E se partissimo dalla fine? Anno 2008, settembre. Karl Blau, musicista poliedrico e iperattivo, pubblica per la K Recs un lavoro che ha tanto di tradizione cantautoriale e tanto delle peculiarità di chi l’ha scritto, cesellato di canzoni perfettamente autonome e svincolate da una scena, da una città, dall’anno in cui sono pubblicate – e ciononostante ricche di personalità. Il titolo è Nature’s Got Away e parla della naturalezza con cui la penna dell’autore confeziona i suoi risultati.
Appena nel marzo dello stesso anno Karl aveva ripubblicato per la Whistler Records una delle sue uscite di qualche anno fa, AM (originariamente, nel 2005, Kelp Monthly), cambiandone solo la disposizione dei brani; e non è finita; subito dopo è arrivato That’s How I Got to Memphis, 7” sempre per la K. E, prima di tornare a Nature…, il duemilaotto ha visto persino la ristampa di uno dei primi dischi di Blau, Shell Collection, avvenuta a seguito di una petizione dei fan; cosa che per l’occasione ha compreso pure un progetto di coinvolgimento del pubblico tramite disegni (di e con conchiglie), su idea dell’amico Nathan Walker. E ritorniamo a settembre; e siamo solo a settembre.
Tutto questo per parlare di due tra le caratteristiche che meglio descrivono il mondo di Karl Blau. Punto primo, c’è l’importanza di creare attorno a un musicista, attorno alla musica, una comunità di partecipazione e sostegno – perché no?, anche economico – da parte dei fan; i suoi dischi si possono scaricare dalla web-community The Connextion, e soprattutto c’è Blau dietro alla strana entità Kelp Lunacy Avanced Plagiarism Society (prima chiamata Kelp Monthly), un sito-etichetta a emissione periodica dove chi vuole può comprare i CD on line (una volta mensili, ecco il perché del vecchio nome) o semplicemente sostenere il musicista – sia esso “Karl-il-crooner”, “Karl-il-produttore”, o Karl-il-collaboratore di musicisti di NY e oltre - nel suo compito di “esploratore di stili del mondo moderno come un miscelatore gigante di cultura”.
Punto secondo, c’è la capacità di licenziare tanta tanta musica con una poliedricità che raramente si avvale del pilota automatico. Le uscite appena citate siano da esempio. AM – versione 2008 – (7.0) si apre con un incastro di texture (Morning Prayer) che comprendono una base da ambientale eno-iana, una struttura poliritmica e artificiale, un accenno cacofonico, tutto inquadrabile richiamando alla mente le “canzoni” di David Grubbs. E il disco prosegue con un folk lo-fi (Spring Morning) e si inalbera con un post-grunge che fa venire in mente dei Dinosaur Jr. post-sbornia (Yellow Sunbonnet). Karl dà prova di capacità di assoluta rilevanza, sia come compositore che come scrittore di canzoni. Tutto replicato in quella Shell Collection (7.0) di cui sopra, di cui è difficile parlare senza citare Beck (sentite Canyon Session e capirete), e soprattutto senza ripetere la variabilità dei brani. Ci sono gli anni Sessanta, accanto a quei rimescolamenti dei Novanta, c’è Barrett, c’è rocksteady (Man In The Pocket), c’è un’improbabile e riuscitissima combinazione tra i Residents (Through The Cooper's F) e il raggaemuffin meno tamarro (Mezmariah); c’è un’immagine che si disegna tra i nostri neuroni: un open-space pieno di strumenti e di dischi, di colori, pieno di tutto tranne che di barriere. E allora lasciamoci trascinare, da questa collezione di conchiglie, perché ci posa sul piatto la possibilità di riavviare l’articolo e di ritornare a quel 1997 nel quale l’album uscì per la prima volta, cioè agli inizi dell’attività di Karl.
