Drop Out
Pubblicazione 01 Giugno 2008

Religious Knives, The Black Angels, Indian Jewelry

Psychedelic Reloaded

Roba quasi vecchia

Psichedelia rock, Doors e Velvet Underground. Un discorso stabilito da tempo e da sempre ripreso. Ma c’è chi lo recupera senza saltare direttamente ad allora.
Copertina di Directions To See A Ghost
The Black Angels
2008
Copertina di Directions To See A Ghost

Pensate di entrare in un robivecchi. Ci saranno pezzi originali, copie spudorate, copie meglio riuscite, ciofeche e meraviglie d’occasione. Potete guardare l’offerta con atteggiamento trendy-vintagista, oppure con la testa a quegli anni in cui le cose venivano costruite per bene, le auto duravano vent’anni e l’Ipod – pensato per rompersi da solo dopo un tot – non era nella mente neanche del più spudorato capitalista. Uscite dal negozio. Inizia a balenarvi l’idea di costruire da soli ciò che avete visto – anzi alla luce di ciò che avete visto. Ma passando di fianco a un altro negozio – senza particolari caratteristiche – notate degli oggetti che richiamavo quelli che popolavano il robivecchi, ma senza trucchi, e decidete di acquistarli e usarli come modello per la vostra impresa. Oppure non entrateci proprio, in quel negozio. Ma figuratevi di darvi lo stesso al bricolage. Procedete un po’ secondo il vostro gusto, ma montando i pezzi vi accorgete di fare qualcosa di strano, che piano piano si allontana dal progetto iniziale; ecco che passando davanti a un negozio – il medesimo della prima scena, il secondo, quello anonimo – riconoscete la parentela del vostro punto di arrivo con i prodotti esposti.

Le due persone, volenti o nolenti, si sono incrociate, questo lo abbiamo capito. Ora, facciamoci una domanda apparentemente del tutto fuori contesto: perché ogni tanto ci rivolgiamo a dischi che suonano la tradizione e non li trattiamo come roba vecchia? L’astuto lettore collegherà subito la finzione di cui sopra con la possibile risposta; e noi non possiamo dargli torto. Ciò che infatti abbiamo notato è che negli ultimi mesi tre nuove band che abbiamo ascoltato sono risultate intrecciarsi, in un modo che non risultava immediato ma che senza dubbio destava curiosità. Le provenienze di genere sono diverse; il primo gruppo – The Black Angels – ha diretto dalla sua nascita i propri sforzi verso la riproduzione del “vero” rock – sebbene non si possa negare nel loro suono la grandiosità dei primi Interpol; il secondo – gli Indian Jewelry – hanno sempre oscillato tra electro, post-punk californiano e un pizzico di kraut; il terzo – i Religious Knives – sono stati attivamente fautori di un’inchiesta nel noise. Tanti droni, dunque, almeno per gli ultimi (e anche per gli Indian), ma nelle loro ultimissime uscite è emerso un rock psych con venature di chiara provenienza Doors. I Jewelry, dal canto loro, hanno ripreso in mano le chitarre e si sono diretti verso il fiume lento (come un serpente visto al ralenti) della psichedelia. I tre certo non sono soli. Un caso su tutti – i Grails, per i quali rimandiamo alla recensione in questo PDF – hanno deciso di far iniziare il loro Take Refuge In Clean Living con una citazione ai primi secondi di Astronomy Domine dei Pink Floyd, per poi rivolgersi a una psichedelia più in là con gli anni, con il tramite della tradizione australiana degli ultimi quindici anni, ma specialmente del vettore Cul De Sac. Ma ciò che è più evidente nei tre esempi scelti – come cosa problematica, su cui ragionare - è il modo di arrivare a quel rock magmatico, quasi ancestrale, sicuramente viscerale e insieme prototipico dei Sessanta. Chi da già dentro la tradizione, chi dal weird-electro, chi dal no-wave drone; tutti verso un milieu che distante quarant’anni. Eppure ascoltando BA, IJ, RK non si percepisce un vuoto tra oggi e allora; ecco cosa ci pare, tra le altre cose, interessante.

