Rischia davvero di essere un anno “al femminile” il 2008: non passa mese senza che qualche artista donna consegni un disco da appuntare sul taccuino e riascoltare di continuo. Dopo Erykah Badu, Rings e My Brightest Diamond tocca ora a Kathryn Bint, chicagoana residente in Inghilterra nascosta dietro la sigla One Little Plane. Benché in giro da un paio d’anni, pare saltata fuori dal nulla in ragione del singolo, Sunshine Kid che - passato crudelmente inosservato - fungeva da gustosa anticipazione dell’esordio “lungo” Until (cfr. spazio recensioni).
Com’è regola quando hai a che fare con l’altra metà del cielo, le cose non sono semplici da decifrare, arrivano al termine di percorsi emotivi imprevedibili; pertanto, l’evidenza che Adem sia ringraziato nelle scarne note di copertina e l’album sia stato prodotto da Kieran Hebden e pubblicato dalla sua Text Records rappresenta un indizio, ma solo fino a un certo punto. Kathryn, look da timida bibliotecaria di provincia decentrata, allestisce difatti canzoni in punta di tasti come una Rickie Lee Jones - medesimo il timbro vocale, solo meno nicotinico e declinato secondo Kristin Hersh - nata all’epoca del laptop, tuttavia trova modo di rifugiarsi anche nell’eterna solidità di chitarre acustiche e puro songwriting (“Ho la tendenza ad ascoltare vari tipi di musica, da Joanna Newsom a Nelly Furtado. Ma chi non mi ha mai abbandonato nel corso degli anni sono Joni Mitchell, Bjork e Will Oldham.”) Esamina il passato da una prospettiva attuale e protende una passerella sull’Atlantico, la ragazza, a ennesima dimostrazione che non esista ormai altra maniera plausibile di far musica.
Da questa prospettiva risulta chiaro come l’ipotetico paradosso si riveli funzionale, forte com’è di una scrittura vigorosa e distante dalla mediocrità. Quanto essa si ponga sopra lo standard della “folktronica” lo comprovano quegli inattesi affabili echi di Solex e Breeders (il singolo di cui in apertura, la più ritmicamente movimentata Lotus Flower), che immagini chiuse in cameretta a complottare tra una risatina e l’altra qualcosa di sfuggente, fascinoso. Il segreto risiede allora nel non limitarsi al cantautorato folk, sforzandosi di spargere sulla felice interazione tra venature elettroniche e sonorità organiche un gusto per il pop arguto d’alto lignaggio (“Dovessi rifare un brano altrui, sceglierei The Book Of Love dei Magnetic Fields: una canzone d’amore perfetta ed equilibrata.”) E’ attenzione alla forma che non svilisce la ricerca sul suono e la cura del particolare, finalmente sottratte al ruolo di paravento e consegnate a parti integranti della materia sonora; Until mette in scena così un gioco di ruolo svagato e nondimeno serissimo, nel quale l’autrice si appoggia a Hebden e approfondisce quante più suggestioni possibili. Eccolo il senso di gestire con disinvoltura un ticchettare sintetico spalancato sull’antica Albione (Rise, Nobody Out There) o sull’oriente (Take Me Home persegue un raga come l’ultima Mia Doi Todd) o pagine portate dal vento di fine Sessanta/inizio Settanta (Make Of Me, la delicata sfoglia The Snails Are Out Tonight), come di tagliare il traguardo dell’armonizzazione tra le due anime attraverso una title-track in punta di scampanellii e lo scorrere fluviale della memorabile ninna nanna Long Time Ago.
Più che riciclare, la parola più adatta è forse “rimodernare” le fonti, farne l’impalcatura a sostegno di canzoni moderatamente audaci e dotate di notevole solidità. La frequentazione le palesa compiute come gli origami ritratti sulla copertina di Until, bizzarre come castelli di Lego edificati da bimbi candidamente talentuosi. D’altra parte lo suggerisce la diretta interessata che quest’ultima possa rivelarsi un’indicazione preziosa, nel momento esatto in cui svela la provenienza della ragione sociale adottata: “Da bambina guardavo un vecchio cartone animato della Disney che raccontava di un aeroplanino bebè. L’adoravo e per qualche ragione quell’immagine è rimasta sempre con me. Mi piacciono le piccole cose.” Miss Bint offre canzoni solo a una prima occhiata minute, che si portano via poco tempo per mostrarsi assai consistenti. Che resisteranno all’usura è certo, dunque non costituisce un azzardo pronosticare alla loro artefice una grandezza prossima ventura.
Scheda: One Little Plane
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