Anno ’97, dunque. Shell… non è il primo disco che il nostro pubblica, ma ci siamo già abituati a questa dinamica. Prima c’è stato Doin' Things the Way They Happen, pubblicato dalla Knw-Yr-Own, etichetta di Anacortes, Washington – la cittadina dove è nato e cresciuto Blau – fondata da Bret Lunsford. Quest’ultimo non è figura irrilevante da citare, perché ci permette di parlare delle collaborazioni – tra le molte altre, tra cui Little Wings - delle quali sempre si parla quando si discorre di Karl. Bret è infatti suo collega nel progetto D+, non troppo noto detto così ma probabilmente più chiaro una volta svelato il terzo musicista della band, Phil Elvrum – altro cardine del cosmo di Karl Blau; sì perché qualcuno forse si ricorderà del protagonista del nostro approfondimento solo ora che citeremo i Microphones e Mount Eerie, band di pressoché completa responsabilità di Elvrum ma di cui Blau è membro fisso, specialmente come bassista – tanto che un brano del secondo disco dei Microphones, It Was Hot We Stayed in the Water, è proprio intitolata Karl Blau.
Ma, come sappiamo, l’attività post-Old Time Relijun di Elvrum ha inizio solo nel ’99. In quel periodo il nostro è già navigato solista dall’attività irrefrenabile. Agli album di cui già abbiamo parlato fanno seguito Bread & Grease e A Second Culling (Knw-Yr-Own, 1999), Blue Nomad (Knw-Yr-Own, 2000) Clothes Yr I’s (Knw-Yr-Own, 2001) e i primi lavori Kelp Monthly, uno del 2003, Dragon Tape, e ben tre full-album nell’anno successivo, Dark Magical Sea, Double Duty Booty e It Was Hot We Stayed In The Water. Scegliendone uno su tutti, citeremmo il folk dalle venature grunge di Dragon Tape, tendenza che affronteremo tra breve. Per ora cataloghiamo la musica di questo album come i più hanno fatto, sia per Blau sia per le prime cose Microphones, e cioè affianchiamo il genere psych-folk – di quello più stralunato o stonato - al lo-fi più vicino ai giorni nostri. Il che, va detto, è estremamente riduttivo. Innanzitutto perché il disco contiene incroci tipo Gong-punk (Fisherman's Net Pt. 1), e altri viaggi verso Canterbury (I Am a Wave), o verso la Wümme dei Faust (When Silence Gives Birth) ma anche perché Karl dà prova di giocare la carta meta-ironica con i propri strumenti (Synth Study, The Guitar Wants to Help). Blau cerca e trova suoni, crea e distrugge, incrocia, non vuole lasciare che nessuno stimolo acustico vada indisturbato per la sua strada. “Se mentre registro per la strada suona una sirena, pazienza, la mantengo nella registrazione. Oppure, se i figli dei vicini stanno giocando nel loro giardino, gli chiedo di venire a fare una jamsession con me.” Detto riassumendo, Karl Blau assume una modalità del volere, per cui tutto è tentabile, e tentato.
Karl fa di tutto, partecipa a mille cose, non sta mai fermo. E però Karl ci sa fare. Ascolta mille cose – ma “di indie quasi nulla, tranne i Death Cub For A Cutie, che sono cantautori eccellenti” - e poi le riproduce. “Tento di replicare tutto quello che ascolto, ne faccio la mia take personale.“ E lasciamolo fare.
Il risultato solo a volte lascia perplessi. Succede nelle prime prove, come in Blue Nomad – del 2000 -, dove compaiono già le armonie specie chitarristiche del grunge ma anche un repertorio di tentativi che non hanno mai la forza del disegno compiuto. Ma ne va dell’acquisizione di una competenza, necessaria perché la vita musicale di Karl assuma del tutto la modalità del potere, che nella parola varietas vede una chiave (inglese) essenziale per una lettura efficace.
