Turn on
Pubblicazione 18 Maggio 2008

Maninkari

La lotta in musica dei sacri spiriti

Un altro nome proveniente dalla Francia da segnarsi. Ancora una volta un universo (magico) evocato nelle quattro mura di una casa privata. Nei pressi di Parigi. Quella di Olivier e Frédéric Charlot, reincarnazioni in musica di spiriti Maninkari.
Maninkari
2008

Bruno Parisse, gestore tutto-fare di Ruralfaune, aveva ragione. Il 2007 è stato davvero un anno speciale per la Francia sotterranea innamorata di note inusuali. Abbiamo avuto modo di ascoltare dodici mesi di sonorità infiltratesi con discrezione tra i valichi delle Alpi e giunte, per chi avesse orecchi, anche da queste parti: folk declinato con la psichedelia più malata (Monks Of The Bahlill, Bartolomé Sanson, anche curatore delle splendide edizioni d’arte Kaugummi), annegato in magma di drones (Natural Snow Buildings, Enfer Boréal), strimpellato in punta di dita su una chitarra malconcia (A Man A Guitar), condotto pericolosamente sul confine di possibili derive freak (The Cosmic Mandoliners, ancora Bruno Duplant). Per tacere poi del dinamismo - che spesso, da queste parti, finisce per fare rima con iperattività - di etichette come La Belle Dame Sans Merci, Crier Dans Les Musées, Faunasabbatha (la Ruralfaune che guarda all’immaginario black metal), realtà che, foss’anche unicamente per l’impegno elargito nel produrre e materializzare assortite stramberie musicali (e artistiche), meriterebbero ben più di un cenno fugace.   
Se è ormai assodato - quasi una proprietà costitutiva del fenomeno - che numerosi progetti di genere debbano vivere giusto il tempo di una manciata di CD-R (e si tratta di un tempo davvero molto breve, considerando la prolificità di certi artisti), accade però talvolta che, da un humus tanto fertile, spunti un virgulto che noti più robusto già ad un primo ascolto.
Ai fratelli parigini Olivier e Frédéric Charlotla fortuna ha arriso sin da subito. Non hanno avuto bisogno di gavette a suon di autoproduzioni e contatti myspace, loro. Si facevano chiamareBathyscaphe e sonorizzavano oscure pellicole di registi francesi con il risaputo armamentario di forme post-rock, colorazioni dark, linee spezzate jazz. E’ bastato inviare qualche demo alla Conspiracy Records (nota per la varietà delle musiche trattate: in catalogo, oltre ad alcune edizioni dei più blasonati Isis, Knut, Boris, anche Fear Falls Burning, Nadja, Birchville Cat Motel, Sunburned Hand Of The Man) per ricevere la proposta di un contratto, per far nascere Maninkari. La dea bendata deve aver avuto gioco particolarmente facile nel favorire la piccola azienda familiare, se i demo inviati all’etichetta contenevano già in embrione l’EP di lì a poco uscito in veste ufficiale.
Psychoide/Participation Mystic(12’’con remix, Conspiracy, 2007, edizione limitata a 1000 copie)  non si fregia di trovate rivoluzionarie, non annuncia mutamenti di paradigma: dice forse cose già dette, è vero, ma con una forza espressiva ed un’eleganza formale che sanno togliere il fiato. Il primo brano, d’ambientazione pagana (il passo di lì a certi Grails è estremamente breve), mette in scena il titanico scontro tra spiriti asháninka che il gruppo tributa già nel nome che si è scelto: il drumming sciamanico e scomposto di Olivier a fronteggiare l’ossessivo fraseggio per violino di Frédéric, nel rituale orgiastico di un dramma sonoro interrotto sul finire da field recordings mediatori di pace. E’ il primo intervento dell’elettronica: non deve del tutto stupire, allora, se a mettere le mani sul brano è Robin Rimbaud / Scanner, che ne offre - salvando in loop il violino, gettando via tutto il resto - un maestoso arrangiamento parasinfonico che guadagna in eleganza e lirismo quanto sacrifica in violenza tribale.   
Participation Mystic modula parole di un folk ancestrale e psichedelico sin dall’ingresso, e sono solo le prime note, di strumenti inusuali (cimbalo) o orientali (santoor a percussione). Nella struttura del brano pare quasi di fronteggiare dei Godspeed You! Black Emperor sotto effetto di piante psicotrope assunte per favorire pratiche mantriche: un crescendo che si sviluppa per accumulazione lineare di stasi ambientali e cavalcate epiche (arazzi di strumenti a corda sempre sostenuti dal possente tappeto percussivo imbastito da Olivier). Il remix di Broadrik è in linea con le ultime produzioni Jesu. Ritmica quasi dub (la solita batteria elettronica) che si lascia alle spalle un codazzo di riverberi ambientali allentando la tensione trattenuta dell’originale (la giustapposizione delle varie sezioni) in una conciliazione di elementi (quasi) raggiunta.

Cos’aspettarsi dall’esordio dopo un simile biglietto da visita? Rimandiamo alla recensione per giudizi di merito. Qui basti aggiungere che i due fratelli, come si sarà capito, amano lavorare di cesello e che la pazienza di stare ad osservare suoni e processi che si consumano quasi per autocombustione certo non manca. E allora ecco un doppio album che, in ossequio al principio manicheo che sembra regolare le dinamiche di tutti i pantheon di civiltà primitive, asseconda la logica binaria del bene e del male, dell’oscurità e della luce.

Scheda: Maninkari

copertina pdf #91