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Pubblicazione 01 Novembre 2008

Daniel Martin Moore

Heart Of Gold

Un nuovo cantautore dalle evidenti radici, ma che non per questo difetta in personalitā, anzi.
Daniel Martin Moore
2008

Chissā se l’occasione del ventennale ha, in qualche modo, risvegliato le teste pensanti della Sub Pop, facendoli guardare indietro alla propria storia e inevitabilmente stendere qualche bilancio. Nondimeno, si deve dare atto a quella che fu l’etichetta del grunge di aver saputo - dopo un periodo di appannamento - cambiar pelle brillantemente, abbracciando un suono devoto ai Sessanta declinato in chiave pop, folk e persino psichedelica. Nomi come Iron & Wine, Death Cab For Cutie e Shins, al di lā delle personali preferenze sanciscono una fresca vivacitā, ma guai a dormire sugli allori. A confermare la ripresa, il 2008 targato Sub Pop ha elargito dapprima il pregevole “roots sound” dei Fleet Foxes e, per venire all’oggetto di queste righe, l’esordio di Daniel Martin Moore, animo sensibile del Kentucky messo sotto contratto in ragione di un semplice demo. Non molto vi č perō in lui dell’agreste poetica di Will Oldham: un’eco, un’ombra raccolta in tralice.

Quel che lo accomuna all’illustre compaesano č, pur nella diversitā dei presupposti, l’approccio alla gloriosa tradizione gloriosa del songwriting. A cambiare sono semmai i santini: laddove il Principe Billy nel taschino custodisce Young e Dylan, Moore guarda alla melanconia di Drake e arrangia gli undici brani di Stray Age adeguatamente, in modo ricercato ma spartano (aiuta in regia un misurato ed esperto Joe Chiccarelli). Sottolinea anche la sua educazione sentimentale con un gesto rischioso, di quelli che ti possono anche spezzare le ossa da subito e quindi ammiri. A metā scaletta, Daniel si misura in modo personale con Who Knows Where The Time Goes, struggente meditazione folk-rock appartenuta al repertorio dei Fairport Convention. Una canzone che č impossibile scindere - per motivi tragicamente biografici - a chi la rese per prima immortale, ovvero Sandy Denny.

In punta di spazzole jazz e discreti tasti di piano, il ragazzo ne esce a testa alta, conservando il pathos originale piegando il fraseggio vocale originale alle sue capacitā (grossomodo situate tra l’uomo di Bryter Layter, Bill Callahan e il pių quieto Micah P. Hinson). Non che i restanti dieci brani siano da buttare, anzi, ché il loro risciacquare nel jazz un’anima melanconicamente country folk avvince, addirittura impressiona; quasi non credi di avere in mano un disco di debutto, nondimeno l’impressione che il ragazzo sia qui per rimanere č forte. Lo sapete no, come si suol dire dalle sue parti? Time will show the wiser.

copertina pdf #91