Quello che è rimasto uguale è la presenza di Paolo Iocca, la “voce” che sopra e sotto vi restituiamo, e di Marcella Riccardi, gli artefici, a partire dal 2002, - insieme principalmente a Vittoria Burattini - dei Franklin Delano.
L’avventura di cui vi raccontiamo l’inizio si chiama Blake/e/e/e e racconta anche di come si intromettano dei nuovi ascolti. Se i FD erano nati dalle suggestioni post-folk di matrice Red Red Meat-Calexico, oggi non esiste più un unico termine di riferimento. Se i Franklin erano con merito entrati in una scena americana di superamento dal di dentro del folk tradizionale, i Blake celebrano il guardarsi attorno, l’ascoltare i profumi e l’annusare la varietà degli strumenti e delle tradizioni in cui ci si imbatte.
E - ultimo se - se a qualcuno sembrerà strano sentire pronunciare tali parole dall’autore di un tale gioiello di americanità quale è Come Home, è bene fargli sapere che la nuova creatura è nata dopo aver “iniziato a considerare il folk americano come un tipo di musica etnica in mezzo ad altri tipi di musica etnica”; “tante cose invece che una sola”.
In realtà i germi del cambiamento erano già presenti nelle ultime vicissitudini dei Delano. Il già citato Come Home contava su un organico che non si limitava al trio secco di musicisti. I viaggi e le nuove conoscenze hanno poi fatto da catalizzatore per un lento cambiamento, nelle orecchie e nelle dita che toccano nuovi strumenti. L’America del post folk ha fornito visioni diverse della musica, che messe una vicina all’altra, anziché dare un senso di giustapposizione, rinnovano quella curiosità che era stata già nel 2002 la base del primo progetto.
“A un certo punto, nel corso dei nostri vari tour ed esperienze lunghe in America ci siamo resi conto che c’era tantissima musica che ci interessava e che abbiamo incominciato a pensare fosse sbagliato non includere nella nostra pratica; abbiamo incontrato tanta gente che ci ha fatto ascoltare tanta musica nuova per noi - e quindi abbiamo sviluppato questa possibilità differente.”
Arriva dunque ancora in seno ai Franklin il momento della metamorfosi; il giro di boa è Jardim Elétrico. A Tribute To Os Mutantes, compila Madcap del 2007 dove I FD rifanno Adeus Maria Fulo; il contatto con l’universo brasiliano – sincretico di suo per definizione – è in questo caso probabilmente contingente; ma sanciva una acquisita propensione che da lì a poco sarebbe sbocciata nelle idee di Paolo e Marcella.
In Adeus Maria Fulo, oltre alla percussività du Brasil si sente anche un genere che, fra l’altro, non ci saremmo aspettati che riemergesse proprio negli States; è il dub, che domina la fase di missaggio del pezzo. I tempi sono ormai maturi per chiamare “questa cosa” con un altro nome, “per darle una freschezza differente”, per “ripartire da zero con una nuova energia”.
Da lì a breve i due registrano il demo che diventerà Border Radio, l’esordio dei novelli Blake/e/e/e; si avvicinano a tanti strumenti nuovi senza averne il culto reverenziale; usano derbouka, percussioni, synth; Paolo suona il basso come un tempo Jah Wobble imparò dai giamaicani; entrambi sperimentano intrecci vocali, registri di varia provenienza. Ascoltano e studiano musiche dell’Oriente, come il Gamelan di Bali, dell’Africa, come la percussività del Burundi, dell’America tutta, persino il Cajun, la musica dei pellerossa.
Con il bailamme di tamburi nello stereo incontrano a Bologna David De La Fuente, che diventa il batterista dei Blake anche per la successiva tournèe americana; registrano il disco nello studio di registrazione di Bruno Germano dei Settlefish; lo pubblicano, nella prima edizione, con l’americana Free Folk Records, nello scorso maggio.
In Europa il disco arriverà solo qualche mese dopo, con lavoro grafico rinnovato e una nuova stampa presso la Unhip di Giovanni Gandolfi. E siamo ormai all’oggi. Ma è il processo che ci interessa maggiormente, è su quello che vogliamo tornare.
“Nei Franklin Delano ero io a portare i brani già composti e in sala prove li si arrangiava; adesso invece io e Marcella abbiamo lavorato iniziando a registrare le prime idee che ci venivano in testa e dopo lavorando insieme per stratificazioni sonore in fase di registrazione; questo ci ha consentito di guardare le nostre stesse idee dall’esterno e quindi a sforzarci di trovare delle soluzioni che fossero innovative e personali, che non richiamassero a tutti i costi i cliché che normalmente si utilizzano in sala prove anche in modo inconscio per arrangiare un brano.”
Insomma, più che “fare” questa o quella musica i Blake adoperano un nuovo paradigma di fare musica; la percussività non dilaga, in Border Radio; il lavoro sulla voce e sulla melodia – e sulla sua complessificazione – continua invece a essere centrale; la freschezza e l’estro ricordano altre felici produzioni italiane che non guardano né solo a un dentro né solo a un fuori “mitizzato”; due nomi su tutti: Father Murphy e I Jennifer Gentle.
Viene da pensare a una via “italiana” ai folk stranieri; ma in definitiva sembra anche che la musica etnica non abbia agito come semplice matrice, fornendo dischi pionieristici di una o più scene da cui partire, ma piuttosto presentando opportunità e approcci plurimi, a livelli diversi, di strumenti, umori, culture intere; è stata un rizoma che consente la distribuzione della scrittura in più momenti e fasi successive. E se nel frattempo la formazione ha visto l’ingresso di un nuovo batterista – Mattia Boscolo – e l’aggiunta di Egle Sommacal – altro ex-Massimo Volume - alla chitarra, sempre meno suonata da Paolo, è legittimo aspettarsi dai prossimi live altri effetti della stratificazione della creatività.
Scheda: Blake/e/e/e
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