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Pubblicazione 01 Giugno 2008

Tape

Ballate folk per sussurro solo

Tape. Nastro. Un supporto di memoria labile, scoloribile, potenzialmente evanescente. Un supporto che rischia di logorarsi, e il logorio del nastro è la memoria del mondo che scompare. Ecco, i Tape suonano così. Con il timore che quelle note appena sussurrate potrebbero, un giorno, non essere più disponibili alla memoria dei posteri.
Tape
2008

Lo si capisce da come pizzicano le corde di una chitarra, di un’arpa, da come toccano i tasti di un piano, da come decidono di utilizzare gli ausili di un computer. I Tape suonano con il timore che quelle note appena sussurrate potrebbero, un giorno, non essere più disponibili alla memoria dei posteri.

La memoria, qui, è quella della tradizione folk, musica labile per definizione. Melodie abbozzate la cui traccia resta, per alcuni frangenti, nella mente di chi ha ascoltato, o, per frangenti un po’ più lunghi, su nastri che girano per registrare, mentre altri suonavano. Nastri che solo la curiosità dell’oggi porta a riversare su formati più stabili, più longevi.

La memoria, qui, è quella di un computer. Ma un computer non troppo potente, e utilizzato alla stregua di uno strumento tradizionale. Nei dischi dei Tape l’elettronica non ha la funzione di fare da fluidificante tra gli elementi suonati, come avviene nel grosso dei lavori di elettroacustica che si compongono oggigiorno. Al pari degli altri strumenti, l’elettronica incomincia un discorso, lo interrompe. Cerca il dialogo delle altre voci, non lo trova quasi mai. Disturba. L’elettronica è strumento di disturbo. Succede, quindi, che anche la memoria del computer finisce per divenire memoria a breve termine. Quel po’ di memoria che basta per produrre un brusio, un ronzare di fondo, glitches e suoni digitali abortiti.

Andreas Berthling, Johan Berthling, Tomas Hallonsten e un’infinità di strumenti sono i Tape, che nascono nella Stoccolma che saluta il terzo millennio. Due anni dopo arriva il primo lavoro, Opera(Häpna, 2002 / rist. con 3 br. inediti Häpna, 2008), un’uscita accompagnata da un eccesso di prudenza tanto che una ancor giovane Häpna, etichetta gestita per metà dallo stesso J. Bertling, ne stampa solo poche copie, come avverrà per il secondo lavoro. Andranno tutte rapidamente esaurite.

I brani sono dieci, come in quei vecchi album di canzoni. Ma quelle di Operanon sono esattamente canzoni, sebbene esteriormente, per la forma, per il minutaggio, si potrebbero scambiare per tali. Sebbene la ricchezza della tessitura sonora, l’abbondanza di strumenti utilizzati, la cura nell’arrangiamento fanno pensare agli ultimi Talk Talk. Ma in Bell Mountain, una svogliata chitarra folk disturbata dal fruscio di elettronica discontinua. Nelle estenuanti ricerche di assestamento su una linea melodica indovinata allo sbocciare di un brano, di solito un arpeggio di chitarra. Nei grappoli di note, chitarra e vibrafono, che prendono vita da una fisarmonica che pare omaggio a Pauline Oliveros (Longitude, Radiolaria). Nell’immancabile, meticoloso lavoro sugli armonici di una chitarra (Noises From A Hill). No, nemmeno l’ombra di una canzone in tutto ciò, ma sprazzi di bellezza miracolosa disseminati qua e là. (7.3/10)

Di cui s’accorgono, primi, altri musicisti. Gli stessi che scorgono un potenziale di bellezza infinita in ciascuno dei frammenti di musica di Opera. Naturale l’approdo ad un album di remix, ancor più se si riflette sulla logica compositiva che sta dietro ai brani di Opera. Gli originali sono smembrati secondo l’unico decostruttivismo possibile con Tape: se le composizioni scaturiscono da un’intuizione melodica originaria in seguito reiterata (il minimalismo è influenza manifesta), allora che si torni a quell’intuizione originaria. In Operette (CubicFabric, 2004) il più intraprendente è David Grubbs, che appesantisce di orpelli barocchi Radiolaria. Tutti gli altri stanno a guardare, come incantati, la purezza delle fonti, qualche ritocchino digitale (Ambarchi, Fonica), l’innesto (poco riuscito) di una base ritmica (Hazard), la sottolineatura dell’avviluppo ciclico tipico di certi brani (Aggereg, Mathieu), o addirittura un ulteriore lavoro di sottrazione e riduzione, se ancora possibile (chi, se non i giapponesi Minamo, con i quali i Tape divideranno in seguito un album, Birds Of A Feather, HEADZ, 2007). (6.5/10)

Registrazioni d’ambiente, una chitarra, un sassofono ora più ora meno jazz, un pianoforte. Stentano ad andare d’accordo. È la terza traccia, Crippled Tree, quella che racchiude in sé tutte le novità di Milieu (Häpna, 2004 / rist. con 3 br. inediti Häpna, 2008). Un sapiente utilizzo dei field recordings (Root Tatoo), una tromba che è sempre più spesso protagonista (Sponge Chorus), l’ombra lunga del jazz che si erge alle spalle di certi brani (o addirittura sentori di tango, in Long Bell e Golden Twig), l’impronta marcatamente acustica di certi altri (il banjo di Switchboard Fog, Oak Player). Un album breve, per molti versi simile al precedente, forse meno dispersivo e più centripeto rispetto alla parvenza di una struttura, seppur evanescente, pur sempre immaginifica. (7.3/10)

Dopo l’Olanda dell’improvvisazione per la serie Mort Aux Vaches (Staalplat, 2004), per il terzo album i Tape scelgono la Germania, Colonia, Marcus Schmickler (l’uomo dietro Pluramon), che si occupa della registrazione, del missaggio, produce. In Rideau(Häpna, 2005)la durata dei brani, solo cinque, si dilata notevolmente. L’atmosfera si fa più cupa, meno intima, gli sprazzi di melodia sono bagliori improvvisi e fortissimi (Sunrefrain). Chi ascoltasse queste note senza conoscere i Tape, etichetterebbe con troppa fretta: post rock. E’anche il disco in cui più forte si percepisce l’influenza del minimalismo (reichiano: A Spire) sul processo compositivo: i brani sono lunghe pulsazioni di suono che carezzano una melodia proposta da uno strumento (un organo, un piano, una chitarra). Per chi scrive, il lavoro meglio messo a fuoco a tutt’oggi. (7.5/10)

Ormai affare di culto, dopo aver calpestato le terre di Giappone, Taiwan, Stati Uniti e mezza Europa, il terzetto giunge al traguardo del quarto album, Luminarium (Häpna, 2008), registrato in quella Stoccolma che pare percepirsi tra le righe di brani ieratici, figli di una scrittura che deve meno all’improvvisazione che all’acquisito mestiere di costruire micro-sinfonie arrangiate come se il mondo, domani, potesse all’improvviso smettere di ascoltare.

Scheda: Tape

copertina pdf #91