Il tentativo di spiegazione che ci siamo dati fa riferimento a un fenomeno di mediazione, a un percorso indiretto, che ha bisogno di tappe intermedie. E ciò che sberluccica sono proprio i passaggi, i collegamenti, il meccanismo che regola l’intercessione tra quelle tappe. Queste ultime possono essere altri gruppi, oppure un percorso inusuale. In questo senso abbiamo potuto accostare i Black Angels ai Religious Knife. Facciamo dunque riferimento a connettori, e alla focalizzazione su queste figure di mezzo. E allora fuori i nomi; uno fuori frame, prima di tutto, i Jesus And Mary Chain, che misero in condizione di guardarsi le scarpe a partire da una ripresa delle melodie e la forma canzone dei Sessanta. Il secondo è limitato forse ai Black Angels, ma è l’intermediario perfetto; sono i Brian Jonestown Massacre, con la loro bolla di passatismo che è un ottimo legame con il prima e con il dopo degli Angeli. Il nome principale – e che continueremo a ripetere - è però un altro; gli Spacemen 3 si ergono a genere che regola le tre specie, le riunisce, consente loro di citare ma attraverso la loro stessa abitudine alla citazione, allo sguardo verso il passato. Rispetto agli Spacemen, i gruppi di cui ci vogliamo occupare – soprattutto Jewelry e Knives – fanno un percorso contrario. Gli Spacemen 3 hanno re-implementato per una vita la tradizione del rock lisergico, ma alla fine hanno inquadrato un genere che è poi esploso (quasi) autonomamente (e pur sempre col patrocinio rassicurante dei Suicide). Oggi si fa il contrario; si parte dai generi e si arriva ai classici. Gli Indian Jewelry partono dalle testure e si avvicinano, alla fine, al New Weird America.

Ciò di cui vi parleremo vive cioè nei discorsi sulla musica; i nostri tre interlocutori ci parlano del processo e del meccanismo stesso della citazione; ci parlano delle loro stesse conversazioni, a un livello meta-, forse. In questo connotativo. E, per concludere questa introduzione, c’è, di fondo, una specie di indecisione un po’ imbarazzata, che ci porta a fare giri di parole, al momento di inquadrare (e scrivere) il genere dei dischi che queste band hanno ultimamente licenziato; da un lato la semplicità di scrivere “hard-rock”, dall’altro, un’incertezza quasi irrisolvibile, l’impossibilità di decidersi a farlo, di rassegnarsi all’evidenza acustica; che questo sia provocato delle vie di mezzo?

The Black Angels Massacre Song

Fin dal logo che si sono scelti i Black Angels non nascondono il gemellaggio spirituale e ispirativo con quel bastardo di Anton Newcombe e della sua instabile emanazione, gli oramai in odor di mito Brian Jonestown Massacre. Il negativo di Nico – e il nome proveniente dalla celeberrima canzone dei Velvet Underground - marchia a fuoco una passione sviscerata per i Sixties e il garage psych ma tutto virato di nero, tutto post-altamont quando il mito finisce. Raddoppio di logo quindi visto che il negativo di Brian Jones appartiene alla famigerata band; il riferimento è tutt’altro che casuale, come ci spiegano i BA stessi: “Il nostro logo si ispira a quello dei BJM. Come membri del Committee to Keep Music Evil, sentivamo che era appropriato avere un’estetica simile; è parte della creazione di un mondo nostro, un modo per sfuggire dal controllo mentale dei media”. Il Comitato è infatti la label fondata da Anton per i suoi Brian Jonestone e per sostenere gruppi a lui vicini; ma i legami non si fermano qui – c’è YouTube a svelarci una jam “altogether now” del 2006 che contiene un pezzo suonato dai Black Angels; si tratta di Feel It (l’hanno riconosciuta i fan; i BA confermano), uno degli inediti live dei BJM; e a cantarlo c’è Anton in persona. Di certo un paio di anni fa gli Angeli Neri erano già una realtà assestata; ma qualche anno prima c’è ancora Newcombe dietro alla loro formazione, e un guizzo del fato. “Ciò che ha creato i presupposti per la nascita dei Black Angels è stato vedere i BJM nei primi Duemila. Senza BJM, non ci sarebbero stati i BA, o almeno non avremmo suonato come facciamo ora”, dicono i diretti interessati.

