Modulazioni vocali al limite del drammatico. Un incedere folk lento e straziante. Il tutto condensato gentilmente come solo il fare femminile riesce a compiere. La giovane cantautrice Liz Durrett dà voce ai fantasmi, alle nascoste e trascurate pieghe della vita, alla debolezza, alla fragilità. La sua è un’intima discesa negli anfratti bui dell’animo umano, dell’amore, della nostalgia. Il suo è un folk sofferto, struggente ed evocativo che si è fatto strada migliorandosi in tre album dal 2005 ad oggi. E tutto questo dovrebbe esser più che sufficiente a sancire il talento, la coerenza e il coraggio artistico di questa autrice proveniente da Athens, Georgia. Il resto sono soltanto chiacchiere. Perché, adesso, rivelare che lo zio che le ha regalato la sua prima chitarra al compimento dei sedici anni e che le ha fatto da guida musicale in tutti questi anni è nientedimeno che Vic Chesnutt potrebbe far scattare una sorta di diffidenza nepotistica.
Del tutto infondata, garantiamo. Certo, nessuno nega una certa predisposizione artistica ereditaria, questa è scienza. Ma il fatto è che Liz Durrett ha dimostrato fino ad oggi una propria personalissima cifra stilistica che ben la distanzia dal solco compositivo dello zio. E questa è arte. Semmai il punto di riferimento musicale più vicino è quello di Cat Power. Ma relativamente e orientativamente. Perché tratto distintivo della Nostra sono proprio questi emozionali saliscendi vocali che disegnano curve critiche e traiettorie drammatiche su un lentissimo folk chitarristico, e che mai abbandonano la loro crepuscolare intensità. Peculiarità questa che già emerge nel suo debutto discografico Husk (Warm, 2005), nonostante una monotonia musicale inevitabile dovuta da una fin troppo umiltà strumentale (6.4). Scarno folk che non viene abbandonato neanche nel successivo Mezzanine (Warm, 2006), suonato e registrato interamente in una calda soffitta – da qui il titolo “mezzanino”. È quasi sempre e soltanto l’apporto di una chitarra e poco altro – piano e spazzole – a fare da sfondo al vorticare soffuso e doloroso della voce. Ma qui è un urgenza comunicativa più sentita e immediata a sopperire magnificamente all’essenzialità musicale. Ecco che bellissime canzoni come Knives At the Wall e Cup On The Counter fanno di Mezzanine un album fuori dal tempo, eterno quasi (7.5). Il terzo album, Outside Our Gates (nella sez. recensioni), giunge ora a confermare, impreziosire - stavolta con eleganti orchestrazioni- e coronare il perfetto elegiaco dramma folk di Liz Durrett.
Scheda: Liz Durrett
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