Tune in
Pubblicazione 08 Ottobre 2008

Beatrice Antolini

Nome in codice: Beatrice Antolini

Tra hype e sostanza, immagine e musica: il duello di Beatrice Antolini
Beatrice Antolini
1991

Volevamo parlare del nuovo disco di Beatrice Antolini (in spazio recensioni), anche in virtù dell'interessamento che da sempre suscita in noi di Sentire Ascoltare l'opera della cantante marchigiana (SA n. 42), e invece ci siamo inaspettatamente ritrovati a riflettere su un personaggio dalle numerose sfaccettature. Un'artista che negli ultimi due anni è finita sulla bocca di tutti, ha raccolto consensi e citazioni su testate anche non strettamente di settore, ha lavorato in ambito major, sviluppando nel contempo un tocco personalissimo in musica. Quello che l'ha portata a costruire un piccolo caso tra le maglie strette della scena indie, lei, pianista di impostazione classica col vizio del pop sghembo; lo stesso che ha garantito al suo disco d'esordio Big Saloon (Madcap-Pippola, 2006) elogi sperticati e ben due ristampe.

Leggendo l'intervista ci si chiede se con Beatrice non si sia in presenza di una musicista dalla personalità un po' ingombrante, capace di gestirsi alla perfezione ma anche attratta dalla frase ad effetto. O se invece, per scoprire chi si nasconde dietro alla musica, non si debba scavare più in profondità, indagare sui significati nascosti delle parole, smontare e ricombinare. Per cercare, sotto una corazza che ostenta sicurezza, una  persona consapevole di aver scommesso tutto sul suo futuro in note, poco propensa a farsi etichettare, che sa di doversi difendere in un ambiente tendenzialmente maschilista e poco accondiscendente con le musiciste belle, capaci e in grado di pensare. A fine serata, a microfoni ormai spenti, si parla del rapporto con la stampa e con l'ambiente musicale in generale ed è lì che emerge il vero significato di certe risposte lapidarie o del sospetto malcelato che talvolta le si legge negli occhi. Un sospetto che se da un lato ci pare una conseguenza diretta di esperienze negative vissute in prima persona, dall'altro non può non farci pensare a lei come ad una musicista sensibile, irrimediabilmente onesta, con qualche naturale insicurezza, tuttavia lontana dai tranelli della mitologia spicciola che tanto piacciono ad alcune delle nostre “celebrità”.

Ti abbiamo lasciato nel 2006 con un disco come Big Saloon uscito per Madcap Collective e ti ritroviamo nel 2008 con alle spalle due ristampe del disco, citazioni su riviste non esattamente di settore e dalla tiratura inimmaginabile per il mondo musicale indipendente, una collaborazione con i Baustelle per il loro ultimo disco, un tour in lungo e in largo per l'Italia e undici tracce tutte nuove per il tuo secondo CD A Due...

Gli ultimi due anni sono stati molto veloci, ma perché ho voluto che lo fossero. Se sono arrivati dei risultati, è perché tutti i giorni, dalla mattina alla sera, ho fatto e vissuto solo per ottenere questi risultati. Per ora sono soddisfatta, anche se tutto quello che è successo è, per me, soltanto un punto di partenza.

Ti aspettavi una risposta tanto repentina da parte di pubblico e addetti ai lavori?

No. E devo dire che è stato bello e l'ho apprezzato tantissimo. Anche se io sono molto critica con me stessa e mi sembra sempre di dover fare di più. Per questo ti dico che la condizione in cui mi trovo ora è, per me, un inizio.

Come ti ha cambiata l'ultimo periodo?

In generale sono rimasta identica a com'ero prima di iniziare. Quando avevo tre anni volevo fare questo lavoro e ora ho la fortuna di farlo sul serio. Certo quello che mi è successo mi ha fatto crescere in fretta su un mucchio di cose e mi ha spinto a crearmi delle difese che ingenuamente credevo di non dovermi creare.

Big Saloon era una sorta di demo che raccoglieva un po' tutte le idee che avevi in mente in un determinato momento e che poi è diventato il tuo disco d'esordio. Come si è evoluto il modo di scrivere e di suonare di Beatrice Antolini per il secondo disco?

Ho avuto meno tempo per farlo. Big Saloon è stato un disco che ho registrato in casa negli anni, aggiungendo materiale senza pormi limiti di tempo. Per A Due invece ho dovuto impormi un periodo ridotto perché per registrarlo non ero a casa mia, non ho avuto la possibilità di perdere troppo tempo sulle cose che non mi convincevano al cento per cento e ho dovuto trovare la giusta via di mezzo. A un certo punto mi sono detta basta, dal momento che a un disco così potevo lavorarci per altri nove mesi.

Ascoltando A Due si ha in generale la sensazione che la carica esplosiva di Big Saloon si sia tramutata in una musica più meditata e formalmente elegante, soprattutto negli arrangiamenti, con toni che virano in maniera netta verso una dimensione che potremmo definire onirica, o quantomeno riflessiva. Sei d'accordo?

