“Improvvisazione: libera invenzione di un brano musicale nel momento stesso dell’esecuzione”. Questa la definizione “ufficiale” di una pratica musicale vecchia quanto la musica. Ma l’improvvisazione non è solo una tecnica compositiva. Almeno non per tutti. Inteso in senso più lato, l’atto dell’improvvisare è un atteggiamento, un attitudine che, lungi dall’essere propria dei soli musicisti, accompagna l’uomo in tutta la sua vita, nelle sue azioni quotidiane, dal parlato al movimento. Per qualcuno è diventata una filosofia o uno stile. I jazzisti, in particolare, certi jazzisti, ne hanno dato un significato addirittura politico, legato al senso di libertà e di liberazione. Il free jazz, portando alle estreme conseguenze questo obiettivo, ha elevato l’improvvisazione ad elemento formale indipendente, aprendo la composizione ad un numero illimitato di combinazioni e soluzioni e avviando, a braccetto con le altre avanguardie musicali, la dissoluzione dei linguaggi tradizionali e per qualcuno il culmine e la morte del jazz stesso. Free Jazz di Ornette Coleman sarebbe stato, dunque, per il jazz, ciò che è stato Le Baccanti di Euripide per la tragedia classica? Un “ground zero” dal quale ripartire senza più certezze, con il rischio di cadere nel già detto. Una condizione dalla quale i jazzisti, a partire dagli anni ’60, hanno dovuto riprendere il discorso, affrontando i problemi creativi della post-modernità. Con la radicalizzazione di un linguaggio portato alle estreme conseguenze, la generazione successiva, figlia del free, ha puntato tutto sulla contaminazione, con la finalità di creare una linea di continuità con le origini e la storia di un genere che sentivano ancora vivo e in evoluzione. La New Thing, la fusion, il Miles Davis elettrico rappresentano i quadri più significativi delle numerose strade che ha preso il jazz per ritrovare sé stesso.
Parola d’ordine: abbandonare lo stereotipo ed evitare in tutti i modi di cadervi, in una fase in cui il rischio di scadere nel banale revivalismo era (ed è ancora) più forte che mai. L’allontanamento del jazz d’avanguardia dalle sue radici “popolari”, ha provocato, dopo l’esplosione del free jazz, uno scollamento tra le espressioni più colte di questa musica e la sua anima più “popular”, trasformatasi in sterili stereotipi folkloristici dai fini puramente commerciali o in schematici accademismi. Lo scopo di chi voleva risollevare le sorti di una musica che non apparteneva più agli afroamericani e alla loro causa, ma al mondo intero, doveva tenere in considerazione la necessità di provare a ricucire. Compito non facile per gli eredi diretti di chi aveva fatto crollare i pilastri della forma jazzistica, un po’ più agevole per le più giovani generazioni, nate e cresciute sotto la luce del tramonto del secolo passato e dei suoi sogni rivoluzionari. Generazioni meno radicali, ma non per questo poco creative, che hanno conosciuto la maturità del rock e la globalizzazione dei linguaggi. Generazioni per le quali mescolare è più importante che radicalizzare. E’ qui, in questo atteggiamento di apertura a 360°, meticcio per sua stessa natura e in contrapposizione alla scelta di un cammino evolutivo unidirezionale, tipico delle avanguardie, che risiede la trasformazione delle nuove forme di jazz che hanno accompagnato questa musica nel passaggio al nuovo secolo. Negli anni 2000 convivono sotto lo stesso ombrello Anthony Braxton che suona con i Wolf Wyes, il jazz core degli Zu, quello “scandinavo” di Mats Gustafsson e l’elettronica di Xabier Iriondo. Un vero e proprio movimento, una rete “open source”, praticamente senza limiti e confini, accomunata da pochi ma solidi principi. Tra questi, ovviamente, il primo e più importante, è l’improvvisazione. Siccome i nomi ai movimenti artistici si danno sempre (e giustamente) a posteriori, accontentiamoci, almeno per conferirle un senso di continuità, di chiamarla “New” New Thing.
Anche l’Italia ha il suo ruolo in questa storia. E non è un ruolo secondario. Band come i già citati Zu, musicisti come Paolo Angeli, Paolo Fresu, Gianni Gebbia, si possono considerare internazionali a tutti gli effetti, sia per quanto riguarda le collaborazioni, sia per quello che concerne la produzione e la distribuzione. Da pochi anni, si è inserito, nel panorama jazzistico italiano, un soggetto davvero particolare. Una specie di consorzio, di associazione libera di jazzisti con tanto di decalogo: dieci Prolegomeni all’iniziazione del “perfetto” Improvvisatore Involontario, una sorta di figura di jazzista autoironica e iper-consapevole. Nata all’incirca tre anni fa da un’idea di Francesco Cusa, batterista catanese e presidente della “assemblea degli adepti”, l’associazione-label ha già superato la decina di titoli, distinguendosi per la freschezza delle idee e l’originalità dei progetti, che vedono ruotare al loro interno musicisti “di razza” come Gianni Gebbia, Riccardo Pittau, e lo stesso Cusa, maestro del trasformismo con il dono dell’ubiquità. E’ proprio lui che, con grande voglia di raccontare la sua musica e quella degli altri, ci ha parlato non solo della “sua” creatura, Improvvisatore Involontario, ma anche e più in generale, di come un jazzista che tale si considera oggi senza se e senza ma, vede il jazz.
