Tune in
Pubblicazione 01 Ottobre 2008

Claudia Attimonelli

Abbattendo pregiudizi

Quella di scrittrice è solo quale più recente conseguenza di un percorso poliedrico che l'ha vista immischiarsi fino al collo nella digital-culture. Da Bari a Berlino via Bologna, portando avanti un'indagine che non conosce barriere semantiche e culturali, mettendosi in gioco col coraggio della competenza, centrifugando teoria cattedratica e pratiche sul campo.
Claudia Attimonelli
2008

Pugliese, classe '75, Claudia Attimonelli si avvicina al tipo di "prof" che avete sempre sognato d'avere o - casomai vi stuzzicasse la carriera accademica - essere. Non fosse altro che per le materie di cui si occupa (cinema, fotografia e televisione) in un corso come minimo intrigante quale Scienze e tecnologia della moda all'Università di Bari. Da pochi mesi è diventata madre, ma a dire il vero si fa un po' fatica ad immaginarla come una tutta casa, pannolini e cattedra.

Laureata in Teoria del linguagggio e scienze dei segni, si occupa infatti di installazioni di videoarte (in veste di curatrice e autrice), scrive per magazine di arte contemporanea come Inside e Coolclub, inoltre e soprattutto fa parte di Lab080 - collettivo barese dedito alle arti digitali ad ampio spettro - all'interno del quale agisce col nickname di Lenore. Tutto ciò l'ha portata ad eleggere Berlino quale centro di gravità (im)permanente per le sue incursioni in campi d'indagine quali - riporto pedissequamente - sociosemiotica della musica, visual culture, media studies, coolhunting, gender studies, videoclip theory e fashion theories.

Nel frattempo, alcuni suoi scritti hanno assaggiato l'ebbrezza degli scaffali (nei volumi collettivi Generando Musica Elettronica e Il Novecento - quest'ultimo a cura di Umberto Eco - e nelle riviste ad orientamento semiotico E/C e PLAT. E' quindi con Techno: ritmi afrofuturisti (Meltemi editore) che avviene oggi il vero e proprio debutto "solista", un libro che percorre e analizza con agile intensità radici, parabola e propaggini del fenomeno techno (recensione nello spazio libri). Pressoché doveroso - e stuzzicante - intervistarla per S&A.

 

Le premesse storiche e terminologiche delle prime cinquanta pagine sono un intrigante shock, almeno per i profani del genere techno come il sottoscritto. Si avverte come la necessità di definire innanzitutto uno scenario autorevole e antibanale entro cui muovere l'analisi, a sbaragliare fin da subito ogni eventuale faciloneria in fase di approccio... Sbaglio?

No, non sbagli, è per questo infatti che ho scelto di appellarmi a Dostoevskij e ai suoi “Ricordi del sottosuolo” – “Notes from underground” – per scandagliare l’humus e gli abissi da cui provengono e dove proliferano le culture underground.
All’inizio credo si tratti sempre di una questione di nomi: partire dal nome proprio e chiedersi, filologicamente, sociologicamente, lettererariamente e in base all’esperienze personali cosa sia techno, cosa house e cosa cool. Questo ti permette, o ha solo l’aspirazione, di sgomberare il campo dai pregiudizi tipici della fine del Novecento, secondo i quali le culture urbane giovanili e la musica dance sono subculture.  In quel “sub” si annida un temibile preconcetto che accompagna dal secondo dopoguerra ad oggi l’immaginario collettivo, cioè l’idea che esista una Cultura e delle sottoculture.

Quanto temevi (temi) la refrattarietà della cultura dominante all'idea stessa di afrofuturismo?

