Difficile scordarla, la prima volta. Resta in mente come il primo incontro con una Grande band. Anche se fu per mezzo di una canzone-capolavoro il cui tema non è dei più allegri (l’AIDS), anche se la visione che restituisce della realtà è oscura (ma quanta ironia e sarcasmo là sotto…); il fatto è che di Touch Me, I’m Sick colpisce e manda all’angolo immediatamente. E’ un pugno allo stomaco col resto mancia del successivo stordimento: ci vuole tempo perché si possa capire l’accaduto.
Ti riprendi e, oggi come due decenni or sono, ne afferri lo sprofondare antico dentro al garage del nordovest e nella furia dell’Iguana detroitiana, mentre da un lato osserva il fragore proto-stoner marca Blue Cheer e dall’altro i Sonic Youth e il loro noise “colto”. Costituiva, quel brano, la prova eclatante e definitiva che gli Ottanta stavano tirando le cuoia, che la neo-psichedelia era sepolta dal metallo colato anni ’70. Guardandosi indietro, i più attempati ed esperti riallacciarono uno dei fili al gomitolo glorioso dipanato in Oregon e Washington State dalle leggende Sonics e Wailers. Sarà il clima piovoso di Seattle, le industrie aeronautiche, il fascino da boheme affacciata sul Pacifico. Fatto è che - oleografia di Cameron Crowe a parte - le caffetterie e i locali all’ombra dello Space Needle respirano da sempre un’aria ricca di miasmi garagisti, di vapori blues e hard, di tenebrosa nuova onda. Somiglia all’albero genealogico del grunge. Lo è.
Uno dei generi più incompresi dell’ultimo ventennio, quello: ci fu un momento in cui certa critica (spaventata dalla morte della centralità del rock e incapace di coglierne le infinte possibilità) si affidò al “ritorno” di chitarre, urla, muscoli. Anch’essi peraltro ennesimo tassello di un sistema in mutazione, non l’ancora di una salvezza fittizia, ma tanto bastò. A dimostrazione che le cose non sono mai d’un singolo pezzo, nello stesso calderone “grunge” trovavi differenze a volte pure profonde: dalle fusioni hard-wave ai metallari camuffati, dalle Voci di una Generazione alle fanciulle mica tanto gentili, persino il power pop di classe. Molta inquietudine, anche, regalo del mondo in ribaltamento. Musica buona, pure ottima e in un caso rivoluzionaria per quanto inaspettatamente e controvoglia.
Nondimeno, gli scribacchini di cui sopra sventolarono la bandiera del “rock che non muore mai”, salvo esercitarsi in comici dietrofront all’avvento di Silverchair e Bush. Come si è detto, il senno di poi permette di rispolverare dischi di valore, consegnare alcuni personaggi al culto e altri a un meritato oblio, soprattutto di osservare gli epocali effetti di Nevermind. Lo spedire in classifica l’underground trasformandolo in una macchina da soldi come mai prima, per parlare chiaro e fuor di metafora. Non tutti passarono però alla cassa durante la ricerca della “prossima grande cosa da Seattle”: Mark Arm, Steve Turner e accoliti pasteggiarono con gli avanzi, confermandosi incarnazione degli scalognati di talento, dei progenitori finiti nei libri ma non nelle charts.
Vuoi oggi un sacco bene ai Mudhoney come e più di allora: perché stilisticamente poco sono cambiati e va benissimo, perché di quella generazione sono tra gli ultimi, perché sono i più coriacei e nei secoli fedeli. Gente che in altri panni non sarebbe credibile e manco ci ha provato a indossarli, preferendo aggiustare la rotta e affidarsi all’approvazione dei fan più sinceri: applaudiamoli, dunque, auspicando che qualcuno li prenda a modello. E’ una questione di rispetto, non di nostalgia; anche se per parlarne dobbiamo scavare nel passato.
In una scena intricata come poche, a Seattle e dintorni rischi l’emicrania nel tentativo di ricostruire la storia di una band: siamo nel 1980 quando un giovanotto di nome Mark McLaughlin - punkescamente reincarnatosi in Arm - mette su Mr. Epp & The Calculations alla scuola superiore di Bellevue, sobborgo di indovina un po’ dove. Sono degli incapaci ma chissene, e se la storia vi ricorda quella dei Replacements (da Minneapolis, altra metropoli gelida dedita a ruvide sonorità: tutto quadra) siete sulla pista giusta. Incredibilmente, gli inetti ci danno dentro fino a un trascurabile 7” e, a fine 1983, accolgono tra le loro fila il chitarrista secchione e appassionato di garage Steve Turner. Sforzo inutile, perché si sfasciano nel febbraio seguente e tuttavia l’amicizia ben cementata tra Arm e Turner prosegue, pescando il batterista Alex Vincent e al basso Jeff Ament, appena arrivato dal Montana. Arm si concentra sul cantato lasciando vacante il ruolo di seconda chitarra, appannaggio di un conoscente di Turner, Stone Gossard, l’ingresso del quale è atto di nascita dei Green River.
