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Pubblicazione 01 Settembre 2008

Dusk + Blackdown

Ethnic chill-streetstep

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L\'hiphoppettaro portrait di Dusk + Blackdown
Dusk + Blackdown
2008
L'hiphoppettaro portrait di Dusk + Blackdown

La coppia di produttori londinesi Dan Frampton e Martin Clark (questi i veri nomi dietro cui si nascondono Dusk e Blackdown), dopo una serie di 12’’ sulla loro Keysound, rischia con il formato lungo. Il ‘solito disco di dubstep’? No, sono due le novità principali. La prima: la street si innesta nella notte, si rimpingua la cassa del bass con le atmosfere urban dei sobborghi della City, il field recording sparato nel ritmo. La seconda: il suono non è più ambient da cameretta, non è solo bianco, non è la raffinata produzione wasp; questa volta confina di brutto con le note bhangra paki del meltin’ musicale di M.I.A. e di Missill.
Streetstep di suggestioni che vivono nel paesaggio dark coniato dal padrino Burial, ma che raccontano la realtà suburbana da un altro punto di ascolto/registrazione. Un neorealismo britannico mescolato con le sonorità dell’ex Commonwealth: musica post-coloniale per orecchie cresciute a pane e mash up. La convergenza verso una mescolanza infinita di idee e di ritmi, prima o poi ce la aspettavamo anche nel mondo dubstep. Dopo l’ambient tendente al chill out, arrivano le bordate etniche. Il rischio (se c’è) è che questi siano trucchi per sfruttare la macchina commerciale dello step senza porsi il problema della coerenza o della durata. Come abbiamo assistito al declino degli Asian Dub Foundation nell’hard combat rock o del Talvin Singh nella musica da club 90, anche qui si corre il rischio che la proposta duri troppo poco e che da un’idea di novità si passi subito alla polvere.
L’elemento che potrebbe far da collante e da forza duratura è la voce di Farrah, nuovo angelo del focolare del ritmo. I suoi highlights sono i melismi arabeggianti, gli acuti improvvisi innestati nelle atmosfere sognanti da Mille e una notte e una sensualità sussurrata che richiama le menti bristoliane del primo collettivo Massive Attack. Se là era in fondo il verbo Kingston (filtrato su infiniti layers) a dare la direzione, qui sono le poesie indiane e le percussioni orientali a cambiare per qualche momento il paesaggio sonoro.
Punjabi, Bali, Hindi e Bollywood sono la nuova via? A ben vedere in questo 2008 si direbbe proprio di sì, ma l’attimo può allungarsi indefinitamente?. Aspettiamo il prossimo viaggio, sognando danzatrici balinesi offuscate dai fumi dell’incenso. Chill-step: carpe diem.

copertina pdf #91