Drop Out
Pubblicazione 01 Settembre 2008

Soul Jazz

Stile senza tempo

Da che il digitale prese il sopravvento, di etichette che si occupano di ristampe ne abbiamo conosciute a decine, ma poche o nessuna con la passione e la capacità di vivere il proprio tempo dell’inglese Soul Jazz. Dopo alcune riflessioni, abbiamo discusso con Pete Reilly in cerca di conferme o di smentite, onde tirare le fila di un discorso tanto solido quanto più è multiforme.
Soul Jazz Headquarters
2008
Soul Jazz Headquarters

Andando in cerca di un qualche “denominatore comune” che caratterizzi quest’epoca affollata e disorganica (facciamo uno più forte di altri, magari…), ci si può tranquillamente affidare al gioco della sovrapposizione di linguaggi e stili tra loro difformi. E’ sotto i nostri occhi pressoché ovunque, questo teatro della giustapposizione, nondimeno è pronto a degenerare in mescolanza disordinata se privo di filo conduttore. In altre parole, quando stendi ponti tra territori lontani, la sfida vera non è tanto edificarli, quanto piuttosto avere gente capace di viaggiare e spostarsi sopra di essi; affinché succeda, nondimeno, servono le mappe e la cartografia.
 

Serve chi, fuor di metafora, unisca tra loro ambiti sonori; serve, ad esempio, un’etichetta ricca di passione come la londinese Soul Jazz, intenta a indagare il cuore rivelatorio di musiche poco note tuttavia influentissime, portateci in dote da dischi che non si limitano al mero collezionismo - aridamente snob e freudianamente ritentivo - per spingere le radici nel qui e ora. Una logica sottesa al di là dei gusti e delle classificazioni, per la quale abbiamo suggerito a Pete Reilly, da noi raggiunto per qualche domanda, un umile “multicultural and forgotten groundbreaking music” di nostro conio. A conferma delle tesi qui esposte, sembra gradire:

Sì, la tua definizione mi piace. Lo si può tranquillamente affermare, per quanto non lo andiamo cercando apposta: il punto di partenza deve sempre essere l’ascolto di qualcosa che esalti dal punto di vista sonoro e che in seguito ci fa venire voglia di raccogliere maggiori informazioni circa la cultura e la storia legate alla musica.”

Ecco perché negli uffici di Broadwick Street è obbligatorio, spaziare tra scuole, luoghi e decenni senza scivolare nel dispersivo e nell’enciclopedico, talvolta suscitando insensate critiche sulla mancanza di unità. Nulla di più falso: il problema è semmai compiere lo sforzo di vederlo, questo senso dell’insieme, giacché sono vene VIVE ad essere indagate, del tipo che conduce verso un unico pulsare (anche quello di Londra, se intesa come il coacervo di culture che è sempre stata…).

Il muoversi di musiche in possesso di un robusto perché che ne giustifichi l’esistenza a prescindere che si tratti di nuova onda, acid house, jazz antagonista oppure soul d’annata. A questi signori e signore poco importa, intenti come sono a svelare le molteplici connessioni che si dipanano e riverberano sul presente. Non li ringrazieremo mai abbastanza per questo, e per le meravigliose uscite discografiche che centrano senza eccezione il bersaglio, annotate con competenza e impreziosite da eccezionali apparati iconografici. Sin dai primi giorni, chiaramente:

La Soul Jazz Records partì nel 1988 come bancone che trattava vinile di seconda mano al mercato di Camden Town. Poi, sempre a Camden, aprimmo un negozio che nel 1991 sì trasferì a Soho, proprio nel centro di Londra. Fu allora che Stuart Baker, il padrone della Soul Jazz, avviò l’etichetta. I dischi usati che vendevamo all’epoca erano materiali soul, jazz, funk, musica Latina e “rare grooves”, ma stavano cominciando a diventare sempre più difficili da trovare; pensammo allora che, se avessimo pubblicato coi regolari diritti alcuni dei brani che tutti volevano, la gente li avrebbe senz’altro acquistati, ed ecco come è partito tutto.