Di sicuro qualcosa è cambiato. E' un po' come un cuoco che cucina un sugo: lo fa la prima volta, poi lo fa la seconda e la seconda probabilmente gli verrà meglio, anche se perderà qualcosa della prima versione. Penso che sia normale, anche perché certe cose sono irripetibili. Succedono una volta sola ed è giusto che sia così. Gli esseri umani del resto, dovrebbero essere in costante evoluzione. Chi non lo è, a mio parere, non è un essere umano. Quello che ho fatto prima, alla fine, è come una pagina del mio libro. Adesso c'è un'altra pagina che mi pare, in questo momento, assomigli di più a come sono ora e che quindi reputo sincera.

Il disco esce per Urtovox, etichetta, tra gli altri di Cesare Basile, Goodmornigboy, A Toys Orchestra. Come è caduta la tua scelta sulla label toscana?

Cerco sempre di tenere tutto sotto controllo. Non mi sono mai fatta chiamare da un'etichetta ma nel, caso, ho sempre chiamato io per propormi. Avevo deciso che il primo disco doveva uscire per Madcap e così ho chiamato Federico (Zanatta, patron dell'etichetta, ndr), gli ho fatto sentire i provini e abbiamo fatto il disco. La stessa cosa è successa con Paolo Naselli Flores di Urtovox per A Due. Chiaramente loro avevano anche la possibilità di dirmi che il materiale non era di loro gusto, ma alla fine non è stato così. Per questo secondo disco mi sono chiesta quale fosse stata l'etichetta che aveva lavorato meglio l'anno scorso e mi sono resa conto che la risposta era Urtovox. Per questo l'ho scelta. In generale mi piace lavorare con persone che dimostrano una certa professionalità in quello che fanno e che trattano la propria attività come un lavoro, non come un gioco.

Sei una musicista che viene dall'underground ma che al tempo stesso ha avuto modo di sperimentare l'approccio lavorativo major, grazie alle tue collaborazioni. Se dovessi indicare un pregio e un difetto di entrambi i mondi?

Posso dirti che per ora ho visto i difetti del mio ambiente. Aver lavorato in ambito major per me è stata un'occasione molto positiva per cui faccio fatica ad indicarti dei difetti, anche perché forse non ho tutta l'esperienza che serve per individuarli. Con l'etichetta indipendente sei forse più libero di fare quello che vuoi, di suonare dove vuoi, mentre le persone che sono sotto major hanno anche tante limitazioni. Però non è detto che io non le voglia, queste limitazioni.

Beatrice Antolini
2007

Quanto è importante, per un'artista indipendente, tenere una linea di condotta coerente con il retroterra di provenienza e quanto, invece, questa coerenza, può trasformarsi in una facile giustificazione se non in una soluzione di comodo?

Io sono fondamentalmente contraria all'autogettizzazione. Per me la musica è qualcosa di universale. Non ci sono ambienti, non ci sono limiti, non ci sono definizioni. Quello che ho fatto è rientrato nell'indie, ma poteva rientrare anche nella musica contemporanea o da qualche altra parte, e sarebbe stata, credo, la stessa cosa. Io non ho deciso di fare indie, anche perché arrivo dalla musica classica. Diciamo che per ora ho scritto pezzi che forse, in Italia, potevano uscire solo con un'etichetta indie, ma sono convinta di poter anche scrivere musica che non rientra strettamente in questo ambito. Le situazioni indipendenti mi piacciono, ma se si potesse, vorrei anche andare oltre.

Che cos'è a tuo modo di vedere la psichedelia? Ti ritieni una musicista che fa musica che in qualche modo rientra in quella tradizione musicale?

Psichedelia uguale fantasia. I dischi più fantasiosi dei Beatles vengono definiti psichedelici. Tuttavia la psichedelia a cui penso non è quella delle droghe bensì la possibilità di esprimere la propria fantasia arrangiativa, musicale, compositiva senza limiti. So che faccio musica che può essere etichettata come psichedelica, capisco i motivi per cui può essere definita così e li assecondo (nel senso che non mi da fastidio sentirmi definire in una certa maniera). Certo se mi etichettassero come musicista folk, probabilmente avrei qualcosa da ridire.

In una recente intervista parlavi del titolo del disco, sottolineando come potesse avere una doppia valenza, in italiano e in inglese. Una concessione alla madrelingua che in futuro dobbiamo aspettarci anche per i testi dei brani?

Diciamo che io ancora non so scrivere brani in Italiano, anche se comunque ci provo, pur trovandolo molto complicato. Mi piacerebbe riuscirci un giorno, ma non è nei miei obiettivi a breve termine comunque. Nutro un forte rispetto verso chi scrive bene brani in italiano, proprio perché ho delle difficoltà in questo senso. Per me le parole sono più assonanze, suoni o magari veri e propri strumenti.
Il titolo ha un senso molto ragionato e voluto. Mi piace perché c'è un riferimento al fatto che questo è il mio secondo disco, è un titolo che può essere letto sia in italiano che in inglese, c'è il concetto del “dovere” qualcosa a qualcuno, sottolinea il dualismo che c'è nella mia musica (a volte allegrissima e a volte tutto il contrario). E' un titolo che mi sembra significativo.

copertina pdf #91