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Pubblicazione 01 Novembre 2008

São Paulo Underground, Rob Mazurek

Ordine e progresso

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Rob Mazurek
2008

Da che musica è musica, Brasile e jazz sono andati costantemente d’amore e d’accordo. Forse anche memore di questa reciproca e storicizzata attrazione fatale, Rob Mazurek si è da pochi anni trasferito con armi e bagagli (leggi: bric-à-brac elettronico ed inseparabile cornetta) a San Paolo, dove gli tocca magari respirare un po’ di smog ma, se non altro, può tuffarsi completamente nella locale atmosfera di fervida contaminazione culturale e musicale. (“Mia moglie è brasiliana ed era tempo di cambiamenti. Qui sono attivissimo con allestimenti sonori, a progettare e dipingere ogni giorno. E’ meraviglioso!”)

Poco sopra i quarant’anni, il sereno e geniale musicista americano è in possesso di un curriculum impressionante per quantità e qualità che si articola in una trentina abbondante di dischi  (collaborazioni escluse…) editi nel volgere di un decennio. Parla solo se ha qualcosa di rilevante da dire, però, non come certi avanguardisti che ci sommergono di ogni abbozzo e scarto in cartocci d’aria fritta. Un percorso assai paradigmatico il suo, iniziato con l’ortodossia hard bop di Wynton Marsalis e più tardi giunto a forme più mature e attuali, legate a doppio filo col più fulgido post rock proveniente da Chicago, la città dove il Nostro ha vissuto e lavorato dopo i natali nel New Jersey. Le numerose incarnazioni del Chicago Underground, ogni scorribanda con Isotope 217, Mandarin Movie e Him, ma soprattutto la recente “all star band” a nome Exploding Star Orchestra comprovano la sua attitudine iperattiva e mercuriale, tesa a restituire dell’attualità un’immagine viva, pulsante. Sono collettivi aperti e flessibili, felici oasi di multiforme progettualità artistica; spugne che assorbono mille e una suggestioni e le restituiscono tra loro indistinguibili:

I concetti che danno vita alle band in cui suono hanno un’origine collettiva e poi vengono rielaborati. Ovviamente lavoriamo ogni volta in modo diverso a seconda dell’esperienza, dell’umore e delle influenze. Tutti i progetti hanno un loro patrimonio di idee e suoni ma non c’è nulla di definito, è tutto sempre in movimento. Mi piace paragonarlo a un flusso organico di informazioni.” Ecco spiegato perché non puoi annoiarti con nessuna delle succitate formazioni, perché il cornettista ha prestato volentieri lo strumento agli spiriti affini Tortoise, Stereolab e Jim O’Rourke e, non contento, ama dilettarsi coi pennelli e occuparsi di multimedialità.  

Dunque, se il nostro Rob va dove lo portano orecchio, cuore e alla fine cervello, un approdo sulle spiagge verdeoro s’aveva da fare, prima o poi. Il primo frutto del Sao Paulo Underground (notate il senso di continuità nel nome: resta il “sottobosco” però mutano i riferimenti geografici) è stato l’ottimo Sauna: Um, Dois, Tres (Aesthetics, 2006; 7,8), rigoglioso panorama in cui ti imbatti in ipotesi del Miles Davis elettrico seguace delle teorie tropicaliste e vedi passare i Can sottobraccio a Don Cherry. Mazurek - e lì sta molto del suo talento - si racconta in tal modo un perfetto figlio della nostra epoca: uno che conosce il significato di spingersi oltre vetusti e insensati confini tra generi, razze e stili; che, inoltre, percepisce in modo lucido e critico quello che gli succede attorno: “La cosiddetta avanguardia jazz si è da tempo mescolata col rock alternativo: la maggior parte della gente che viene ai nostri concerti è giovane e siamo trasmessi dalle radio universitarie, il che ci aiuta molto. Inoltre, il fatto che non siamo propriamente una jazz band ma un misto di tante cose differenti fa sì che ci esibiamo in rock club, gallerie d’arte, centri culturali e via dicendo.” Chiari gli intenti e sottolineati da un razzolare d’eccezione,  il bellissimo We Are From Somewhere Else (Thrill Jockey; 8,0) che, pubblicato lo scorso anno come Exploding Star Orchestra, ci ha stregato con la sua indefinibile collocazione spaziotemporale e il sottile maneggiare soluzioni policrome senza perdere di vista il senso ultimo del fare musica. C’è la visceralità di John Coltrane e il rigore prossimo a Steve Reich, la tradizione della “classica colta” occidentale e le raffinatezze di marca Tortoise (ovvio: Jeff Parker, John McIntyre e John Herndon sono a bordo della navicella, così come - si badi bene - svariati membri dell’AACM) e cento altre cose ancora. Partito da un’opera commissionata congiuntamente dal Chicago Cultural Center e dal locale Jazz Institute, l’Exploding Star Orchestra ospita dunque la crema dell’Illinois illuminato, ciò nonostante si guarda bene dall’incappare in cerebralismi e autoreferenzialità. Semmai, conosce il sistema per farsi capire dal jazzista come dal post rocker, dall’amante dei bei suoni e da chi a un disco chiede ancora idee e stupore.

A tale splendore ha risposto una mossa anch’essa frutto di circostanze peculiari: il disco omonimo edito a nome Bill Dixon & Exploding Star Orchestra (Thrill Jockey, 2008; 7,3). Insegnante di tromba e poco noto teorico e rappresentante della “Nuova Cosa” jazz, Dixon fu avvicinato da Rob in occasione del canadese Guelph International Jazz Festival. Dalla rispettiva ammirazione si è presto passati al dialogo verbale e - cosa naturale, trattandosi di musicisti - al conversare utilizzando ciascuno i propri strumenti, facendo così cadere ogni barriera, ritrosia e timore reverenziale. Ne è scaturita una collaborazione articolata su tre composizioni che vedono protagonisti Dixon e un più defilato Mazurek, mentre l’Orchestra della Stella Esplosiva costruisce il fondale del loro muoversi tra pieni e vuoti, un susseguirsi di salite e discese che privilegia le movenze della massa sonora rispetto ai singoli assoli. Magma qui violento e là ripiegato come in attesa, il disco è il debito saldato con un passato vitale e scalciante e allo stesso tempo un cerchio che si chiude.

Solo per aprirsi su nuove imprese che richiedono a gran voce l’espansione dell’Underground paulista, nel quale adesso figurano - oltre a Rob e Mauricio Takara - i percussionisti Guilherme Granado e Richard Ribiero. L’accento è spostato sulla componente ritmica, abbracciando la sensibilità ipnotica e tribale che da sempre costituisce parte integrante della cultura sonora brasiliana. The Principle Of Intrusive Relationships (cfr. spazio recensioni) ragiona in modo muscolare e astratto nell’arco dello stesso minuto, esibisce la medesima convinzione sia che ordisca trame complesse (Final Feliz, Barulho De Ponteiro) o elabori ibridi trans-americani (Só Por Precaução, Cosmogonia). L’elettronica è applicata con acutezza e percepisci ovunque la conoscenza della Storia in un flusso che scorre senza pause tra i pezzi e scenari che mutano di continuo. Musica per l’oggi e di oggi, l’operato di Mazurek e compagni, che conserva intatte modestia e forma nel momento in cui attinge consapevolmente da infinite, prestigiose tradizioni. Che sia davvero l’equivalente contemporaneo della New Thing?

copertina pdf #91