Facendo mente locale appare chiaro come il panorama locale fosse al tempo piuttosto desolato. Tante formazioni ma poche che si ergono dalla cintola in su, insieme ai Nostri solo i maestri del sabbathismo sotto codeina Melvins, coi quali si predica nel deserto. Darà frutti, comunque. A dispetto del nome preso in prestito dai Creedence, nulla vi è di “americana” nella musica, incline a far coabitare due generi fin lì guardatisi in cagnesco come punk e heavy metal, piazzando a contorno gli echi dei relativi prodromi glam e hard. La metà esatta degli Ottanta saluta il loro esordio, l’e.p. Come On Down (Homestead, 1984; 6,8), acerbo ma costruttivo dialogo dopo il quale Turner sbatte la porta tornando all’università, disgustato dalla piega metallara presa dal progetto (ha ragione: attualmente reggono solo l’acidula Coner Of My Eye e i lustrini hard del primo classico Swallow My Pride). Gli subentra Bruce Fairweather e i Green River escono con le ossa rotte da un tour nazionale; si leccano le ferite lavorando al materiale destinato a un altro mini, Dry As A Bone (Sub Pop, 1987; 6,6) nel quale nulla cambia, tuttavia è importante per quell’etichetta che lo stampa e in città è oggetto di chiacchiere: nell’improbabile ipotesi che non l’aveste ancora capito, si chiama Sub Pop Records. Per essa, un gruppo dilaniato da divergenze artistiche fa uscire in estate Rehab Doll (Sub Pop, 1987; 6,8), primo e ultimo trentatre giri che, per quanto buono, rappresenta una sorta di sviluppo bloccato (belle, però, la bowiana Queen Bitch in chiave Stooges e la slide di Take A Dive). Dopo i saluti Ament e Gossard fanno anticamera niente male come Mother Love Bone per abbracciare la popolarità nei Pearl Jam; Fairweather entra nei mediocri Love Battery e Vincent diventa avvocato.
E il dinamico duo? Si affida temporaneamente ai Thrown Ups, ensemble sulla falsariga dei volenterosi ma poco focalizzati sconquassi antecedenti il Fiume Verde. La manciata di 7” e un omonimo lp su Amphetamine Reptile rimastici sono comunque poca cosa e pertanto li citiamo per puro merito storico. Hanno, in retrospettiva, la dote di conservare calda l’ispirazione che Steve sfoga scrivendo e provando il nuovo batterista Dan Peters. Poco dopo si aggiunge al selvaggio mucchio Matt Lukin, bassista proveniente dai Melvins e così, poco dopo l’uscita di Rehab Doll, i Mudhoney sono realtà. Cosa potete aspettarvi da gente che si sceglie il nome di battaglia da una pellicola di Russ Meyer e possiede il background di cui sopra?
L’esatta quadratura del cerchio tra creste e capelloni, caschetti e occhi acquosi d’eroina, rumore chitarristico e psichedelica cupezza; eccolo spiegato il senso ultimo di nascondere sul retro di singoli i Dicks di Hate The Police, la sonicyouthiana Halloween e una Revolution sottratta agli immensi Spacemen 3. Si delimitano e ribadiscono i confini di una landa attigua a Fun House, Vincebus Eruptum e Nuggets, al cui interno si agitano le scordature di Ranaldo e Moore, la desolazione eighties e il sardonico ghigno new wave. Tutto ben spiegato dal primo 45 marchiato Sub Pop, AD 1988: Sweet Young Thing Ain't Sweet No More/Touch Me I'm Sick è memorabile marasma, il lato B un inno che riassume il decennio agli sgoccioli per tramite di corde furenti, voce disperata, implacabile turbinare ritmico. Lo scorta un e.p. magnifico, Superfuzz Bigmuff (Sub Pop, 1988; 7,8), del quale si celebra oggi il ventennale rieditandolo in doppio cd con gradita mancia di demo e registrazioni live d’epoca. Consigliato e ai fan certo non sfuggirà, come allora non fecero Need, Mudride e In ‘n’ Out Of Grace.