Perciò, se come sosteneva Lukàcs è compito del genio mettere ordine tra le cose, qui si rinviene quanto regala a Soul Jazz il valore aggiunto per elevarla sopra i millanta nomi dediti alle ristampe. La coscienza ferma che il passato è sì un immenso serbatoio, ma che per poterlo utilizzare correttamente è altresì necessaria una robusta visione d’insieme. Stuart Baker e soci col presente trafficano infatti spesso e volentieri, pescano nelle trame degli infiniti “sounds of now” (come si strillava negli ottimistici Sessanta) ogni traccia e scoria delle stesse tradizioni delle quali, parallelamente, ci mettono al corrente. Più queste scie sono difficili da identificare, più intenso è il loro lavoro. L’indagine riassuntiva e propositiva condotta dalla label britannica sul corpo di fenomeni come grime e dubstep, o valorizzando band contemporanee come Tetine e Sand, parla assai chiaro. E sono a tal punto bravi ed esperti nel loro mestiere, da instillare la certezza che lo scopo principale di ristampare dischi passati sia esattamente portare sul proscenio cose a loro tempo non valutate nella giusta maniera. Sperando che, nel frattempo, funzionino da esempio per le generazioni più giovani, come se il presente fosse - lo è, che vi credete?- nutrito dal passato in un circolo infinito benefico e rigeneratore. L’esempio più evidente quello delle ESG, dapprima rispolverate e, una volta inserite da critica e pubblico nella corretta prospettiva storica - condotte in sala di registrazione:

La nostra passione è indirizzare la gente su musiche nuove: qui in Inghilterra - quantunque credo che ciò accada in tante altre nazioni - alla radio e alla televisione si ascoltano solo le band di pop e rock che le major tentano di rifilarci. Quel che proviamo a fare è rendere la gente consapevole di quanta altra grande musica ci sia là fuori che non riceve sufficiente esposizione da parte di media e mainstream, ma che una volta ascoltata sappia senz’altro conquistare.

Eccolo, allora, il significato che si racconta “modus operandi”: come all’epoca del boom dell’acid jazz (guarda un po’, coevo ai primi passi dell’etichetta…) e allorché il kraut rock fu tolto una volta per tutte dall’armadio e nessuno lo confuse più col progressive. Un processo retroattivo che, nello specifico, scatenò la nascita della Talkin’ Loud e il proliferare di gruppi post rock; un calderone stimolante dove ispirati e ispiratori finirono per confondersi come - fatti gli indispensabili distinguo storici - sta accadendo tutt’ora:

Credo che le cose funzionino davvero così. Per esempio, attualmente ci sono in giro parecchie formazioni britanniche (e non solo… N.d.A.) che suonano assai influenzate - qualcuno dice anche troppo -) dalla new wave dei tardi anni ’70-primi ’80. Alcune di queste ci hanno rivelato quanto importanti siano stati per loro i nostri album delle ESG e le raccolte New York Noise e UK Post Punk.

Accade insomma che nuovi gruppi crescono stimolati dalle ristampe e l’interesse verso costoro pungoli a sua volta l’approfondimento verso le fonti originarie. Assai probabile, per tracciare un ulteriore parallelo, che mai avremmo riscoperto Vashti Bunyan se non ci si fosse messo di mezzo il reuccio del neo (?) folk Banhart. E ai dischi elencati dall’amico Peter e a quelli inseriti nell’apposito box qui di seguito (faticosissimamente stilato per quanto si è dovuto lasciar fuori: siate saggi e indagate da soli…), aggiungeremmo per il valore “formativo” di cui sopra l’ottimo (per quanto lievemente sorpassato dal mare di pubblicazioni succedutogli) In The Beginning There Was Rhythm che congiunge in magica armonia il dopo punk e la cultura della “danza intelligente”. Senza ovviamente dimenticare la magistrale introduzione al commovente Arthur Russell (The World Of Arthur Russel), il vigoroso The Sound Of Konk, retrospettiva dedicata all’omonima band newyorchese e il capitale To Each… dei beniamini mancuniani A Certain Ratio: peccato solo che la Soul Jazz sia stata recentemente preceduta dalla Domino per i Liquid Liquid, altrimenti il poker d’assi avrebbe stracciato il tavolo. Al di là del valore artistico, mai meno che buono e sovente ottimo, tutto ciò indica un’ennesima volta come Soul Jazz si muova, come nel panorama contemporaneo predichi e razzoli altrettanto bene. Come, infine, sia il frutto di una visione del mondo “oltre il post-moderno” che una semplice azienda governata da logiche di profitto.

