Sgombriamo subito il campo da possibili misunderstanding: si chiamano Women ma sono quattro ragazzi. Vengono dal versante meno hype del Canada e sono all’esordio. Anzi, ad esser precisi non hanno nemmeno fatto in tempo ad esordire che sono stati subito reclutati da un’etichetta prestigiosa come la Jagjaguwar. Buon segno, anzi grossa sorpresa anche per i diretti interessati: Abbiamo preso come un grande onore essere su un’etichetta che ha pubblicato così tanta bella musica, ci spiega Patrick Flegel, portavoce dei quattro. Rispettiamo tantissimo molte delle bands della label ed è fantastico essere accostati a loro in questo modo. Senza contare che con Jagjaguwar avremo modo di andare in tour praticamente ovunque vogliamo; e infatti saremo in Europa entro la fine dell’anno.
Questo il fatto principale. Ora procediamo a ritroso per gli antefatti. Formati qualche anno addietro dalla voglia di suonare insieme di due fratelli – Patrick (chitarra/voce, nonché interlocutore principe per questo approfondimento) e Matt Flegel (basso/voce) – gli Women trovano la definitiva quadratura nella formazione con l’ingresso di Chris Reimer (anch’egli chitarra e voce) e del batterista Mike Wallace, entrambi amici d’infanzia dei fratelli Flegel.
Tempo di trovare un garage per le prove, suddividersi i compiti (cosa che, come vedremo non riesce molto appieno), tentare di organizzare una via personale (e sperimentale) al pop e i quattro si trovano a registrare sessions semi-improvvisate per ovviare, parola di Pat, allo shitty weather del loro sito di provenienza: Calgary. Famosa da noi per le Olimpiadi invernali di due decenni esatti fa, la small trashy oil town come la definisce causticamente Pat, proprio brutta non deve essere se, dati alla mano, è la terza città dell’intero Canada e quella in assoluto più ricca. Due caratteristiche – brutto tempo e tanti soldi – la cui unione ci fa immaginare un bel fermento musicale da quelle parti.
Ipotesi confermata dal nostro interlocutore: È già bello non essere di Montreal o Vancouver, e infatti la gente si sorprende quando viene a sapere che siamo di Calgary. Inoltre qui ci sono buoni gruppi coi quali siamo amici: Azeda Booth (quintetto al debutto per Absolutely Kasher, n.d.A.), the Neighbourhood Council (quartetto misto dedito ad un pop sperimentale, n.d.A.), the Ostrich (altro quintetto dai volumi garage, n.d.A.), Chad VanGaalen. La scena musicale è coesa e ci si supporta a vicenda, senza contare che quando vai ad un concerto ci si conosce tutti e se per caso non ci si conosce è l’occasione giusta per farlo.
Quali che siano l’intensità e le dinamiche della scena da quelle parti, resta la certezza che è l’amicizia a regnare sovrana nei circuiti underground. Tutto il mondo è paese sotto questo aspetto. Così Ian Russell, un amico proprietario di una minuscola etichetta in quel di Alberta, li convince a registrare quelle sessions da garage per pubblicare un album. Nello stesso modo è un altro amico nonché label-mate con un minimo di visibilità a sedere dietro al mixer: quel Chad van Gaalen con alle spalle un bell’album su Sub Pop (Skelliconnection, 2006) e un nuovo fresco di uscita, oltre ovviamente all’esordio canadese Infiniteheart. Così è il marchio Flemish Eye a far da tramite tra la musica degli Women e il mondo, dato che altri amici – si vocifera addirittura i tre Oneida stessi, ma potrebbe essere una voce di corridoio virtuale – suggeriscono questo nome caldo alla Jagjaguwar che scippa il debutto self-titled non solo alla piccola etichetta canadese (con somma gioia di Ian, a dirla tutta), ma anche al silenzio delle fredde lande della regione di Alberta.
Gli Women, insomma, si manifestano al mondo con l’eponimo album e in una mezzora scarsa di musica danno la stura a tutta la propria esuberanza giovanile.
Una mezzora risicata ma densissima, suddivisa in dieci pezzi di cui una scarsa metà non raggiunge i due minuti. Gemme lo-fi, registrate su mezzi di fortuna – un ghettoblaster e delle vecchie tape machines, nello specifico – e impreziosite da quel senso di precarietà tipico dei diamanti grezzi. Almeno due di quelle gemme, però, brillano a tal punto da far gridare al miracolo per la bellezza dei particolari: Groud Transport Hall, 70 secondi netti di cristallina melodia vocale à la Grizzly Bear, tanto delicata quanto indimenticabile, di quelle che si piazzano in testa e non se ne vanno più; e Black Rice in cui fruscii, scampanellii, chitarre twangy hanno lo stesso peso e la medesima centralità della pop-melody che riesuma fantasmi da psichedelia sixties.
Il resto, ovviamente, non è da meno; l’attitudine giocosa e gioiosa degli Animal Collective è mischiata alla rumorosa bellezza di velvettiana memoria; le code sperimentali alla non invadente spruzzata di indie-folk non verboso né saccente; la verve sperimentale e psychotica ai soundscapes densi e alle frantumazioni rock care ai This Heat tirati in ballo dalla press-sheet.
Una caleidoscopica rifrazione di colori. Una polifonia di umori. Un insieme di diversi input che si sciolgono in un unicum coerente e definito. Women è un ibrido dalla forte eterogeneità cui contribuisce in maniera consistente l’eclettismo strumentale dei quattro. Cosa questa che ci conferma Pat: Durante le registrazioni del disco tutti abbiamo suonato tutto nelle varie canzoni […] dal vivo, però, io e mio fratello Matt suoniamo rispettivamente chitarra e basso, l’altra chitarra la suona Chris e Mike è dietro la batteria. Proprio la dimensione live dovrebbe essere intensa e particolare se, come recita la press-sheet, il palco sembra un incrocio tra “a jam space and a garage sale”. Pat si schernisce al riguardo (Ci sono alcuni momenti e parti in cui traffichiamo un po’ con le jam, ma per la gran parte è tutto calcolato) ma a noi la curiosità resta e speriamo di vederla appagata al più presto.
Tornando a Women, però, c’è da dire che non è solo un disco eterogeneo, ma anche ambivalente: di facile ascolto, godibile, gustoso, raffinato a volte, ma di difficile catalogazione, cerebrale, ostico. Un album bifronte che vive di contrazioni, contraddizioni e chiaroscuri: molto spesso luminoso, grandangolare, dal respiro ampio; altre volte spaventoso, sinistro, tetro. Quasi che le condizioni in cui è stato registrato (il sottotetto e l’intercapedine del seminterrato di Chad, a quanto dicono) ne avessero in parte modellato la riuscita. Ma è un album sicuramente mai noioso o calligrafico o (ehm) accademico. Capace di tirare in ballo suggestioni diverse e distanti tra di loro – melodie pop anni ’60 e indie (di)storto – e fonderle in un unico, (purtroppo) breve e intenso esordio. Come, detto fuori dai denti, non ne ascoltavamo veramente da tempo.
Scheda: Women
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