Tempismo esemplare per un vinile che incarna ciò che l’epoca chiede a voce sempre più stentorea e qualcuno è riuscito a cogliere. Inizia un sussurro che diviene pian piano grido e infine bufera, mentre del “Seattle Sound” i Nostri cavalcano l’epoca d’oro con una prima visita europea a inizio 1989. Anno chiave per Mudhoney, richiesti dalla Gioventù Sonica come spalla di un successivo tour britannico che li rivela alla stampa locale. Quando colà Superfuzz Bigmuff si addentra nelle classifiche indipendenti restandoci a lungo, è ora di proporsi e stupire da headliner in pompa magna, nonché di misurarsi col debutto a 33 giri. Da campioni, ovviamente, giacché Mudhoney (Sub Pop, 1989; 8,0) scolpisce lo stile con maturità e compattezza e si dice irrinunciabile punto di partenza, già perfetta la rimescolanza di passato e presente, la cura dei particolari dietro l’apparenza monocromatica, le slavine di wah-wah e i tamburi primitivi. Sensazionale in ogni episodio anche grazie alla sapiente produzione di Jack Endino, che sia l’inno This Gift o la litania velvetiana When Tomorrow Hits i martellamenti senza speranza (Flat Out Fucked, Running Loaded) e la cantabilità paranoica (Get Into Yours, Here Come Sickness). Alla fine è il blues - padre e panacea di ogni male - a emergere da Come To Mind e dal conclusivo gorgo stoogesiano Dead Love.
Là fuori, nel frattempo la diga inizia a crollare e l’alluvione investe media e mercato; l’etichetta di Jonathan Poneman fa sensazione e i gruppi che promuove anche. Il problema è che l’unico dei conti correnti a gonfiarsi appartiene al boss, ragion per cui i migliori del nido iniziano a spiccare il volo. La A&M accoglie i Soundgarden e la Geffen seduce - su imbeccata degli onnipresenti Sonic Youth: un tramite storico - i Nirvana, mentre la cricca rispondono a uno statico 1990 con Every Good Boy Deserves Fudge (Sub Pop, 1991; 7,8). Beffardi, coraggiosi e con nulla da perdere si affidano alla bibbia del garagista, registrano su un otto tracce e voltano le spalle all’idea del suono seattleiano pompata dai media. Risposta appassionata e non appiattita sul precedente modello, perciò apprezzabilissima e ancor più se un organo impazza (Generation Genocide, Who You Drivin’ Now?), le chitarre sferragliano gagliardo folk-rock (Good Enough, Pokin’ Around) e si viaggia spediti col singolo Let It Slide più i Fall americani della sensazionale Into The Drink. Broken Hands dispiega sette solforici e amari minuti, Move Out ondeggia ubriaca d’armonica, il dopo sbornia di Check-Out Time non è mai stato così eccitante. Avrebbe dovuto rappresentare un addio, lo scioglimento causato dalla volontà di Turner di rimettersi a studiare. Le vendite record sortiscono due effetti: Steve ci ripensa e ai piani alti qualcosa inizia a muoversi…
Con un tris d’assi sul panno verde il gruppo prende ad ascoltare le offerte, scegliendo infine il gruppo Warner attraverso la consociata Reprise. Prima dell’entrata in alta società c’è tempo per l’ottimo esordio omonimo dei Monkeywrench (altri due lo seguiranno a ciclica distanza di otto anni), senz’altro il migliore dei progetti paralleli menzionati in queste pagine, provvidenziale valvola di sfogo per ritemprarsi e bacino cui attingere idee. Poco glamour, da qui in poi, rimpiazzato da un saliscendi collinare di dischi, tour e rimescolamenti d’organico tipico della mezz’età. Che è ben lungi dal risparmiarci uscite velenosamente “tongue in cheek” come quella di battezzare il primo parto del nuovo corso Piece Of Cake (Reprise, 1992; 7,2), riferendosi alle abbuffate sul corpo di un genere ormai oltre le cronache. Un disco che riporta all’esordio ma difettando in brillantezza ed effetto sorpresa, dando di conseguenza la stura a un triennio di appannamento. Ci si salva con onore in virtù dell’esecuzione convincente e di un ventaglio riuscito, dalla compatta No End In Sight ai folk-garage alienati When In Rome e Blinding Sun, dal blues Take Me There all’eco country restituita da Acetone, il tutto a dispetto di velleitari siparietti e lievissime crepe.