I dischi nel frattempo continuano a lievitare – le sue uscite ufficiali ad oggi ammontano ben a ventotto unità!, è davvero difficile stargli dietro e ricostruire col (poco) senno di poi – e la collaborazione con Elvrum gli permette di entrare a contatto con la K Recs; con essa apre un sodalizio in occasione dell’uscita di Beneath Waves (K, 2005, 6.9). è un’occasione perché il nostro inizia discograficamente a uscire da un guscio personale – seppure malleabile – di autopromozione, pur non perdendo il contatto diretto coi fan – come si riportava riguardo l’aneddoto delle conchiglie. In realtà l’album a sua volta non è che la riedizione di See Saw, uscito nello stesso anno per Kelp, ed è sostanzialmente terreno di conferme, più che novità. Sono intatte quelle scelte armoniche che hanno sempre qualcosa in comune coi Nirvana (Ode To Ocean, Dragon Song). Ma se due indizi fanno una prova, proviamo ad avanzare un’ipotesi. Ascoltando Notion si dischiude una luce che da sopra il gruppo di Cobain si trasferisce sui veri genitori di quest’ultimo, i Meat Puppets. Il lo-fi di Blau prende molto dalla band SST, guarda al passato in un modo simile. Di più: se i Nirvana utilizzavano le invenzioni armoniche dei MP per aggiornarle dall’hard-core al grunge, Karl più di una volta fa lo stesso ma con la bassa definizione, appunto. È un’ipotesi, ma che descrive meglio le note blau-iane rispetto alla semplice dizione folk-lo-fi, o alla affiliazione a Oldham e simili.
E, spostandoci ancora verso Hansen, Blau ha un’ironia e un atteggiamento giocoso, semi-serio, che Cobain non aveva per nulla. È a questo punto che nella cultura del frammento del membro dei Microphones va introdotta un’altra figura, la cui indole, per ammissione del nostro protagonista, ha avuto influenza sulla sua musica. È Tori Kudo, mente testimone di Geova dei Maher Shalal Hash Baz, anche se decisamente più felice nei suoi excursus solisti di sfaccettature sonore. A lui Karl dice appunto di ispirarsi, come a un’altra Kudo, Reiko, fanciulla giapponese dalla grazia e dalle musiche decisamente più orientali. Ascoltando lei Blau ha avuto contatto con la quintessenza di un oriente contemporaneo – sentite lo splendido Licking Up Dust – e forse qualcosa è cambiato. La lezione dei giapponesi è salita in superficie in Dance Positive (Kelp Monthly/Marriage Records, 2007), per le sue atmosfere più sospese (Are You Done). Ma rispetto a Tori Karl sa sempre farsi ascoltare, andare al di là dei frammenti per consegnare la bellezza della scrittura, fatta di melodie e di sagge costruzioni che fanno l’occhiolino all’approssimazione. L’animo beckiano di Blau è presente più che mai (Megadose), e ancora una volta il divertimento prevale sulla seriosità.
Ed eccoci tornati al 2008, a quel nuovo classico di musica cantautoriale con cui abbiamo aperto l’articolo. È possibile che un’essenza, anzi, la sua forza, una “quintessenza”, rimanga a mantecare e venga assorbita e tradotta in un ambito diverso? È la freschezza – quasi inglese – di Nature’s Got Away che ce lo fa pensare. Certamente sarebbe un ottimo modo per fare tesoro della delicatezza di Reiko Kudo.
Altrettanto di sicuro Karl Blau è entrato in un’altra modalità, quella del fare – canzoni -, semplice ed efficace, pura, naturale come fare quattro passi. E Nature… è una camminata che percorre le note basse di Kevin Ayers, un lavoro sulla tradizione, sul passato recente, ma in definitiva è la quintessenza di Karl Blau, in definitiva spogliata dalla sua curiosità spasmodica e a volte ingombrante verso la musica tutta (e forse troppa). E allora chapeau.
Scheda: Karl Blau
2002-2009 SENTIREASCOLTARE music magazine. Registrazione Trib.BO N 7590 del 28/10/05
Editore Edoardo Bridda Direttore responsabile Antonello Comunale Coordinamento Gaspare Caliri
Programming Luigi Pastore Art Karin Andersen Grafica Roberto Piazza Web designing Edoardo Bridda
Info (info at sentireascoltare.com) | Ufficio stampa Alberto Lepri (alberto.lepri at sentireascoltare.com) Teresa Greco (eventi at sentireascoltare.com)
Pubblicità Music Network