Black Angles
The Black Angels
2007
Black Angles

Il destino ha poi voluto che Alex Maas e Chistian Bland, compagni di infanzia a Seabrook, Texas, si ritrovassero nel novembre 2002, ancora in Texas, ma a Austin; l’unione dei due eventi ha fatto nascere la band, con l’aggiunta, nel maggio 2004, di Stephanie Bailey (alla batteria: come qualcuno?) – dopo una selezione di cinquanta persone – e poi di Nate Ryan e Kyle Hunt. Si aggiunge anche un membro che si occupa esclusivamente delle prioiezioni video, Adam Dimetri; e pure qui le paternità – la creazione del “loro mondo” – sono chiarissime. Si ri-parte a quest’altezza dunque perché il cuore della faccenda si piazza nella lancinante visione Spacemen 3 e la meglio generazione shoegaze le cui sonorità sono sì patrimonio dei Black Angles, ma anche ritornano prepotentemente nel nuovo disco di Newcombe - quasi come una sfida nei confronti dei redivivi e mitologici My Bloody Valentine. Chissà se proprio il sestetto di Austin ha avuto parte in questa seconda giovinezza per i BJM; certo è che se il nuovo My Bloody Underground dei BJM è una palla psych in bassa fedeltà, Direction To See A Ghost  (Light In The Attic, 2008), di cui in SA n° 43, ha un sound decisamente prodotto. Soprattutto è il fuoco ad allargarsi – rispetto al precedente e ottimo Passover (Light In The Attic, 2006) e alla prima uscita “angelica”, l’EP s/t ((Light In The Attic, 2005). Oltre al raga rock c’è un favoloso triangolo delle bermuda che prende dentro Morrison, il Barrett più coriaceo e il Tommy Jommy degli esordi. Metteteci poi una voce degna del Curtis più oppiaceo e c’è tutto il meglio di un rock che con la colla sintetica e le droghe psichedeliche non potrebbe godere di una simbiosi migliore. I Black Angels però non sono dei tossici. Al contrario. Amano quel che suonano senza eccessi da star. Saranno le ragazze in formazione. Sarà che non occorre che far parlare questa musica. L’opinione della band è sia filologica (e naive) che smaliziata; “Le droghe allucinogene aprono nuove porte che non avresti mai visto se non le avessi ingerite o fumate. Di conseguenza, sono un importante strumento nel processo creativo” – dice Blund – “ma non credo siano necessarie per creare musica psichedelica. Ho creato tante canzoni dopo aver assunto allucinogeni quante senza.

Le droghe sono però parte del mondo a cui si sono affezionati. Oltre al riferimento ai VU nel nome Black Angels c’è quello allo squadrone degli Hell’s Angels, i teppisti che uccisero il nero a Altamont. Tutta mitologia che potrebbe suonare anacronistica se non ci fossero i trucchetti del Newcombe e così tutto diventa una scusa, l’ennesima, per amare il rock, le chitarre e soprattutto l’invenzione che ha reso possibile tutto ciò: l’amplificazione, la distorsione e il dio feedback. Sempre sul tubo c’è un altro hit, il singolo di Passover, Black Grease, mid tempo su un tramonto messicano tra un trip che sale e il sole che scende. Tutto bianco/nero, caschetti e ombre sul muro tanto per starci dentro fino in fondo. E soprattutto quel sound: un hard blues pitonato degno dei primi Sabbath convertiti a quel mantra rock che loro rifiutarono profondamente ma che ora virtualmente abbracciano. Del resto non è merito degli Spacemen 3 se i riff dei Settanta riaffogano nelle migliori dilatazioni dei sessanta? “Gli Spacemen 3 esercitano un enorme influenza sul nostro sound. Hanno tenuto vivo lo Spirito portandolo con sè negli Ottanta e nei Novanta…”. Il gruppo inglese ci serverà proprio da raccordo con il seguito di queste pagine. Ci basti dire per ora che i Black Angels raddoppiano la visione di un rock che t’abbraccia come happening. E c’è la scuola americana dietro.

