condurre per mano e far evadere in luoghi strani, in panorami sonori…”).

Il seguito vede i Nostri in viaggio a macinare chilometri e concerti su e giù per il vecchio continente, toccando brevemente la nostra penisola e spingendosi fino a Istanbul, prima di tornare in patria a togliersi la soddisfazione di calcare i palchi prestigiosi Reading e Glastonbury. C’era da supporre che, in ragione di tanta attività, piglio e amalgama si fossero ulteriormente irrobustiti, istillando il piacevole dubbio di una svolta o di una persuasività ancor più accentuata. Quando poi è infine planato sullo stereo Attic Thieves, si è trattato di autentica conferma: Ralfe e Mitchell non sono una delle tante meteore di passaggio e, in quaranta minuti che hanno presto monopolizzato le nostre giornate, il marchio di fabbrica non smarrisce un’oncia di charme pur battendo i territori del predecessore (le etnie mescolate di Attics e Queen Of Romania; il cigolare pianistico in St. Mark’s Door); tuttavia si premura di pescare altrove soffiando via la polvere (Helmutsine e Ice Is On My Hands provengono da qualche ansa del Dylan ‘66) e guardando a quel lembo poco frequentato dei ‘60 dove il beat faceva spazio a qualcosa che ancora non potevi chiamare psichedelia. Sovente, una piovosa, virile malinconia avvolge sorridendo il tutto e consegna apici del calibro di Mirror Face e Stumble. Musica fatta di istinto e meditazione, insomma, figlia del dialogo tra due sfere dell’umano sentire. Ideale colonna sonora per amici che si ritrovano a intavolare lunghi discorsi davanti a un buon bicchiere, i telefoni staccati e il tumulto della civiltà distante, seppellito dal silenzio. Anzi, no: dalla Ralfe Band.

Scheda: Ralfe Band

copertina pdf #91