Tune in
Pubblicazione 01 Settembre 2008

Parenthetical Girls

Colpo di teatro

Il carillon si schiude

Dai campanellini e dai synth xiuxiu-eschi a una piccola orchestra chiusa in una bolla di sapone. Dall’ambiguità quasi-scenografica alla nuova – splendente, coraggiosa, forse pericolosa – fase dei Parenthetical Girls. Un colpo di teatro.
Parenthetical Girls
2008

Proviamo con un gioco barocco di metafore. Il passo più lungo della gamba di Alice che si ritrova al di là di uno specchio d’acqua, dentro una bolla di brodo di giuggiole preparato a regola d’arte musicale.
E ora, come si faceva nel Seicento (o meglio, come fa lo studioso di oggi con gli scritti di allora), apriamo lo scrigno dei rimandi tra metaforizzante e metaforizzato e cerchiamo di capire che sta succedendo – cosa è successo, con che successo – ai Parenthetical Girls.
La storia inizia nel 2002, a Everett, Washington, quando i due amici fraterni Zac Pennington e Jeremy Cooper decidono di dare una sferzata al proprio amore per il primo Brian Eno post-Roxy Music, per Phil Spector, per i primordi del catalogo Rough Trade. Proprio da un brano di Eno, in combo con Robert Fripp, proviene il nome della breve esperienza pre-Parenthetical Girls, Swastika Girls. “Associato a noi quel nome credo dovesse riprodurre il rapporto che aveva con la composizione di Fripp & Eno – un nome carico e di forte impatto per una musica tanto innocua”, ci spiega Zac. Di fatto Jeremy lascia subito, e l’unico prodotto che esce sotto per Swastika Girls è uno strano EP natalizio autoprodotto – successivamente riprodotto in più salse anche a nome PG -, dal titolo Christmas With Swastika Girls. Le atmosfere sono di un pop trasognato, morbido, un poco inquietante; di significativo, rispetto alla vicenda che vi stiamo raccontando, c’è la strumentazione, che sarà conservata, con aggiunte, fino al penultimo disco dei Parenthetical; ci sono synth, chitarre effettate, voci sibilanti, e “un glockenspiel, naturalmente”.
La personalità di Pennigton sta crescendo come il suo intreccio di amicizie e di collaborazioni. La line-up dei Parenthetical Girls, nati ufficialmente da lì a un anno, pesca di volta in volta da Portland e da Seattle – le due città su cui più si articolerà la storia dei PG, la prima per la residenza effettiva, la seconda per la proficuità degli scambi musicali. Le featuring colgono fresche energie di Casiotone For The Painfully Alone, e soprattutto dai Dead Science, band sopra le righe di Seattle da cui proviene Jherek Bischoff, figura centrale più che collaterale, come vedremo.

Il risultato della messa a regime della rete di Zac è l’esordio vero e proprio dei Parenthetical Girls, (((GRRRLS))) (2004, 6.7), uscito solo in vinile per l’etichetta del nostro, la Slender Means Society. I due lati dell’album, “O” e “X”, contengono le stesse sette tracce; le differenzia la produzione e il missaggio, per “O” ad opera di Jherek Bischoff – che produrrà tutti i dischi dei PG -, per “X” niente di meno che di Jamie Stewart. Inizia da qui l’affiliazione dei Parenthetical agli Xiu Xiu; ma, se è vero che l’estetica portlandese del gruppo di Knife Play permea il rimando tra i synth, gli ammennicoli e il glockenspiel usati, se è vero che le pose di Pennington dimostrano un sentore arty simile a quello di Stewart, ciò che più conta è l’emergere di melodie che saranno da lì tipiche dei Girls (Here’s To Forgetting), e soprattutto la voce di Zac, che inizia ad assumere quella statura melò, un po’ decadente, bohemién, direbbero i più…
Xiu Xiu e Dead Science, dicevamo, sono stati due poli di attrazione per i Parenthetical Girls; ma dopo il primo album l’influenza sarà sempre inferiore, Bischoff piano piano diventerà un membro a tutti gli effetti della band di Pennington (fino a quando la separazione dei beni sarà sancita da uno split PG/DS, all’inizio del 2007), e le due matrici rimarranno più a livello umano che musicale. “Facciamo tipi di musica distinti, tracciamo dipinti che si muovono da prospettive e influenze diverse. Mi entusiasmano i risultati di entrambe queste band, ma credo che i nostri obiettivi siano fondamentalmente differenti” – chiosa il leader dei PG.

Nelle illustrazioni della copertina di (((GRRRLS))), poi, disegnate da Kathryn Rathke, lo Zac in fumetto indossa sia biancheria maschile che femminile, preadolescente come un casto androgino; il suo protagonismo anglosassone ci introduce in questo modo a un concetto che diventerà una delle chiavi critiche principali del disco successivo; è l’ambiguità, sessuale nella superficie, musicale in senso più liminale.

Si chiude la bolla.