L’amore per lo psych delle grandi praterie. Anton patrocina. Ma prima c’è la loro provenienza a incidere a fondo le vene dei loro dischi. Austin è uno dei perni della coerenza argomentativa dei BA. Di Austin erano quelli che sono da molti considerati i padri della psichedelia, i 13th Floor Elevators. E gli Ascensori – come la scena da essi sprigionata - non potevano che essere una costante nelle parole di Christian Bland. “Continuo a scoprire vecchie band di Austin che facevano rock psichedelico e che erano ispirate dai 13th Floor Elevators… Gruppi come Lost & Found, The Golden Dawn, The Moving Sidewalks.” Dietro l’angolo potrebbe esserci il nugget di turno, ma qui siamo su un’altra strada. È la filologia che parla, anzi l’appartenenza a un mondo che - sarà pure uno sfogo dai media – ma una ri-costruzione culturale. E da un certo punto di vista rischia di pilotare la mente dei BA e – nella fattispecie – le parole di Bland verso questo tipo di discorsi: “La musica di oggi non ha anima, sembra senza vita. La musica di una volta, che sia il blues del sud degli USA, o il r’n’r degli anni Cinquanta, o la psichedelia dei Sessanta, è eterna perché ha vita. Non so, forse siamo vecchie anime intrappolate in corpi giovani ed è per questo che preferiamo il “vero” Rock ‘n’ Roll.” (EB e GC)

gli Indian Jewelry
Indian Jewelry
Danny Kerschen 2008
gli Indian Jewelry

Vie alternative

Certo fa effetto, sentire dire certe cose. Lo fa anche alla luce di ciò di cui ci siamo proposti di parlare in queste pagine – che di certo non si dovrebbe permettere certi svolazzi. È una storia vecchia come il mondo, forse, ma ci sta anche uno spostamento di camera, anzi un indietreggiamento; si sa che a distanza le cose si vedono meglio. È probabile cioè che i Black Angels non siano del tutto sinceri con se stessi. È vero, hanno ascoltato da ragazzi le stazioni radio che ascoltavano i loro padri, e lì forse sono rimasti. Oppure no. Anzi, noi diciamo di no. Ipotizziamo che sia successa un’altra cosa. Nelle parole dei BA c’è “lo Spirito dei Sessanta”, il “vero r’n’r”. Ma a loro piace Anton Newcombe, perché ha quello spirito e soprattutto perché glielo ha trasmesso. A loro piacciono anche gli Spacemen 3 perché hanno condotto quello stesso Spirito nei (difficili, direbbero?) anni Ottanta e Novanta. Insomma, quel testimone si passa, come in una staffetta, ha bisogno di andare di mano in mano, senza salti in lungo e indietro. “We dig the music that keeps the Spirit live”, concludono i Black Angels.

E a noi sì, essi servono proprio per quel loro rifarsi alla musica vera, pura, e direttamente allo spirito della musica; però pure perché funzionano da collante, da appiglio metadiscorsivo – più nelle parole che nei fatti; l’altro versante che ci interessa, e sono gli Indian Jewelry e i Religious Knives, hanno a che fare meno con le verbalizzazioni. Anzi, come vedremo, quello che dicono è molto vago in proposito. Gli Indian Jewelry ci rivelano addirittura che la loro guida per ora è la “slow-techno”. Ma è la loro musica ad aver riconquistato – in modo molto più disincantato, forse, o per questo più ingenuo – lo spirito dei tempi che furono. Non parlano di Spirito ma lo ritrovano nelle note e nel mood che costruiscono. Si fanno abbracciare dagli anni – lontani, perché mai esistiti davvero – del matrimonio mitologico, caricato di valore da quintali di musica e opinioni, tra i Doors e i Velvet Underground – in questo vicino, perché alcune orecchie ancora oggi anelano a esso. I Black Angels si ispirano alla purezza ma non si drogano per ricercarla, forse ne ammettono l’uso per non incrinare la coesione del loro mondo. Ecco il punto: non abitano un mondo semantico ma lo devono fare artificialmente. Devono mitizzare la purezza perché vivono nell’oggi – con il corpo ma anche con la mente – filtrata dal massacro di Brian e dall’LSD dei tre uomini dello spazio. Anche da questo dipende il loro rock connotativo.