alcune copertine della Soul Jazz
2008
alcune copertine della Soul Jazz

La pubblicazione del libro New York Noise, la divisione interna in sottoetichette (marginali, ma tant’è: Universal Sound, Microsolutions, Satellite, Yoruba completano comunque il quadro) e l’attività radiofonica rappresentano un modello pratico con pochi eguali. Il negozio gemello Sounds Of The Universe è ulteriormente indirizzato verso il mondo delle sonorità black e i Nostri allestiscono un programma radiofonico dal nome identico su Resonance Fm (ascoltabile anche in rete, pur senza opportunità di podcast: un’ora ogni martedì a partire dalle 16.30, orario continentale) che funge da cassa di risonanza e pungola l’interesse, allargandolo anche verso generi che l’etichetta non tratta (ancora?). Un ultimo piacevole dubbio resta da chiarire con la collaborazione dell’affabile Reilly: ovvero quale sia il significato del gesto controcorrente di immettere sul mercato stampe in vinile in piccole tirature nell’epoca della materializzazione della musica, o meglio dell’oggetto che si incarica(va) di riprodurla. Se, in altre parole, vi sia dietro qualche messaggio, una dichiarazione d’intenti o si tratti semplicemente di un regalo a collezionisti loro fedeli negli anni:

Un regalo per tutti…Sai, di certo non si ricava molto denaro dallo stampare edizioni limitate in vinile; ciò nonostante da queste parti siamo ovviamente dei tali “vinyl fans” che quello è il formato che acquistiamo più spesso noi stessi. Perciò è naturale che ci venga voglia di pubblicare cose tanto su vinile quanto su cd. Preferiamo il vinile, ci è sempre parso qualcosa di speciale: inoltre mi è giunta voce che alcuni dischi in vinile da noi pubblicati e non più in catalogo siano venduti a cifre folli su Ebay. Dunque direi che siano anche un regalo ai collezionisti!

Per non dire che il vinile resti tuttora il modo migliore per ascoltare musica, quello più caldo e vicino all’ascoltatore anche dal punto di vista meramente tecnico. Non occorre piantarsi di fronte alla libreria stracolma per richiamarcelo alla mente, né sfogliare per la centesima volta le pagine di un Nick Hornby. Dalla ragione sociale, così cremosa e avvolgente per come dice tutto e nulla allo stesso tempo, le porte lasciate aperte sono una e mille, affinché i dischi ne escano, prendano la via delle nostre case e in esse si introducano. Perché entrino nelle nostre vite e da lì raccontino, esaltino, commuovano. Quasi come quando avevi sedici anni e ogni pezzo di plastica nera con un buco nel mezzo - conquistato sudando sette camicie sette - si rivelava un rutilare di sensazioni indimenticabili. Quasi, ma per i tempi che corrono è il massimo. Oppure, qualcosa che gli somiglia tantissimo. 

Quella stilosa dozzina di raccolte...

AA. VV. – Big Apple Rappin’:  The Early Days Of Hip-Hop Culture In Nyc 1979-1982

Per sapere come il “game” iniziò si può far peggio che rivolgersi a questa compilation. Quando ancora il rap era frutto dell’estemporaneo e solo di rado si fissava su disco, quando prese le mosse dal Bronx nei tardi ’70, quando era tutta una jam giorno e notte in parchi e vie, quando era tutt’uno con graffiti e breakdance. A ricordarcelo contribuiscono un libretto di sessanta pagine colmo di foto, dichiarazioni e materiale iconografico originale, ma soprattutto due dischetti con Spoonie Gee, General Echo, Cold Crush Brothers e altri meno famosi, ma non per questo meno valenti.  