Sarà da subito evidente che dalla maggiore esposizione i Mudhoney non ricaveranno molto, arrestandosi nell’ingiusto mezzo tra lo sdegno di chi li seguiva dalla prima ora e l’incomprensione delle masse, abituate al “bel suonare” dei Pearl Jam e ai cloni senza personalità. Sono bollati come venduti senza manco aver venduto, un danno che si somma alla beffa e sconfina nell’assurdità. Fa rabbia, conoscendo l’onestà intellettuale dei ragazzi e allora è ipotesi probabile che lo sconforto sia alla base dell’opaco My Brother The Cow (Reprise, 1995; 6,5), preceduto dal raccogliticcio mini Five Mock’s Cooter Stew (Reprise, 1993; 6,5). Il passo indietro avviene in ambo i sensi: tornando alle origini per linguaggio e frequentazioni (Endino di nuovo al mixer) ma anche mostrando una penna imprigionata nel (gradevole) stereotipo; il vigore esecutivo non basta, così come le dediche a Cobain e le stilettate alla vedova Love non impressionano più di tanto.
Occorre approdare alla fine del secolo per assistere al risveglio, preceduto dalla canonica pausa di riflessione: sagace quanto basta, Tomorrow Hit Today (Reprise, 1998; 7,3), riporta le lancette indietro alle dodici battute mefistofeliche accogliendo in regia l’esperto Jim Dickinson per sintetizzare un linguaggio come da anni non accadeva, in A Thousand Forms Of Mind, I Have To Laugh e nella puntata pseudo surf Night Of The Hunted più che altrove sul consistente resto. La stanchezza è però padrona della scena a dispetto di verve e impegno; la formazione sfiancata dall’eccesso di tour, obblighi contrattuali e anni trascorsi insieme. Tornato a casa dall’ultimo giro concertistico, Lukin abbandona il gruppo che, coerente, si divide. O meglio, va in ibernazione per tre anni lasciando spazio a progetti paralleli di buon livello come i Bloodloss (Mark più alcuni ex Lubricated Goat: quattro album all’attivo) e addirittura ottimo (i tre lp dei Bad Ideas di Steve Turner: il migliore è l’ultimo, risalente al 2006).
Il silenzio faceva ormai supporre i Mudhoney come archiviati alle enciclopedie, lo stacco definitivo della spina una mera formalità. Risorgono, invece, inattesi e coriacei come ogni mostro da B-movie che si rispetti, a battere nel 2001 i peggiori bar dello stato di Washington con l’ex Wool Steve Dukich al basso. Funziona così meravigliosamente da persuaderli a tornare in pista chiamando l’ennesimo “loser” alle quattro corde, Guy Maddison. Chiuse temporaneamente le rispettive scappatelle extra-coniugali, si concentrano e mandano nei negozi Since We've Become Translucent (Sub Pop, 2002; 7,4), tre quarti d’ora di maturità d’autore tra psichedeliche cancrene (come potrebbero eseguirle i Roxy Music fossero nati nel 1968 a Detroit: Baby, Can You Dig The Light; Sonic Infusion), sberle di errebì indurito da Saints periodo secondo lp (Take It Like A Man, Where The Flavor Is) e la ritrovata verve compositiva (l’annichilente e quadrata Dyin’ for It il fresco classico).
Un autentico ritorno in quota e non un fuoco fatuo, sottolineato dall’iroso e politicamente schierato - una felice novità - Under A Billion Suns (Sub Pop, 2006; 7,4): edificato coi medesimi mattoni di cui sopra, ovvero benedetta scortesia e coriacee intrusioni degli ottoni, si concede splendidamente nella Where Is The Future dal retrogusto arabeggiante,nel blues infuriato I Saw The Light, nell’innodica amarezza tipicamente Sessanta di Endless Yesterday e nell’oscura spirale Black Sabbath In Search Of. Per non dirne che alcune prelevate da un mazzo ricco ed evocante asfalto cittadino, luci sfocate e loschi figuri come il gemello che lo ha preceduto.
Qualità elevata che funge da ponte su The Lucky Ones (sub Pop, 2008; 7,3), a tal punto forgiato su esempi celebri da parere un riepilogo di carriera, dove si accantonano le svisate “black” ostentate nel nuovo secolo e si punteggia l’intruglio di sempre con bistrattato acid-folk, dodici battute alla Stones imberbi e ammiccamenti verso il miglior indie roots anni ’80. Stenti a crederlo, poi ti scopri pensi che l’elisir di giovinezza sia un liquido tanto più benefico quanto è mefitico. Nell’anno 2008, il Miele Fangoso incarna come pochissime altre band la memoria storica di un’attitudine e un suono oltre l’epoca che li vide ai vertici, proiettandoli semmai dritti nell’eternità dei classici. Tutt’altro che impolverati, però: che il superfuzz sia con voi.
Scheda: Mudhoney
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