Da qui ripartiamo – e ora un registro completamente diverso – per affrontare gli altri due gruppi che ci mancano. Per farlo, ci approcciamo con un esempio proprio di quegli Ottanta pre-Spacemen 3, di un gruppo che nacque dall’hard core e condusse il suo percorso attraverso le lande soleggiate del folk psichedelico. Una scorribanda finita maluccio (cioè progredita verso risultati discutibili) proprio quando i soggetti in questione hanno stabilito - ratificato - di preferire al proprio tempo il periodo d’oro che si sono ritrovati a riprodurre, ma con un’estetica – almeno all’inizio – da quello del tutto estranea. Sono i Meat Puppets di Meat Puppets II e di Up On The Sun, che venivano dopo un passato personale durato poco, come le mitragliate dell’hardcore proto-SST. Ma non divaghiamo, e occupiamoci ora di alcune bestiole e dei versi rumorosi lanciati al buio. (GC)

Indian Jewelry. Beat-stiario

C’era un tempo in cui alcune persone si divertivano a stilare elenchi bizzarri, che nascevano sulla passione collettiva per la stranezza e cavalcavano stigmatizzandola l’onda dell’unconventional. Si chiamavano “bestiari” e aiutavano il “popolo” a gestire in modo semiserio il bisogno di controllare lo spauracchio della fantasia. Compilativi e immaginari, raggiungevano lo stato dell’arte quando le creature raccontate intrattenevano relazioni tra loro, quando entravano tutte nello stesso mondo possibile fantastico; uscivano pericolosamente dal frame quando la compilazione creava credenze “serie”; ma in quei tempi la lingua dell’esperto della medicina non era asettica e metalinguistica, e l’alchimista non voleva raggiungere lo statuto di scienziato. Oggi però siamo nel 2008. Anzi, cinque anni fa eravamo nel 2003, a Houston, in Texas, e riesce difficile capire come sia possibile collegare quell’evo con questo.

Religious Knives
Religious Knives
2008
Religious Knives

Ci hanno pensato, a modo loro, Erika Thrasher, Tex Kerschen, Candice Vincent e Brandon Davis, e il loro gruppo, nato sotto il nome di NTX+Electric, prima di quello definitivo, Indian Jewerly. Lo hanno fatto pensandosi come parti di animali, unione improbabile di “a lion, a fornace, a brazen, a canine, a hawk and a hercules”. E qui arrivano i primi sentori. Siamo nella città delle Houston Noise Bands, corrente di musica psichedelica che in tante occasioni è risultata quantomeno “strana” – il più delle volte per l’associazione del viaggio mentale con il rumore, le distorsioni, le cacofonie, il bizzarro più oscuro, in generale. Una tradizione “alternativa” (anche al suono di Austin) lunghissima, che non può che iniziare con gli insuperati (e insuperabili anche da se stessi) Red Crayola di Parable Of Arable Land, saltare ai Charalambides, con una tappa intermedia su Jandek. Insomma, un bell’ambiente, che fa il paio spaiato con quello che trasse origine dai 13th Floor. In realtà, i diretti interessati, incalzati in proposito, citano come unici nomi texani proprio questi ultimi, oltre a un altro personaggio di Austin (ma anche di Nashville), Willie Nelson, che più che di psichedelia si è occupato di happening country-bucolici. In ogni caso, non basterebbe essere houstoniani; il registro su cui ci muoviamo ora non è dimostrativo, ma descrittivo.

Già in un’esperienza precedente a NTX, Swarm Of Angels – testimoniata da un unico EP, Plessure (Girlgang, 2002) - si sentiva qualche segnale di appartenenza. Il primo sigillo arriva comunque l’anno dopo, con la prima uscita dalla gabbia NTX+Electric – l’album dal titolo We Are The Wild Beast (Girlgang, 2003, 6.6/10) – e non è un caso che oggi, nel 2008, ne esca una ristampa (Tigerbeat6, 2008) direttamente a nome Indian Jewerly. Come non è un caso che in una delle tracce contenute (S-O-S-O-S, fra l’altro un lungo crescendo alla Spacemen 3) si senta una seicorde che suona come la chitarra ritmica di Lou Reed nei primi VU; ma attenzione a non generalizzare con nonchalance; non siamo nella psichedelia texana per come la si può immaginare; piuttosto l’orecchio miscela il post-punk che ha acquisito l’uso di synth più o meno cacofonici con le tecniche dell’electro più recente. Ancora una volta, però, c’è l’appiglio di coerenza verso il nostro discorso. Se di post-punk si parla, ciò che più viene in mente sono i Chrome (Cutthroat), che, per quanto industriali, avevano in mente una tradizione molto chiara; quella della psichedelia, appunto, che si spingeva fino a un acid-rock deformato.