I Parenthetical Girls sono ancora, sostanzialmente, il gruppo di Zac Pennington anche in Safe As Houses (Slender Means Society, 2006, Acuarela, 2007, 7.4). La sua presenza scenica è struggente e ironica insieme, dei suoi ammiccamenti si nutrono le parole – di cui è autore – e tutti gli arrangiamenti. Eppure i suoi complici, specie dal vivo, non sono figure di secondo piano. C’è Rachael Jensen, al violino come ai synth, c’è Matt Carlson, musicista di formazione classica, ed Eddy Crichton – oltre al combo Jherek Bischoff-Sam Mickens dei Dead Science, ancora una volta, per il lavoro in studio.

Love Connection, pt II, il primo brano, ne è manifesto. L’ordine di apparizione non è casuale, e ci presenta, per l’appunto, uno xilofono, anzitutto, e poi un synth – oltre all’ugola penningtoniana - che da melodico diventa, a fine canzone, un disturbo incontrollato; per poi fare da base, quasi organistica, nel brano successivo, I Was the Dancer. Rispetto alla semioscurità onirica di (((GRRRLS))), a tratti ci fa stringere piacevolmente gli occhi una solarità come velata, stonata, quasi non completa; nulla, volutamente, è compiuto in questo disco; il protagonismo di Zac non è mai pomposo, arriva a un passo dal limite ma non varca la soglia; quando lo sta per fare si indebolisce, torna fragile.

Sono i live che seguono Safe As Houses a dimostrare il mirabile bilico entro cui si muovono le ragazze parentetiche. Pennington, forte delle sue canzoni quasi-struggenti, consegna al pubblico una teatralità magnetica, che spicca contrapponendosi alla versatilità neo-anti-romantica della Jensen, scenicamente impassibile, teatralmente frigida come una bambola di cera. La versione dal vivo di One Father, Another è ancora più lenta, nella sua prima parte; Zac si sdraia, gioca con un personaggio immaginario che fa passare tra le dita; quando questo gli scappa, e la canzone volge al finale – originariamente una sontuosa chiusa bandistica – il frastuono dei synth e delle distorsioni copre la scena, come neve nera in una palla di vetro agitata.
Ed è nell’orchestrazione di tali contrasti che si intravede una penna, anzi un correttore di bozze, ovvero Matt Carlson. Non è più un semplice accompagnatore, la sua importanza si fa strada riducendo la gerarchia dei livelli tra Pennington e il resto della band. Il suo pensiero ibrido colto/popolare entra anche nelle parole di Zac, quando dice che i PG sono “interessati alle forme popolari che ha prodotto in America il ventesimo secolo – dal pop ante-guerra fino ai compositori degli anni ’60, come Irving Berlin, Burt Bacharach, Jack Nitzsche, Van Dyke Parks”. E le sue capacità di organizzare una complessità polistrumentale si insinuano nella versione estesa di Keyholes And Curtains – già presente, in una prima bozza, in Safe As Houses – per come compare, come seconda traccia, nell’EP Addendum, del 2007 – il quale del resto inizia con la punta più alta della commistione orchestra-rumore nel repertorio parentetico, The Fragile Class.

Parenthetical Girls
2008

L’ambiguità massima del protagonista Pennington è sancita ancora una volta dalle immagini di corredo; la copertina di Safe As Houses lo vedeva andare a letto con se stesso, nonché abbracciarsi teneramente. Da qualche mese a questa parte, invece, è una foto a prevalere nell’iconografia della band – fino a essere introdotta come intestazione del loro MySpace, oltre che nel retro della copertina della nuova uscita discografica. L’immagine ritrae un gruppo, e non più un singolo; i quattro musicisti che oggi sono i PG sono ritratti in mimesi alla locandina di Janghwa, Hongryeon, in Italia intitolato Two sisters, film strapiaciuto agli addetti del coreano Kim Ji-woon.
E qui arriviamo a Entanglements, terzo album delle ragazze. Ma, forse, il primo fatto da un gruppo coeso di persone.

Entanglements è il primo disco che abbiamo registrato come una band vera e propria, cioè che rende conto delle nostre differenze. Non è esattamente un avanzamento organico, ma abbiamo deliberatamente deciso di fare un disco diverso, dagli altri che avevamo fatto come dalla maggior parte delle cose che si sentono in giro. Non sono del tutto convinto che sarà rappresentativo di ciò che ci riserva il futuro” – dice Zac – “eppure siamo convinti di voler provare ogni volta una cosa diversa”.
Il risultato è che, se prima i Parenthetical Girls mettevano un piede solo dentro la bolla teatrale di un mondo a parte rispetto all’indie odierno, ora ci sono entrati del tutto. Il gusto per la perturbazione del rigore orchestrale è abbandonato; con esso la preponderanza dei campanellini e delle cianfrusaglie del focolare stewart-iano. L’inizio dei PG era stato come tirare fuori da una valigetta un carillon, con all’interno un’orchestra di nani. Entanglements porta alle estreme conseguenze l’entrata in quel mondo meló. L’ironia che si nascondeva nell’ambiguità di Pennington diventa il distacco dello spettacolo.
Una volta per tutte? “è difficile da dire, ora come ora. Stiamo già scrivendo nuovo materiale. Se tutto va come pianificato, comunque, faremo il nostro capolavoro, un doppio vinile. È tutto quello che posso prendermi la libertà di dire, al momento”. Dal di dentro dell’universo di Entanglements, ricco di metafore che ci portano fuori dalle ovvietà del nostro tempo.

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