Che David Sylvian sia un fine ascoltatore, oltre l’elegante musicista che tutti noi conosciamo, lo si nota dallo smilzo ma notevole catalogo della sua SamadhiSound.
Ne ha sentite - e suonate - tante l’ex-Japan, eppure riesce ancora ad emozionarsi, magari per una chitarra (tipo quella di Derek Bailey) oppure per delle salmodie islandesi dimenticate tra i ’60 e i ’70 (come il lavoro di Akira Rabelais per Spellewauerynsherde).
Capita poi che Sylvian, essendo anzitutto un cantante, ascolti per puro caso un disco che della voce fa il suo centro. Un cantato spesso come un baritonale usignolo. Un lavoro, Opiate, uscito in sordina nel maremagnum discografico del nuovo secolo e che, trovandosi probabilmente nel posto sbagliato al momento sbagliato, ha goduto di una sottile, per non dire nulla, risonanza.
Ma forse sta lì, nell’inciso di cui sopra, l’unica risposta: Opiate degli Anywhen non ha collocazione né tempo. Lo si riascolta oggi, nel 2008, anche se l’anagrafe originaria recita 2001, eppure fa la sua figura poiché ascrivibile a trend alcuno se non ad uno sparuto pugno di artisti, all’epoca, trasversali a certi lavori che ascoltati oggi suonano oltremodo stagionati.
Gli stagionati sono figli di uno zeitgeist, ma quando questo si fa cliché (come il post-Godspeed You! Black Emperor di Explosions In The Sky ad esempio) la fine tende le braccia.
Dunque, per ricostruire i fatti: correva il 2001. I Tindersticks tentennano, gli Spain si eclissano. Due rondini che sicuramente non fanno primavera (zeitgeist), semmai la evocano.
Con Opiate, gli Anywhen riescono a mettere d’accordo i nostalgici del primo Stuart Staples come gli affranti per il commiato di Josh Haden.
Il baritono di Thomas Feiner, svedese di origini polacche, dopo due dischi di assestamento - As We Know It del 1993 e l’omonimo del 1996 – trova il modo di innalzarsi in un miracolo di pop neoclassico che abbraccia l’eleganza dei citati Spain, Tindersticks e Scott Walker (vedi l’uso della voce) come l’intimismo ermetico del Mark Hollis solista.
Oggi quel disco, grazie all’intervento del Sig. David Alan Batt, si mette a nuovo (artwork diverso, tracklist rinnovata con due bonus) e lasciamo proprio al fu-Japan il commento definitivo: “Il buio, la romantica materia e, oltre tutto, il solenne timbro vocale di Thomas sono stati per me qualcosa di nuovo, una sorpresa che esula da ogni mio abituale ascolto".
Parole che premono meglio di qualunque ufficio stampa (p.s. un album solista di Feiner è in lavorazione sempre per Samadhisound).
Scheda: Thomas Feiner
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