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Pubblicazione 01 Giugno 2008

Mi Ami

Mi Ami? O non Mi Ami? E quanto Mi Ami?

“L’idea di sciogliersi è venuta a troppi pochi gruppi. E spesso a quelli sbagliati”, diceva Steve Albini. A volte, però, lo scioglimento di una band può portare nuovi ed inaspettati frutti, soprattutto nel calderone in continuo fermento che è l’american underground.
Mi Ami
Mi Ami
2008
Mi Ami

L’idea di sciogliersi è venuta a troppi pochi gruppi. E spesso a quelli sbagliati”. Questo dichiarava sua santità Steve Albini anni fa in merito alla fine dei Big Black. A volte, però, lo scioglimento di una band può portare nuovi ed inaspettati frutti, soprattutto nel calderone in continuo fermento che è l’american underground.

È successo agli incensati No Age, filiazione diretta di un combo art-punk tanto disarticolato quanto sottovalutato quale erano gli Wives. Succederà ai misconosciuti Mi Ami, il cui mini d’esordio African Rhythms è da poco fuori per la White Denim di Matt dei Pissed Jeans. Anch’essi un duo profugo dall’ex gruppo madre (Daniel Martin-McCormick, chitarra e voce, e Jacob Long, basso, con l’aggiunta del drummer Damon Palermo) di cui sembrano la perfetta evoluzione. Un gruppo, quello originario, il cui approccio nervoso ed epilettico li ha fatti rimanere nel cuore di molti ascoltatori: i Black Eyes. Spostando indietro le lancette musicali di qualche anno è possibile ricordarli per due ottimi albi (Black Eyes, 2003; Cough, 2004 entrambi su Dischord) e per i live infuocati in cui l’insolita strumentazione – doppia sezione ritmica e chitarra, più sax e tastiere – accendeva la miccia di un suono no-wave tanto sfatto, urlato, frantumato quanto ritmico, sciamanico e schizoide.

Finita la purtroppo breve esperienza Black Eyes, i due transfughi si mossero, ognuno per conto proprio, alla volta di San Francisco: Martin-McCormick dedicandosi allo studio accademico della chitarra classica e all’improvvisazione, fino a scoprire Steve Reich, Morton Feldman e musiche tradizionali come i raga indiani e i gamelan; Long sollazzandosi con mantra di chitarra e drones col moniker Earthensea, prima di riunirsi alla forma embrionale dei Mi Ami messa su dal vecchio sodale con Palermo.

Il risultato è African Rhythms, dichiarazione d’intenti in 3 lunghi pezzi che assume la forma di un post-punk ibrido, percussivo e dilatato, debitore delle vecchie prove solo per tensione e instabilità emotiva. Gusto per il groove circolare ed esteso, costante presenza di una percussività mai banalmente terzomondista, predilezione per la dissonanza catchy e atteggiamento completamente open-minded accentuano lo slittamento dalle grezze abrasioni grattugiate della wave più off verso dinamiche dancey virate dub, facendo del 12” un ossimorico esordio di transizione che prelude ad esplorazione di sconosciuti e mai tanto attesi lidi.

Scheda: Mi Ami

copertina pdf #91