La prima volta che dieci anni fa m’imbattei nel termine “afrofuturismo”, senza conoscerlo, fui colpita dall’idea di una cultura black con riferimenti futuristi, piuttosto che da un futurismo ispirato a elementi afro. Così decisi di approfondire e scoprii un mondo fatto di romanzi di fantascienza black (Black Sci-Fi), antiche creature egizie che animano i lavori di Sun Ra e le copertine dei vinili di Drexciya… “Tribalismo high-tech”, come dichiarò una volta uno dei pionieri della techno, Derrick May, in un’intervista: “La techno in origine era una musica high-tech con un profondo senso delle percussioni (...). Direi estremamente tribale. E' come trovarsi in un villaggio hi-tech”.
La cultura dominante, così come ha negato ai neri un passato e un presente tecnologico, continua a considerare, quando lo conosce, l’afrofuturismo un ossimoro perché si nutre tutt’oggi del pregiudizio che le espressioni culturali black siano legate alla strada, all’estetica del ghetto, allo stereotipo che vuole i neri tutti uniti sotto lo stesso interesse culturale con invisibili sfumature. E' sufficiente chiedere in giro chi abbia fondato la musica techno e la house, vedrai che ti risponderanno che sono generi nati in Europa, Inghilterra e Germania, non certo da un manipolo di ragazzetti neri di Detroit!

Quanto ritieni che le promesse della prima techno siano state mantenute?

Musicalmente la techno ha ancora tantissimo da dire proprio perché è una musica che senza parole riesce a parlare a chiunque, dunque potenzialmente si evolve sempre (tuttavia ultimamente non riesco a trovare nuove buone produzioni e riascolto i vecchi vinili). La sua fortuna è la costante contaminazione, alle volte techno è da intendersi come un’attitudine nel fare musica piuttosto che un sound specifico. Se invece ti riferisci alle modalità di fruizione, ebbene, la recente scena techno dei party non ha molto a che vedere con il panorama della prima ora. Non so se è un male o una naturale evoluzione, o forse il discorso è troppo complesso… 

Nella prima domanda ho scritto "genere techno". Probabilmente hai qualcosa da obiettare...

(‘o’) hi hi, no dai, è accettabilissimo. La questione dei “generi” e la questione del “gender” è una partita ancora aperta che varrà la pena giocare con tutte le forze e le “generazioni” in campo ;-)

Il rock non esce benissimo dal tuo libro. Ne parli come di una liturgia verticistica, imbalsamata, conservatrice, machista...

Sono fermamente convinta che ad un certo punto il rock ha subito una crisi di idee e di immagine coincidente con la rivoluzione che stava avendo luogo in altri ambiti dal punto di vista musicale, del gender e della performance artistica; non tutti i musicisti rock e non tutti i loro estimatori l’hanno compreso. Per ragioni diverse e alle volte imperscrutabili, ad esempio, in Italia nel corso degli anni Ottanta molti giovani sono cresciuti con l’idea, non sperimentata con le proprie orecchie e il proprio corpo, che la musica dance fosse fighetta, di destra e commerciale, solo perché qui prevaleva uno scenario rock dichiaratamente maschile e conservatore: se eri donna, per emergere dovevi necessariamente essere una chitarrista incazzata, oppure una poetica cantautrice dalla voce suadente, ma comunque non decidevi nulla dal punto di vista discografico, del mercato né dell’immagine. Poi è arrivato il rock obliquo, quello contorto e le carte si sono mescolate. In un capitolo sull’incontro/scontro tra la disco e il punk ho cercato di raccontare attraverso qualche nome i protagonisti e le protagoniste di questa stagione che ho chiamato “God save the disco!”. Detto per inciso, sono una grande amante del rock e delle sue derive, ma ogni stile musicale ha delle storie da raccontare: c’è un’immagine che spiega questo machismo imbalsamato come lo chiami tu ed è quella del chitarrista rock, al centro del palco con lo strumento sul pube, le ginocchia piegate e la schiena inarcata che mima una potenza musicale confinata all’altezza del pene; per contro, in discoteca vedevi un ballerino o un cantante ancheggiare e sfrenarsi ai ritmi dance mescolandosi nella folla o inneggiando ad una corporeità più intrigante.

Claudia Attimonelli
2008

Tuttavia la matrice rock è ben presente nell'innesco kraut operato da Kraftwerk e Neu!, proseguito con Bowie, Talking Heads, New order, Depeche Mode ecc. Ovvero, il rock non è rimasto estraneo alle forze che hanno generato la techno, anzi ne ha subito profondamente l'influenza anche da un punto di vista - perdonami il termine - prossemico...