L'idea nasce da un approccio differente a quello solito dei collettivi artistici, ovvero dalla necessità di condividere non solo attitudini specifiche relative al contesto espressivo di riferimento (nel jazz ad esempio, le idiosincrasie tipiche del genere: problematiche relative alla scrittura, allo studio dello strumento, ed all'organizzazione dei concerti, ecc..). Per fare questo era necessario "spogliarsi" di tante corazzature e quindi aprirsi verso un universo non chiuso, in cui le istanze ed i "tic" di altre forme artistiche venissero a contaminarci, rendendo via via sempre meno "urgente" ogni singola e contestuale impasse quotidiana. Diceva Gurdjieff che dalla prigione non si può scappare da soli. Bene, questo è senz'altro il nostro obiettivo, la nostra "mission"; con ciò intendendo fuga dalle logiche vetuste che a tutt'oggi sembrano determinare la prassi dell'organizzazione artistica, quantomeno in Italia. Non è facile, soprattutto farlo senza un soldo di contributo, autofinanziandoci.
Questa è una tendenza che col tempo mi auguro verrà "riequilibrata". Ciò deriva in parte anche dal fatto che dentro I.I. stanno anche musicisti non professionisti, fotografi, videoartisti, simpatizzanti. Non sono il solo, anzi, ti dirò di più, non decido nulla rispetto alle scelte della label! All'interno di I.I. vi sono alcune commissioni che si occupano di gestire i lavori: ve ne è una per la label, una per la distribuzione, una per i progetti ecc. Una sorta di falansterio a la Fourier del 2008!
Di grande stima, rispetto ed amicizia. La cosa di cui sono più contento è che all'interno della nostra realtà si procede più per scelte affini, quasi per automatismi. Raramente c'è da discutere animatamente. Ciò deriva anche dal fatto che alla base vi sono degli ideali strategici condivisi: comuni letture, ad esempio, che vanno da Sun Tzu, a Zizek. Un progetto come Naked Musicians (ci apprestiamo a registrare il secondo cd), consente poi al "collettivo" di esprimersi anche tramite i "non professionisti", ovvero musicisti che non fanno questo di mestiere. I risultati sono sorprendenti.
Alcuni di noi si, a fatica, stante la situazione di monopolio nei più grandi festival italiani: suonano più e meno sempre gli stessi soliti noti. L'etichetta ha un'ottima visibilità, e comincia ad essere ben distribuita anche all'estero, ma i margini di vendita per queste musiche, come tu sai, sono irrisori. Aggiungici anche l'attuale crisi del "supporto cd" ed avrai un quadro esaustivo. Di positivo c'è che i nostri prodotti vengono richiesti sempre più, e che si comincia a percepire il carattere ampio della nostra proposta, di cui il cd non è che un aspetto.
Per fortuna all'interno di I.I. prevale il criterio della libertà assoluta di scegliere cosa fare del proprio scalpo. Quindi i progetti scaturiscono da necessità che possono fortunatamente anche prescindere dalla logica di I.I. Alcuni dei musicisti che fanno parte di questi progetti non sono iscritti a I.I.: per es. Gianni Gebbia, Vincenzo Vasi, Stefano Senni o Paolo Angeli. Skrunch poi è un mio progetto decennale che nasce da esigenze compositive di un certo tipo. E' anche vero il contrario, ossia che la struttura di I.I. offre l'opportunità anche agli "esterni" di partecipare indirettamente ad un flusso concreto, ad un'organizzazione che porta a determinate finalità, la morfologia "aperta" della nostra realtà consente agli iscritti di farne parte a più livelli, e questo finisce col conferire prerogative di "movimento" ad I.I. piuttosto che di collettivo. Come dico sempre chiunque può entrare e farne parte, purché condivida gli obiettivi ed abbia certe caratteristiche: chiunque; dal musicista militante al collezionista feticista, passando per il consumatore compulsivo e l'amante del gioco d'azzardo.
Assolutamente si. Io sono un "jazzista" nel senso più tradizionale del termine. I miei modelli sono quelli della tradizione: Elvin Jones, Joe Morello, Buddy Rich, Jack Dejohnette, Joey Baron. Il problema è che oggi questa terminologia è talmente contaminata e costellata di sottotesti da indurre il buonsenso a liberarsi di questa tuta da centrale atomica. Ma la trappola è oramai scattata da tempo: siamo tutti "consumatori", quindi è perfettamente vano contrapporsi in maniera sciocca a processi inarrestabili. Ovviamente questo rientra in una logica che comprende molto altro, non solo il jazz. E' processo inderogabile che investe la politica, la scienza, il mercato, il marketing e via discorrendo. Il termine "jazzista" dunque mi va benissimo: e come epidermide e come camuffamento.
