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Pubblicazione 01 Luglio 2008

Capillary Action

Imbarazzanti frammenti di un ex bambino prodigio

Giunto ormai al quarto album della sua one-man-band, l'ex bambino prodigio Jonathan Pfeiffer sembra aver raggiunto la sua maturità artistica. Tra il folk e musica "colta"
Capillary Action
2008

Quattro anni fa, quando finalmente, dopo un biennio di gestazione, avevamo avuto tra le mani Fragments, l’esordio discografico della one man band di un certo Jonathan Pfeiffer, oltre ad esaltarci per il risultato, ci eravamo lasciati con una speranza: che le straordinarie idee di questo musicista statunitense non si perdessero nel marasma della musica indipendente e che, soprattutto lui, viste le cose buone dimostrate allora, non si perdesse d’animo, nonostante le difficoltà del passato. Stavamo quasi per arrenderci al fato. E invece rieccolo qua, il buon vecchio Jonathan, accompagnato da alcuni fidi collaboratori. In maniera del tutto inaspettata e a distanza di quattro anni dall’esordio (uscito per la neonata Pangea, creata appositamente per produrre i suoi dischi), dopo un secondo album, Cannibal Impulses, in realtà solo registrato e distribuito in maniera non ufficiale (in procinto di uscire definitivamente in formato DVD con un video ad accompagnare ogni brano) arriva il terzo album di Capillary Action urlando a squarciagola “non potete far finta che non ci sia!”.
Ma facciamo un passo indietro per ripercorrere le avventure di questo personaggio solitario, autonomo e assolutamente eterodosso. E’ il 2002 quando il sedicenne Pfeiffer comincia a lavorare a quelli che saranno i brani di Fragments. La parola d’ordine è “niente compromessi” e, difatti, il giovane musicista di Philadelphia da libero sfogo alla sua fantasia, trovando spazio, senza giudizi aprioristici, a tutto ciò che gli sembra utile a dare vita ad uno stile senza vincoli: duri e complessi riff prog-metal accostati al rock sognante degli Stereolab (Thicking Ghosts 1 e 2); il folk di Driving Through Twilight, che ricorda la Band di Garth Hudson e Robbie Robertson, quadretti bossa nova dal sapore lounge, strambi (ma solo in apparenza) accostamenti tra la glacialità della new wave e il calore dei ritmi latin.
Dopo un esordio così, l’appellativo di ragazzo prodigio può calzare alla perfezione per Pfeiffer, che prova a superarsi estendendo le sue capacità compositive a uno strumentario più ampio, costituito da strumenti orchestrali e influenze “colte” (la musica post-tonale del ‘900) ed extra-occidentali (il gamelan giavanese e la musica giapponese). Uno sguardo a 360° che lo accosta ad un altro suo giovanissimo collega “tuttofare”, Dave Longstreth aka Dirty Projectors, ed è il preludio a So Embarrassing (vedi recensione su SA#44), l’album delle conferme, ma anche di un nuovo, imprevisto, capovolgimento di fronte.

copertina pdf #91