D’accordissimo, anzi questa è stata la sua salvezza, l’imbarbarimento rispetto all’iniziale purezza: musica bianca, elettrica e caratterizzata dalla forma canzone tradizionale.

Quanto al jazz, invece, i parallelismi si sprecano: dai prodromi di club-culture alle strutture circolari delle composizioni passando per l'empito spacey di figure quali Sun Ra... Ritieni che, come accaduto al jazz, anche la techno rischi di finire in una sorta di "prigione dorata"?

Purtroppo per certi versi è già capitato, ma come scrive Andrea Benedetti nel suo “Mondo techno”, questa musica è riuscita comunque a salvarsi dall’incasellamento e dalla mercificazione definitiva come è capitato invece alla house che solo di recente sta vivendo una nuova stagione di bellezza. Certo tutte le volte che si vede la cricca di Hawtin, Villalobos, Magda & Co. in giro per date che suonano un po’ come delle marchette ti chiedi se la techno non sia già sepolta… poi però all’ascolto dei loro set ti riappacifichi anche con quella parte dell’elettronica che, per fare un gioco di parole, è diventata il mainstream dell’underground!

La macchinizzazione come utopia di affrancamento dai gioghi razziali, sessuali ed economici, non significa però anche fuga all'interno, rivoluzione implosa, una sconfitta differita?

Senza dubbio è una fuga all’interno (“Alleys of your mind” Cybotron, 1981) ma non una sconfitta differita poiché, al contrario, in queste nicchie si sono aperti dei varchi e dei labirinti lungo i quali chiunque ha potuto liberare ed esplorare il/la sognatore, il/la ballerino, il/la feticista, il/la creativo, l’uomo e la donna diversamente mai conosciuti.

Dopo un’ascesa che sembrava infinita nei Novanta la generation E e i suoi rituali (sia di destra con i locali alla moda, sia di sinistra con i rave e i centri occupati, la bologna dei Link e dei livello) sembrano/sono vistosamente in retrocessione o comunque, istituzionalizzandosi un certo tipo di divertimento alternativo al bar e calato il consumo di pastiglie per altre droghe più hip come la cocaina anche tra i giovanissimi, tutto sembra più mescolato, forse subdolamente scoperto con i my space e gli youtube, forse pericolosamente "sicuro". Nei 2000 il rock sembrava pronto per tornare con gli Strokes, eppure, festival alla mano, anche nel 2008, la gente ha più voglia di ballare Justice e Hot Chip. Eppure loro e DFA sono più rock di Frankie Knukles o Jeff Mills no? Altro fatto: l’indie club acquista rituali fashion che prima non gli appartenevano… Erano roba da locali. Come vedi la cosa?

Quelli che citi sono fenomeni ed episodi veri nei confronti dei quali si può essere osservatori, protagonisti, partecipanti… non ci trovo nulla di strano poichè tutto questo era già in nuce nei manifesti futuristi, nei loro strali e nei loro plausi. Una persona di età variabile, con indosso richiami provenienti da stili contaminati, in una stessa serata può godere di un bel concerto dei Sonic Youth in un locale alternativo e subito dopo fare un salto in un club per un djset old school techno e finire la serata a casa di amici ascoltando l’ultima creazione al laptop…(ps: vada per Justice e Hot Chip, molto cool, ma la DFA in genere non credo sia più “rock” di Jeff Mills ;-)

E i ventenni di adesso che veramente vedono i novanta come revival che cosa faranno da qui a poco? I Daft Punk come "noi" vediamo Beck?

Magari, sarebbe già un ottimo traguardo!

A proposito, sono passati trent'anni dalla stagione della vituperata disco music, nel frattempo il corpo è diventato "obsoleto", il ballo una pratica di fusione chimica e su MTV impazza una danza virtualmente - fintamente - ipersensuale. Casomai ti piacesse giocare alla futurologa, quale sarebbe secondo te il prossimo step?

Credo che ci sarà un grande ritorno dei live, dei festival in stile anni Sessanta e delle ball room dove danzare lo swing e il rock n’roll corpo a corpo, bevendo latte-più ma tutto ipertecnologizzato.

copertina pdf #91