L’avvicendamento con gli Indian Jewelry avviene nel 2005, con due EP - Rattling Death Train (Kimosciotic, 6.7/10) e In Love With Loving (ON ON Switch) – e uno split con gli Sugarbeats - Pentecostal/One Year Real (Girlgang); alcune cose vengono raccolte confluiscono lo stesso anno in Sangles Redux (Girlgang, 6.8/10); e già si possono fare alcune considerazioni successive; il bestiario è sempre filtrato da un immaginario di rumore, che premde soprattutto l’electro (krauto, in Pain Retriever), e che comunque non rinuncia ai droni. Però l’iniziale Flesh Is Floating sembra rivolgersi proprio all’acid-rock, e senza intermediari; il sax nella successiva Going South ricorda sì i Tuxedomoon, ma è introdotto da un vintagissimo synth che pare un VCS3; e le chitarre, in Titanium, si innestano per un acido definitivo. Sembreremmo a un passo dal passato; per l’oggi, mancano all’appello Invaside Exotics (Lovepump/Monitor, 2006, 7.0/10) e Free Gold (We Are Free, 2008); dell’ultimo avevamo concluso, il mese scorso, appellandoci proprio alla psichedelia acid dei Sessanta; del primo segnaliamo Dirty Hands, caso di sballo inizio Settanta che nasce dal ribollire di un vulcano (pensate al Live At Pompei?), ma ulteriore obolo agli Spacemen 3 pre-tributo Suicide. Un obolo non espresso, visto che Kerschen e soci fanno fatica a esplicitare quel nome.

Preferiscono confondere le idee – e ciò non è di troppo contrasto con quello che stiamo dicendo; sembrano provarci gusto nel mettere in una stessa frase “13th Floor, Ol’ Dirty Bastadr, Jane’s Addiction e Silver Apples” (!). E non solo. “La nostra musica prevede molti usi”, dicono gli Indian.“Può incantare come essere meramente descrittiva. Non importa cosa ne fanno le persone. Puoi usarla per fini psichedelici ma anche per cucinare”. Insomma, è inutile ratificare la musica della mente; stesso trattamento, obviously, va alle droghe. “Qualche volta sembriamo le uniche persone serie rimaste in circolazione. I libri sono molto più importanti per alcuni di noi rispetto a qualsiasi altro stimolo”, arrivano a dire. Vi avevamo detto che non si trattava di lavorare sulle parole, sulle opinioni già registrate. E, in fondo, dissimulare vuol dire anche sfaccettare, deformare. Se l’arte della loro deformazione fosse ulteriore strategia dello psych? Rimane il fatto che le bestie improbabili degli inizi, gli animali senza presa sul reale abbiano lasciato il passo alla madre terra del rock; a quelle belve temibili già a riposo, riconoscibili, che fanno appello all’immaginario più che all’immaginazione. Anche qui il cerchio è compiuto, ma attraverso il caleidoscopio delle vie di mezzo, degli interpretanti che riempiono gli spazi vuoti e i salti più lunghi della gamba; e si torna a Houston, ancora una volta. Gli stessi Indian Jewelry direbbero: “Magic comes in all shapes and sizes”. Sarà magia alchemica, fuori dal tempo; ma le coordinate sono sempre più chiare. (GC)

Religious Knives. Il buio si avvicina

Maya Miller vive invece da qualche parte a New York, per la precisione Brooklyn, insieme al suo compagno Mike Bernestein e passa gran parte del suo tempo a disegnare e dipingere. Ormai il suo stile è riconoscibilissimo. I suoi uomini deformi e melmosi, i suoi diavoli zuccherosi e osceni. Un profilo artistico ben avviato, al punto che vende autonomamente anche alcuni dipinti e gli sketchbook che raccolgono parte dei suoi disegni, oltre ovviamente alle t-shirt. Maya è una delle tre o quattro figure chiave per capire l’underground americano di questi anni. Sul suo stesso piano si muove Carlos Giffoni che nel mettere in piedi il No Fun Fest si affida proprio a lei per concepire il primo poster e l’immagine coordinata. Un colpo d’occhio inequivocabile. Maya e Mike però a noi interessano soprattutto in qualità di musicisti, giacché sono ormai da anni alla guida di una strana entità nata come costola dei gloriosi Double Leopards: i Religious Knives.