AA. VV. – Can you Jack? Chicago And Experimental house 1985-95

Vi ricordate la prima volta che Phuture vi fuse il cervello col martellare di Acid Trax? Non c’eravate ancora? Peggio per voi, allora, se - dopo aver errato come umani - perseverate diabolicamente non mettendovi in casa un doppio cd che racconta come meglio non si potrebbe l’evoluzione del suono house e acid di Chicago. Ci sono gli “originators” Marshall Jefferson, DJ Pierre e Lil’ Louis (non con French Kiss, però!) e relativi discepoli successivi, pietre miliari e materiale più sperimentale, le note di copertina di Tim Lawrence e fior di interviste con i diretti interessati.

Soul Jazz Headquarters
2008
Soul Jazz Headquarters

AA. VV. – DIY: The Rise Of the Independent Music Industry After Punk

Sorta di auto-omaggio alla natura “davvero” indie di Soul Jazz, Do It Yourself documenta gli anni succedutisi al punk, che videro l’autopoduzione acquistare forza e venire allo scoperto, inseguire all’insegna della libertà più assoluta sonorità peculiari e stimolanti che ponevano basi di futuro: i Buzzcocks di Boredom, le Kleenex di Ain't You e gli Swell Maps di Let's Build A Car costituiscono odierno lessico di cui tutto il globo è al corrente; stessa cosa fanno, approdando per interposta persona in classifica, quei Glaxo Babies, Scritti Politti e Thomas Leer qui contenuti.

AA. VV. – New Orleans Funk: The Original Sound Of Funk 1960-75

Quando usi l’aggettivo “definitivo”, del multiculturale e unico suono di New Orleans vuoi in realtà solo stuzzicare l’interesse verso un pozzo senza fondo. Primo volume cui si è replicato di recente, non si fa mancare nulla in termini di rappresentatività e, gia che c’è, infila qualche succosa chicca per far felici intenditori e cultori del raro dotato di peso artistico. Da Lee Dorsey a Eddie Bo, passando per Professor Longhair, Huey "Piano" Smith e Allen Toussaint si plana dritti alla sintesi Dr. John e al grasso, modernissimo funk strumentale dei Meters.

AA. VV. – New Thing: Deep Jazz In The USA

Per quanto l’impresa di condensare la “New Thing” in un solo disco sia impossibile, questo prezioso dischetto traccia con successo un percorso comune di un fenomeno che abbracciava costume, politica, società e anima di un popolo. Svolta del jazz così inaudita da dirsi nuova dal nome, fece della compresenza tra stili una bandiera sventolata sino ai primi anni Ottanta. A segno la soluzione qui adottata: mettere nomi di ampio dominio (Alice Coltrane, Art Ensemble Of Chicago, Sun Ra, Archie Shepp) vicino ad altri che tutto sono fuorché emuli, infine e far assaporare un’epoca con le splendide fotografie di Val Wilmer.

AA. VV. – Nu Yorica Roots! The Rise Of Latin Music In New York In The 1960s 

Per chi è convinto che il “sabor latino” in musica sia solo colore e macchietta (ma ne girano ancora, di personaggi simili?), il terzo capitolo della serie Nu Yorica Roots! giova come nemmeno una caduta sulla via per Damasco. Stordente sarabanda e caleidoscopio in cui ci sono tutti quelli che contano, questo, si chiamino Tito Puente (con Oye Como Va', addirittura…) o Joe Cuba, traffichino con l’afro-cubana originale come Machito e Mongo Santamaria, sperimentino lasciando di stucco nelle figure di Eddie Palmieri o Ray Barreto. E’ sempre il meticciato a spadroneggiare tra latinità, funk, errebì e jazz, e cinquantamila acquirenti sparsi per il mondo non possono sbagliarsi.