Nasco metallaro e autodidatta. Poi Siena Jazz, Bologna, il Dams... Ore di studio sullo strumento. Una febbre che si lascia dietro le mie vere passioni: cinema e letteratura....certo che nascere metallaro e morire jazzista è una bella sfiga!
Questa è una bellissima domanda. Oserei dire simbiotico. Non sono interessato all'improvvisazione, come io la definisco, "astratta". Sono interessato "comunque" alla creazione di strutture, di cellule. Per fare ciò mi circondo abitualmente di partner ideali, come Vasi, Senni, Natoli, Pittau, Scardino, Sorge, Bittolo Bon, Bigoni, Gallo, Gebbia, Squassabia, De Filippo...gente veloce nel tradurre il pensiero in atto, creature mutanti con antenne al posto delle orecchie. Il mio approccio compositivo, viceversa, deve molto all'improvvisazione; spesso seguo dei flussi che poi imprigiono all'interno di strutture e griglie semplici e complesse. Sono stato molto influenzato da Steve Coleman e dalla mia breve ma intensissima esperienza con un gigante della musica contemporanea quale Tim Berne. Devo inoltre molto ad un mio grande e giovanissimo Maestro: il grande Alfredo Impullitti, prematuramente scomparso, le cui lezioni di composizione rimangono bagaglio indispensabile per la mia formazione di musicista e di essere umano.
Dipende. La musica è portato di un individuo e di una certa personalità. Ho avuto la fortuna di suonare una volta con Steve Lacy. Bene "la musica era lui" non la sua partitura o il suo brano. Diciamo che il resto era un'emanazione, un suo riverbero.
Come nasce il rapporto tra Switters e Wu Ming? C’è, alla base, l’intenzione di legare musica e letteratura sperimentale?
Sono un assiduo lettore dei romanzi di Wu Ming. Più che altro c'era una necessità di confrontarsi su tematiche comuni e che ci stavano a cuore. In questo senso gli argomenti esplorati con il primo Switters (i romanzi di Tom Robbins e quelli di Wu Ming) andavano a toccare aspetti ovviamente extramusicali: la corruzione della CIA, le derive della globalizzazione, corsi e ricorsi storici rivisitati per una diversa lettura del presente. Col romanzo poi di Wu Ming 1 "New Thing", la collaborazione è diventata un vero e proprio reading, con stralci del romanzo letti da un Wu Ming 1 incappuciato, e nostre sonorizzazioni. Adesso, nell'ultimo cd "Current trends..", Wu Ming1 ha un ruolo fondamentale, quello del caustico menestrello fustigatore, traghettatore d' "anime"(ops!) sventurate ed in procinto d'attraversamento delle pure e mefitiche acque dell'infernale e minerale Lete. Così almeno noi immaginiamo il nostro sfortunato ascoltatore.
Ci sono cose ben più importanti, o altrettanto importanti del jazz, (questo dipende: ho visto boppers mutare geneticamente e non mangiare per settimane) a rischio d'estinzione. L'appiattimento nelle cosiddette "società dei consumi" produce un livellamento verso il Basso. A rischio è la naturale "biodiversità" della specie, della flora e della fauna. E quindi del "jazz". Questo è un paradosso, poiché proprio l'apparente abbattimento delle frontiere della comunicazione, Internet ecc., genera, nella molteplicità dell'offerta, un indotto capace di creare "illusioni" di libera scelta. Di fatto consumiamo quello che ci viene imposto surrettiziamente. Dalla carta di credito alla catena del supermercato è tutto un percorso ingannevole verso il miraggio del "libero arbitrio". Nominalisticamente quindi, forse mai come adesso, il cosiddetto "jazz" ha avuto lustro, è diventato "prodotto", gadget da offrire assieme al quotidiano e al al giornaletto. Nell'essenza a me sembra prevalga un freudiano impulso di morte.
Mats Gustafsson è solo uno dei tanti musicisti scandinavi che oggi si affermano a livello europeo e mondiale, soprattutto nel campo della musica indipendente.
Sicuramente al Nord Europa ci sono più soldi. Più finanziamenti per questo tipo di, come definirli, "approcci all'improvvisazione?", e di conseguenza maggiori possibilità per i capricci creativi del musicista. Lapalissiano. Qui siamo nella Terra di Nessuno. Impossibile o difficilissimo per un musicista d'avanguardia reperire fondi per pagarsi le spese di viaggio che gli consentirebbero di muoversi e diffondere altrove la propria musica. Da altre parti è una prassi consolidata.
Catania mi sembra una città piuttosto creativa e dinamica. Molto più di Bologna. Purtroppo è vessata da una disastrosa gestione politica e della cosa pubblica. Quando arrivai a Bologna, nei primi anni novanta, la città era tutto fuorché fucina di creatività. Era musicalmente molto chiusa e conservatrice. L'esperienza di Bassesfere è stata formativa in questo senso. Il problema, che determina la differenza tra le due città, è esclusivamente geografico. La Sicilia, checché se ne vociferi, è un'isola, prossima e distante.
Scheda: Francesco Cusa
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