Dapprima autori di una vasta messe di 7’’ pollici, cdr e cassette in edizione limitata e limitante, i Knives approdano ad una certa visibilità sia pure molto di settore, l’anno scorso, allorquando la No Fun Productions immette sul mercato Remains una raccolta di alcuni dei principali brani prodotti in quegli anni dalla band e dispersa nella miriade di formati di cui sopra. Remains testimonia del cambio di registro rispetto ai Leopardi. “Volevamo prendere gli aspetti più espressionisti del sound dei Double Leopards e traghettarlo in un contesto più rock e più melodico”. Mike è abbastanza chiaro sullo scarto ricercato rispetto alla predente esperienza. I Knives si muovono in un ambito più rock, sia pure con tutti i distinguo del caso e per questo presto si rende necessario l’ingresso in formazione di Nate Nelson (dei Mouthus) prima e di Todd Cavallo al basso poi. Nel 2008 si presentano con una nuova compilation, di materiale più recente, chiamata Resin e un album nuovo di zecca, prodotto da Samara Lubelski chiamato It’s After Dark.

I Knives cambiano ancora e la metamorfosi rispetto al passato non potrebbe essere più netta, come testimoniano brani come The Sun e Everything Happens Twice. L’organo di Maya si muove lungo le coordinate psichedeliche tracciate anni addietro dal prode Ray Manzareck con i Doors. Il riferimento non paia strano se riferito a gente del giro noise come questa, se The Sun guarda caso prende forma proprio improvvisando Waiting For The Sun. Un’etichetta, quella di noise band, che ormai non ha più motivo di esistere e infatti gli sta alquanto stretta: “Nessuno di noi è cresciuto ascoltando noise e ci sentiamo molto più in sintonia con le cose della New Weird America piuttosto che con l’harsh noise”. Ciò che rende i Knives, per quanto possibile, originali, è una particolare miscela di kraut e psichedelia anni sessanta. Come testimonia la stessa Miller in più occasioni: “Noi cambiamo costantemente il nostro modo di lavorare e cerchiamo di disattendere sempre le aspettative di qualcuno che pensa di sapere già cosa può avere da noi”. Per riconoscere tutte le diverse facce del loro sound si ascolti anche il loro live al Big Jar Book di Philadelphia, tenuto il 15 agosto dell’anno scorso. Il taglio più psichedelico e sessantottino viene testimoniato subito dall’apertura di The Sun  e poi successivamente da 96 Tears, con delizioso giro di basso e chitarrina effettata quasi alla Jefferson Airplane.

It’s After Dark rimane però a tutt’oggi il documento più complesso ed evoluto della loro esperienza musicale. Un lavoro che riesce a far convivere spigolature no wave, rotondità psichedeliche e visioni kraut gestendo il minutaggio dell’album nel migliore dei modi. Ascoltate pure It’s Hot dove una chitarra distorta e ronzante fa da corredo ad un giro d’organo acido e gotico al tempo stesso, oppure il sogno krautedelico di Adam con chitarre e batterie in punta di piedi a seguire gli arabeschi enigmatici dell’hammond di Maya. Probabilmente la cosa più simile ai Knives esistente fino ad ora sono proprio i Velvet Underground. Quel misto di sensualità e decadenza, vigoria e quiete, ferocia e rilassatezza. The Streets  ha molto del modus operandi di Cale e Nico e In The Back è un po’ la loro Sister Ray ripassata sotto le lenti deformanti della no wave newyorkese. Se il rock moderno non può vivere che di revival, che almeno si mischino le carte in tavola per cercare risultati inediti e i Religious Knives in questo eccellono come pochi altri. (AC)

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