AA. VV. – Rumble In The Jungle

Bugiardo ma non troppo il titolo che si riferisce alla fruttuosa stagione che, attorno alla metà dei ’90, incrociò la jungle con il ragga. Da molti considerata breve momento di passaggio, finì per rivelarsi al contrario il volano di massimo sviluppo della prima, dopo il quale ci sarebbe stata una morte dentro vicoli ciechi di ripetitività. Si mostrano della jungle le più antiche radici, che ci portano dritti alla dancehall britannica del decennio precedente, ai sound system londinesi Saxon e Unity e al lavoro colà svolto dai Ragga Twins. Impossibile resistere a Ninjaman, Barrington Levy, Cutty Ranks, Shut Up And Dance e perché mai dovremmo.

AA. VV. – Soul Gospel

In un colpo solo ecco accorpati due pilastri della musica black e non solo: gospel e soul. Il Padre e il Figlio al cospetto dello Spirito Santo; religiosità nuda e carnale da convincere il più scettico e incarognito fra gli atei. Certo, le cose sono più complicate di così e di mezzo ci sono le migrazioni, le sofferenze, le attese dei neri d’America, ma questo lo potete leggere in ogni libro di storia o trattato di sociologia. Meglio ascoltarlo e mandarlo sotto pelle, prima, perché dal pulpito officiano Irma Thomas, Bobby Bland, Aretha Franklin, Odetta, Staple Singers.

AA. VV. – Steppa’s Delight: Dubstep Present To Future

Come il titolo lascia facilmente intuire, qui è raccontata la storia - breve ma in continuo sviluppo - del dubstep, sensazione sbucata fuori dalla Londra meridionale a infettare il mondo approfittando del nuovo secolo e dei nuovi mezzi di comunicazione e produzione. Intelligentemente assemblata, sfoggia nomi classici ed emergenti, così da storicizzare parzialmente il fenomeno e contemporaneamente tracciare una mappa di ipotetici sviluppi. Allo stesso tempo, l’etichetta tiene un piede saldo nell’attualità con le valanghe di 7” pubblicate ogni mese…

AA. VV. – Studio One Rude Boy

Ludica e rilassata, questa compilation è puro distillato di godimento giamaicano col pretesto tematico del “rude boy”. Un viaggio da piegare le ginocchia e rinfrancare il cuore, dai prodromi delle sfide dancehall tra Sir Coxsone Dodd e Duke Reid lungo epoche e stili (ska, rocksteady, DJ, roots-reggae e dub) del suono in levare, per lo sviluppo del quale lo Studio One costituisce tassello imprescindibile. A riprova, sfilano pesi massimi come Wailers e John Holt accanto ai meno noti Mr. Foundation e Dudley Sibbley. La festa è qui, ed è grande.

AA. VV. – Tropicalia: a Brazilian Revolution In Sound

Fu un’autentica e salutare rivoluzione, il tropicalismo. Partita da quelli che si reputavano i confini remoti dell’impero musicale, ha finito per propagarsi in esso come un benefico virus. Tropicália ne accorpa gli artisti musicali chiave a uso e consumo dei neofiti, che confessiamo di invidiare un poco. Vorremmo infatti avere ancora orecchie vergini e godere come fosse il primo giorno di Os Mutantes e Gilberto Gil, di Caetano Veloso e Tom Zé, di Gal Costa e Jorge Ben. La bramosia di saperne di più sarà strettamente consequenziale, perché del Genio non se ne ha mai abbastanza.

AA. VV. – The Gallery: the Story of the Legendary New York Disco 1972-77

A fianco degli altrettanto mitici Loft e Paradise Garage, il Gallery gestito dal paisà Nicky Siano fu il club più importante della scena disco “underground” di New York. DJ egli stesso, Nicky funse da “trait d’union” tra i tre locali e oggi ancora lo ricordano per come riempisse la pista ed esaltasse gli astanti a poco più di vent’anni d’età (più avanti si mise a farla, la musica, con Arthur Russell nei Dinosaur L). Ispirò personaggi come Frankie Knuckles e Larry Levan a mettersi dietro il giradischi e far muovere il posteriore con intelligenza, schifando il banale e il trito. Poi ci fu la droga e il ripulirsi, ma il seme era gettato.

copertina pdf #91