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Pubblicazione 01 Dicembre 2008

Jonas Reinhardt

Transcendental Meditation

Di nuovo Jonas Reinhardt non inventa nulla. Dopotutto trattasi dell’ennesimo iniziato krautrock. Sta di fatto che il suo debutto demarca una via cosmica propriamente intesa
Jonas Reinhardt
Goutry 2008

Tra i recenti arrivati in casa Kranky si distinguono Cloudland Canyon e White Rainbow. Fin qui niente di strano, dal momento che il lavoro di un marchio  sulla breccia da oltre un decennio è quello di rinnovarsi – o comunque mai smarrirsi – stagione dopo stagione.

Capita però che i nomi di cui sopra, entrambi debuttanti per l’etichetta di Bruce Adams e Joel Leoschke nel 2007, abbraccino in toto la fede del krautrock – stesso anno, medesima etichetta: se non una presa di posizione della label chicagoana poco ci manca – e nella fantasia dell’adepto “cosmico”, seppur distrattamente, qualcosa si smuove.
Beninteso, non parliamo di un fantomatico neo-krautrock – il genere sin dal suo avvento si è sempre rinvenuto, in ogni forma possibile, nelle musiche “altre” e presunte tali - ma fa specie vedere come la label che insieme alla Too Pure (ri)diede il là a tutta la faccenda kosmische, la suddetta Kranky, stampi nel breve tempo act palesemente (e non sommariamente) debitori ai teutonici dei ’70. Ultimo in ordine di tempo è il californiano Jonas Reinhardt. Freak fuori tempo massimo come i colleghi di scuderia, Reinhardt è decisamente il più visionario tra i tre.

Appassionato di astronomia, Jonas - che si dichiara “affascinato dall’altera purezza che il cosmo rappresenta” - non disdegna quella matrice trascendente che la sua musica, visti i referenti, evoca e deve evocare. Si rifà alle gesta dei Cluster (con i quali ha condiviso un festival nella natia California) e dei tangenti Harmonia, ma non solo: traspare, dal suo modus, un che di “filmico” ascrivibile alle gesta del John Carpenter da Escape from New York e/o ai nostrani Goblin di Dawn of the Dead; nonché Vangelis e anche Wendy Carlos. Dai modelli si evince che il Nostro non usa che sintetizzatori vintage, strumenti con cui comunica - “la  mia musica”, dice, “è un dialogo tra uomo, macchina e l’estatica verità del caotico e dell’oscuro”. Beh, se non è trascendenza questa! – e mette in fila tredici delle piece più visionarie di fine anno.

Più convincente e lo-fi del concittadino, amico e anch’egli krauto, Alexis Georgopoulos aka The Arp e interrogato su cosa lo abbia colpito della recente scena musicale, Jonas Reinhardt confessa stima per Lindstrom, Prins Thomas e compagnia cosmic-disco, aggiungendo pure che “sul prossimo album, magari, una cassa dritta potrebbe anche starci”.
Perdonate l’entusiasmo, ma sembra di rivivere nel mezzo dei ’70 quando simili cortocircuiti generarono l’impossibile. Manca solo che un Devendra Banhart voli a Berlino e vedi che ci scappa una nuova trilogia.

copertina pdf #91