I Silver Ray sono un trio di Melbourne capeggiato dal chitarrista Cam Butler, pressoché ignoti dalle nostre parti malgrado con Homes For Everyone (vedi in recensioni) raggiungano il traguardo del quarto album. Pubblicato in patria lo scorso anno, ha ottenuto abbastanza successo e buoni riscontri da guadagnarsi la distribuzione internazionale. E’ una buona notizia, non tanto per la bontà del disco – da par suo apprezzabile – quanto perla sua capacità di scuotere e avvincere nonostante batta strade non nuove anzi abbastanza desuete.
Con la sicumera di chi va dritto per la propria strada, i tre australiani imbastiscono dieci episodi strumentali all'insegna di un folk rock melodrammatico e visionario, sinfonie antimoderne per batteria, tastiere e chitarra elettrica che guardano all'art-prog dei seventies attraverso una lente di celluloide Cave-Ellis. A dirla tutta, ascoltarli provoca un leggero fastidio, quasi che tra una vibrazione carezzevole e una sferzata sanguigna giocassero una partita volutamente sterile, innescata incendiando narcisismo e ossessioni, quel tanto che basta per spacciarsi come una soundtrack transitoria per guitti senza alcuna pretesa di "progressione" sonora.
Allo stesso tempo però avverti quel lavorio pregiato sottocoperta, testimoniato dai numerosi ascolti che, lungi dal cedere all’usura, rivelano anzi una trama accurata, fatta di pochi ma pregnanti elementi (la chitarra irrequieta, il piano in purezza e preparato, il polyisix, gli archi, l'uso "mirato" delle percussioni...). Dietro tutto ciò aleggia chiaro un senso di “raccolto”, rivolto senza preclusioni a un quarantennio di pop-folk e propaggini arty: dai Popol Vuh ai Marillon più potabili, dal Ry Cooder più etereo ai Dirty Three più arrembanti, ipotizzando sipari smerigliati di visioni Brian Eno e nostalgie suadenti Air giusto un attimo prima di rigurgitare redenzioni post-rock à la 90 Day Men.
In altre parole, Mr. Butler assieme ai fidi Brett Poliness (batteria) e Julitha Ryan (tastiere), ci offrono su un raggio d’argento (così chiamano il fascio di luce che va dal proiettore allo schermo cinematografico) le scenografie perfette per inscenarvi moderne strategie di “fuga”.
Altrettanti lenitivi di quest’epoca che ancora, sonicamente parlando, vive la convalescenza seguita allo scompiglio del post-rock. Il quale da par suo imponeva di meditare sulle vicende occorse al rock nei lustri posteriori la maturità, disarticolando e riarticolando kraut, prog, art-wave, electro-ambient, fusion e persino glam. Tutti elementi che guarda caso possiamo intercettare nel sound del trio australiano, come scorie che tornano a nuova vita. Come una marea che ricomincia a salire.
Scheda: Silver Ray
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